• Till Gerhard Trischen, 2014 Oil on canvas 40 X 40 Cm Courtesy Galeria The Goma, Madrid
  • Jacopo Miliani Not with a Bang, 2015 Carpet, Resin, Silver, Marble, Foam, Paper Dimensions variable Unique Courtesy of the Artist and Frutta, Rome
  • Established | Vittorio Corsini souvenir, 2015 tecnica: Acciaio inox specchiante, acciaio inox e cristallo - Courtesy Claudio Poleschi, Lucca
  • Boris Mikhailov "Untitled", from Superimpositions series, 1966-1968 c-print, 152 x 112 cm. Photo by Boris Mikhailov Courtesy Artist and Guido Costa Projects
  • Lucia Marcucci Come ama - come lavora, 1972 collage su cartoncino cm 70x50, courtesy Frittelli Arte Contemporanea, Firenze
  • Established | Goshka Macuga International Institute of Intellectual Co-operation, Configuration 1, End of Memory: Ray Kurzweil, Giordano Bruno, Socrates, Gottfried Wilhelm Leibniz, Alan Turing, Sigmund Freud, 2015 Bronze - Image courtesy of the Artist and Andrew Kreps Gallery, New York
  • Emergent | Athena Papadopoulos installation view, Natural Instincts, curated by Samuel Leuenberger Les Urbaines, Lausanne, CH (December 2015) Courtesy of Samuel Leuenberger and the artist

Inaugura giovedì 7 aprile la fiera d’arte moderna e contemporanea, miart. Sarà anche noioso, ma farei la spunta dei numeri per capire la complessa ‘macchina’ messa in atto per la fiera: 154 gallerie provenienti da 64 paesi selezionati su oltre 350; i curatori coinvolti nelle varie sezioni e nei premi sono oltre 60, mentre per i talks sono circa 40 le personalità del mondo sia dell’arte che di altre discipline. Tra le novità, la collaborazione con In Between Art Film , la casa di produzione per film d’artista e video fondata da Beatrice Bulgari, ma anche una nuova sezione, Decades – a cura di Alberto Salvadori - che ci farà attraversare il ‘900 grazie a 9 gallerie ognuna delle quali propone l’approfondimenti di un decennio del XX secolo. Novità anche nella sezione Object, a cura di Domitilla Dardi: quest’anno  proiettata non solo sulla proposta di design ad edizione limitata, ma anche su progetti innovativi e all’avanguardia.

Ad introdurci nell’edizione 2016 del miart, Alessandro Rabottini, curatore che quest’anno è stato investito del ruolo di vice-direttore accanto a Vincenzo De Bellis.

ATP: Quest’anno hai assunto il ruolo di vice-direttore del miart. Rispetto alle passate edizioni, dove avevi comunque un ruolo determinate, di quale aspetto della fiera ti sei principalmente occupato?

Alessandro Rabottini: Quando lavori a un progetto così complesso come una fiera d’arte e così coeso e articolato nei suoi contenuti come miart è difficile fare dei distinguo, perché si lavora in team nell’arco di un intero anno e su base quotidiana. Si lavora sullo sviluppo delle sezioni, sulle relazioni con le gallerie e con i collezionisti – e, in casi come la sezione THENnow anche con gli artisti – con i curatori delle varie sezioni, si ragiona su come veicolare meglio l’identità visiva e come comunicarsi al meglio… Per fare questo ho assistito e affiancato Vincenzo De Bellis in un dialogo ancora più serrato rispetto alle tre edizioni precedenti, nelle quali il mio ruolo era di coordinatore curatoriale.

ATP: In merito alle sezioni che hai seguito da vicino per questa edizione 2016, quali sono punti di forza su cui avete lavorato maggiormente?

