Ieri mattina al miart si è tenuta la conversazione tra Hans Ulrich Obrist(Co-direttore Serpentine Gallery, Londra) , “uno dei più instancabili produttori di conoscenza sull’arte del nostro tempo” (Paola Nicolin) ed Getulio Alviani, uno dei protagonisti della vicenda dell’Arte Programmata e Ghestaltica. 

Un dialogo che ha ripercorso i momenti produttivi del lavoro dell’artista, a partire dalla sua infanzia sino agli ultimi giorni. Non è stato un botta e risposta asettico, ma più un racconto in prima persona o quasi un monologo di Alviani.

Ecco alcuni estratti del racconto dell’artista:

“Ho cominciato a capire cosa fosse il mondo del fare e così ho continuato, finché non ho più voluto fare niente.  I miei primissimi lavori geometrici sono nati dalla curiosità del vedere. Non mi è mai piaciuto dipingere le cose già esistenti: l’albero è già fatto, è perfetto così, non ha senso dipingerlo. Mi interessava dipingere i fili della luce, che si intersecavano, sovrapponevano…Ora forse non ce ne sono quasi più nelle campagne. Non ho mai fatto le cose come mestiere, ma come curiosità, come gioco, perché ho sempre avuto il piacere di fare”.

Riguardo alle strutture in alluminio e alla scoperta del materiale…

“Avevo vinto un concorso in un’azienda di materiale elettrico a Brescia (A.V.E.) ed avevo fatto una valvola, molto innovativa rispetto alle precedenti. Vinsi il premio bandito dalla Domus, che venne preso dallo studio di architettura, ed, invitato, andai alla sede della fabbrica di alluminio e lì scoprii il mondo del fare complicato, con le macchine, duemila persone,… Ebbi in mano degli allumini colorati e specchianti. Io avevo la cognizione dello specchio in vetro, che, caduto, si sarebbe rotto in mille pezzi. Ma mi chiesi come mai questi nuovi specchi potessero specchiare, pur piegandosi. Andai a vedere la produzione: inizialmente era tutto nero, con un odore di zolfo bruttissimo, grattata la superficie nera vidi, attraverso la lente, un riflesso abbagliante più del sole. Ancora oggi mi porto sempre una lente ed un metro, che non mi tradiscono mai, non sbagliano mai di un millimetro!”.

Sul rapporto con i paesi dell’est…

“Ero sempre molto attratto dai paesi dell’est. La Jugoslavia dall’ora era completamente diversa rispetto all’Italia, addirittura l’odore era diverso. Ero attratto un po’ per legami parentali ed un po’ per un’attrazione verso un mondo completamente diverso, senza quattrini e con i buoni, con un visto da ottenere in sei lunghi mesi, le strade deserte,… Era un mondo più riflessivo, più intimo, più povero ed a me la povertà piace molto, perché aiuta a risolvere le cose: nella ricchezza non si risolve niente. Così, sono approdato in Slovenia.  Un’attrazione motivata anche perché la mia prima mostra è stata alla GAM di Lubiana”.

E poi ancora…

“Sono un fisicista, non amo tanto raccontarla. Si può raccontarla su tutto. Per me la parola creatore non esiste, si creano solo le bugie. Amo le cose e che loro abbiano la dignità di esistere e io non c’entro niente. Tutto è stato fatto, restano le cose e gli uomini per fortuna se ne vanno. Infatti mi piace fare mostre di artisti morti: perché li faccio continuare a vivere, ma non hanno influenze strane,… Non faccio il mestierante: ho fatto una cosa, un disegno, una grafica, ma non sono architetto, grafico, disegnatore…”