CLAUDIA LOSI  Brain (2 pieces), 2008  terracotta, aceto, 35 x 35 x 30 cm  Courtesy Claudia Losi e Monica De Cardenas Gallery

CLAUDIA LOSI Brain (2 pieces), 2008 terracotta, aceto, 35 x 35 x 30 cm Courtesy Claudia Losi e Monica De Cardenas Gallery

Collezionare materiali diversi per forma, dimensione, origine, scopo, appartenenza…è una metodologia di studio e analisi che ricorre nei secoli. Alla base c’è un gusto per la moltitudine, per la diversità e per la scoperta. Alla base, insomma, ci sono le solite Wunderkammer, i gabinetti di curiosità che dal Cinquecento ricorrono nelle abitazioni e nelle ville di campagna di gente visivamente curiosa e intellettualmente ingorda…e poi nelle esposizioni museali, nelle sedi espositive periodiche (penso alla Kassel del ’72), diventando un vero e proprio modo per razionalizzare un percorso espositivo, raccogliendovi opere, fonti primarie di queste, oggetti comuni, ecc.

Questo principio è stato adottato anche per la costruzione della mostra Metamorfosi in corso al Museo d’arte Mendrisio fino al 25 giugno. I curatori Daniele Agostini, Barbara Paltenghi Malacrida e Samuele Cavadini specificano proprio questo aspetto di allestimento “al confine fra il bizzarro e l’ordinario […] come il frutto di un accumulo collezionistico di eredità cinquecentesca” (DA). Non ci sono linee o nuclei tematici, né un criterio scientifico o un messaggio ideologico da cui poi sono state scelte le opere. I lavori dei 24 artisti in mostra vengono esposti per il loro richiamo tattile, visivo e materico alla natura, una natura che consente di rendere visibile la “forma complessa […] indefinibile: aperta, frammentaria, tortuosa, organica, proliferante” (SC) delle sculture. Il titolo Metamorfosi rimanda al mondo naturale in quanto mutevole, vitale, terribile o dolcissimo, affascinante o conturbante. Metamorfosi è anche la trasformazione della natura in opera o viceversa, è la miniaturizzazione del macrocosmo o l’ampliamento del microcosmo.

Lo stesso corpo umano ricorre tra le opere…come i modelli di organi, i finti bulbi oculari, i teschi, i cervelli sotto formalina venivano collezionati nelle Wunderkammer. E questo viene chiarito subito all’ingresso alla mostra, con uno smodato (più di 8 metri di lunghezza) cuore di tessuto bianco e acciaio, azionato da macchine grandi come turbine idroelettriche, di Carlo Borer (1961). Meno tonitruanti e più stimolanti sono invece le interiora di Ai Weiwei realizzate in porcellana policroma super fragile, intitolate “Ruyi” come lo scettro cerimoniale legato al buddismo cinese o, nel folclore, il talismano porta fortuna a forma di serpente. E per rimanere in tema di organi non si può dimenticare i due cervelli di balenottera in terracotta di Claudia Losi, che decide di “fossilizzare” il nucleo cerebrale più grande al mondo, ma chissà con quali potenzialità. Sempre di origine organica o corporea, ma più astratte e meno esplicite, sono le sculture di maestri come Jean Arp (con i suoi bronzi levigati in forme a metà tra l’arcaico e l’erotico/fallico), Meret Oppenheim (con un disco piagato da invaginazioni bronzee) e Tony Cragg (con uno dei suoi visi di bronzo fatti solo di lineamenti diffusi circolarmente per tutto il perimetro della scultura). Un altro aspetto emerso in mostra è “il desiderio di dominare la natura” (DA), come succede con la cupola che Christiane Löhr realizza con piccoli gambi d’erba curvati verso il centro della micro struttura, puntellati da foglioline minuscole, come se l’architettura si fosse impossessata dell’ambiente naturale rendendolo parte esistenziale della sua struttura, eliminandovi l’artificio. Lupo Borgonovo, invece, parte dalla natura per creare qualcosa che rimanda sempre ad essa, ma eliminando ogni referente ambientale. Ear, per esempio, è un grande orecchio bronzeo installato a muro creato dal calco di un fungo ligneo: è diventato un telefono? un fossile? niente? E dal niente prende forma anche l’opera Joumon, dei funghi? degli invertebrati? originati in gomma siliconica bianca a partire dai calchi dei vuoti interni alle zucche. Di John Armleder, invece, c’è una sorta di grande lepidottero fatto di vetro soffiato di Murano, un organismo cristallizzato nello spazio, che riflette e mangia con i suoi tentacoli.

Insomma, la mostra offre un piccolo assaggio di un tema amplissimo e varissimo, a cui hanno attinto a piene mani gli scultori del XX e XXI secolo, riportandolo ad una dimensione primaria e ancestrale, traducendolo in forme semplici e quotidiane, trasferendolo in strutture intime, modulari, ibride…come le catene chimico-vegetali in acciaio di Loris Cecchini, i massi eterogenei (pietra lavica artificiale e scarti di computer) messi sotto teca da Julian Charrière, le meduse fatte di rete internamente vuota sospese a riempire un’intera sala espositiva di Benedetta Mori Ubaldini. La natura è come vittima di un processo intellettivo che la seziona, amplifica, duplica, ricrea artificialmente ed emula con i materiali che lei stessa offre, o con elementi che l’uomo, piano piano, sta creando per dimostrare a se stesso di essere imprevedibile come lo è lei.

[…] la natura
non corrisponde ai termini
che la conoscono: anch’essa
si libera ma il dove
in cui s’inoltra è luce diversa. (Michele Ranchetti)

Artisti in mostra: Ai Weiwei, John Armleder, Jean Arp, Selina Baumann, Mirko Baselgia, Alan Bogana, Carlo Borer, Lupo Borgonovo, Serge Brignoni, Lorenzo Cambin, Loris Cecchini, Julian Charrière, Tony Cragg. Matteo Emery, Luisa Figini & Rolando Raggenbass, Christian Gonzenbach, Christiane Löhr, Claudia Losi, Penelope Margaret Mackworth-Praed, Benedetta Mori Ubaldini, Meret Oppenheim, Julia Steiner, Gerda Steiner & Jörg Lenzlinger, Teres Wydler.

LUPO BORGONOVO  Ear, 2015  bronzo, 40 x 23 x 10 cm  Courtesy Lupo Borgonovo e  Monica De Cardenas Gallery

LUPO BORGONOVO Ear, 2015 bronzo, 40 x 23 x 10 cm Courtesy Lupo Borgonovo e Monica De Cardenas Gallery

CHRISTIANE LÖHR  Stengelquader, 2005  gambi dʼerba, 17 x 23 x 23 cm  Collezione privata

CHRISTIANE LÖHR Stengelquader, 2005 gambi dʼerba, 17 x 23 x 23 cm Collezione privata

MERET OPPENHEIM  Unterirdische Schleife, 1960/1977  bronzo, 8,5 x 12 x 1 cm  Collezione privata

MERET OPPENHEIM Unterirdische Schleife, 1960/1977 bronzo, 8,5 x 12 x 1 cm Collezione privata

AI WEIWEI  Ruyi, 2012  porcellana, 14 x 38 x 10 cm  Collezione privata  Courtesy Chambers Fine Art

AI WEIWEI Ruyi, 2012 porcellana, 14 x 38 x 10 cm Collezione privata Courtesy Chambers Fine Art