AR: Innanzitutto, attraverso la creazione della nuova sezione Decades – a cura di Alberto Salvadori – abbiamo cercato di inserire un ulteriore elemento progettuale e curatoriale all’interno di quella parte della fiera dedicata all’arte moderna e al secondo mercato. Decades attraversa tutto il secolo scorso e ha una doppia funzione: da una parte portare in fiera la “storia” delle gallerie, riconoscerne il valore di promotori culturali perché sono loro le prime a sostenere gli artisti nelle loro visioni e, dall’altra, approfondire ed ampliare l’offerta cronologica dell’esposizione: quindi portare i primi decenni del secolo scorso a una maggiore ribalta e includere gli anni Ottanta e gli anni Novanta in una prospettiva storica. Decades in un certo senso è la naturale prosecuzione di un’altra sezione curata, che è THENnow, in cui moderno e contemporaneo sono posti in relazione: entrambe queste sezioni, infatti, sono pensate per poter leggere il mercato attraverso qualcosa che succede, fisiologicamente, nella vita di chiunque si occupi di arte, ovvero ampliare giorno dopo giorno la comprensione della storia e comprendere sempre di più le relazioni tra i singoli artisti, i movimenti e i momenti storici.

Su Object è stato fatto un lavoro molto preciso: insieme con Damitilla Dardi che l’ha curata, infatti, abbiamo deciso di dare un segnale, ovvero avere come interlocutori quelle gallerie che trattano il design con la stessa tensione progettuale e l’impegno produttivo con cui le gallerie d’arte lavorano a stretto contatto con gli artisti visivi. Quest’anno Object disegnerà una mappa e un paesaggio, che è un paesaggio di designer, gallerie, produttori ed editori che guardano al domani, al futuro, quindi moltissime collezioni inedite e progetti speciali, all’interno dei quali i pochi pezzi vintage funzionano come una bussola ideale per potersi relazionare con la tradizione.

Lucas Blalock Given holes and holes and houses and birds,   2014 Archival inkjet print 130.8 x 163.5 cm Courtesy of the artist and Rodolphe Janssen

Lucas Blalock Given holes and holes and houses and birds, 2014 Archival inkjet print 130.8 x 163.5 cm Courtesy of the artist and Rodolphe Janssen

ATP: Per quanto riguarda la sezione che hai sempre seguito e curato con molta attenzione, quella dei miartalks. Quest’anno, per la prima volta, miart ha stabilito una collaborazione con In Between Art Film, la casa di produzione per film d’artista e video sperimentali fondata da Beatrice Bulgari. Cosa è cambiato rispetto agli anni scorsi e quali sono le principali novità dei talks?

AR: I talk di miart sono sempre stati pensati come un momento di riflessione su temi caldi che interessano gli scenari attuali dell’arte moderna e contemporanea, sia che si tratti di mercato, di collezionismo, di istituzioni pubbliche e private, di visioni artistiche e curatoriali. Negli tre scorse edizioni quello che abbiamo cercato di fare è stato di stabilire ponti di comunicazione tra i mondi dell’arte visiva, del design, dell’architettura e della moda, perché volevamo riflettere attraverso i talk l’idea che il progetto di miart fosse una sorta di ritratto polifonico di ciò che Milano rappresenta nel mondo. Quest’anno, quando abbiamo avuto la fortuna di poter collaborare con Beatrice Bulgari e con la sua In Between Art Film, abbiamo pensato che fosse possibile fare un ulteriore passo avanti: se i talk sono un contenitore culturale e miart può collaborare con un produttore di cultura come INBAF, allora perché non spingersi oltre e fare qualcosa che non era mai stato tentato nell’ambito di una fiera, ovvero dare ai talk la coerenza tematica di un festival e di un simposio?

ATP: Perché questo interesse per cinema, musica, teatro e danza?

AR: Perché abbiamo pensato di usare la piattaforma dei talk per esplorare un fenomeno sempre più centrale nelle programmazioni delle istituzioni in giro per il mondo, ovvero una sempre maggiore inclusione delle discipline che hai citato nei programmi espositivi dei musei e delle biennali e un sempre maggior ampliamento della comunicazione fra i linguaggi. Se la Tate Modern di Londra – di cui avremo il direttore Chris Dercon tra i relatori – si è trasformata per un intero fine settimana nel maggio del 2015 in un febbrile e affollatissimo Musée de la danse, se la Fondazione Prada di Milano invita un coreografo come Virgilio Sieni – altro speaker del nostro programma di talk – a dialogare, attraverso il movimento, con le tracce della loro mostra inaugurale curata da Salvatore Settis, se un museo come il Pompidou di Parigi ospita un retrospettiva di una coppia di film-maker radicali come Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi e se artisti visivi come Masbedo e Gianluca e Massimiliano De Serio producono lungometraggi che entrano nel circuito dei festival di cinema, allora significa che c’è un fenomeno in atto che va compreso nelle sue molteplici sfumature. Abbiamo deciso di usare la piattaforma dei talk a questo fine e di non confinare i media della performance e del film in una sezione a parte della fiera, perché desideriamo che siano compresi – anche sul piano del collezionismo – in un contesto più ampio, attraverso la costruzione di una prospettiva.

ATP: Senza esagerazioni si può dire che ogni mese si aprono i battenti di una fiera d’arte in giro per il mondo. Perché un collezionista o un appassionato d’arte dovrebbe scegliere il miart per comprare, aggiornarsi o, semplicemente, relazionarsi con gli addetti ai lavori?

AR: Per molti motivi. Innanzitutto perché ogni fiera – quando è una buona fiera – ha una sua specificità, è l’espressione di un progetto che è stato pensato e valutato anche in relazione al più ampio contesto internazionale. Inoltre una fiera è anche espressione del contesto nazionale e cittadino che la ospita, e in questo momento Milano ha davvero moltissime ragioni di attrattiva, è una città dal profilo internazionale ma intima e accogliente – se paragonata a Parigi, Londra e New York – dove le cose accadono ma su una scala che ti permette di assorbirle per la maggior parte. E infatti gli stranieri amano visitarla, perché la trovano sofisticata ma ospitale. È una città che ha una tradizione molto forte in termini tanto di gallerie che di collezionismo privato e la cui vita culturale è animata da istituzioni come la Triennale, la Fondazione Prada, la Fondazione Trussardi, l’Hangar Bicocca conosciute e ammirate nel mondo. Da italiani spesso tendiamo a dare per scontate le cose che abbiamo, mentre per me che vivo Milano anche dalla prospettiva di una città come Londra vi trovo ogni giorno le ragioni di un fascino unico.

Da tutto questo abbiamo cercato di tirare fuori le caratteristiche di un progetto di fiera che credo abbia notevoli punti di forza: è innegabile che in questo momento l’arte italiana del secondo dopoguerra sia sotto i riflettori del mercato internazionale, e io credo che un collezionista accorto sappia quanta qualità c’è nei magazzini delle gallerie italiane di secondo mercato che, non a caso, si presentano a miart sempre con stand molto selezionati, curati, pensati. In più siamo l’unica fiera d’arte moderna e contemporanea che pone il design di ricerca in dialogo con l’arte, e anche questa è una cosa che se fai a Milano la fai in un contesto di tradizione e persistenza che sfido chiunque a trovare altrove. Una cosa che ho notato in questi anni è che molte gallerie di contemporaneo che partecipano a miart – che fanno fiere internazionali come Basilea, Frieze e Fiac – hanno recepito qualcosa del nostro messaggio, perché si presentano a Milano con un piglio progettuale molto forte, spesso coinvolgendo direttamente gli artisti. In più le dimensioni della fiera – che amo definire “ragionevoli” – fanno sì che galleristi, collezionisti, curatori e operatori del settore possano davvero dialogare, avere un tipo di scambio che nella frenesia dell’offerta di fiere di maggiori dimensioni non è affatto semplice avere, e questo è fondamentale perché l’effetto di una fiera si misura nei mesi a venire, nei rapporti che si creano e come si saldano, non solo nell’immediato di quelle poche giornate.

Ry Rocklen  Copper Canyon,   2003-2014  Copper plating  6.75 x 14 x 11 inches  Courtesy the artist and Honor Fraser Gallery

Ry Rocklen Copper Canyon, 2003-2014 Copper plating 6.75 x 14 x 11 inches Courtesy the artist and Honor Fraser Gallery

Established | Ryan McNamara To Be Titled (Back Bend),   2012 Uniform,   performance stills,   glue  Courtesy Brand New Gallery,   Milano

Established | Ryan McNamara To Be Titled (Back Bend), 2012 Uniform, performance stills, glue Courtesy Brand New Gallery, Milano