Memento. L'ossessione del visibile | Pietro Gaglianò

Memento. L’ossessione del visibile | Pietro Gaglianò

Nel greco antico il sostantivo che traduce l’italiano “monumento” ha anche il significato di “tomba”, e dalla radice dello stesso ha origine la parola μνημονεύω, “ricordare”. Da cui si originerebbe, poi, il latino “moneo”, traducibile con i poco neutri “informare”, “educare”, “persuadere”, dove è esplicito il rapporto impari tra chi compie l’azione e chi la recepisce, o addirittura subisce qualora moneo venga tradotto con i punitivi “punire” o “ammonire”. Qualora si voglia, in latino, trovare un vocabolo che traduca il neutrale “ricordare”, occorre ricorrere al verbo difettivo memini, un perfetto logico (verbo che ha la forma del perfetto ma è da tradurre col presente, indicando azioni che hanno conseguenze sul futuro) da tradurre con “ricordarsi”, “avere in mente”, o anche generalmente “pensare”. L’imperativo futuro (tempo verbale pieno di poeticità) di questo verbo è memento, nel significato di “ricorderai”, “terrai a mente”, e del malsano “ricordati di ricordare!”.

Il termine memento ha in italiano una forte carica oppressiva, come se in quel “ricordati!” sia intricata tutta la consapevolezza del nostro essere umani: ricordati chi sei, ricordati da dove vieni, ricordati quale passato hai alle spalle, ricordati cosa devi fare, ricordati dove devi andare, “ricordati, uomo, che sei polvere, e in polvere ritornerai” (“Memento homo quia pulvis es, et in pulverem reverteris”, come dice il sacerdote durante la Messa delle Ceneri). Però, come in cerca di protezione, la lingua (e dunque l’uomo) ha fatto in modo che da moneo avesse origine la parola monumentum, sia nel significato di “ricordo”, “memoria”, che di “monumento”, “sepolcro”, “tomba”. Per analogia semantica, il sostantivo monumentum ha anche memoria di memento: quasi per uno scherzo assurdo della lingua, in una parola (col suo referente esterno) che fa di tutto per sfidare il tempo e il tempus fugit (monumentum), c’è nascosta una delle locuzioni più permeate di fugacità di sempre: memento mori.

Memento è il titolo del libro che Pietro Gaglianò ha pubblicato con Postmedia Books pochi mesi fa, un’analisi del significato e del valore di un’imposizione figurale e della ricerca artistica all’interno dell’orizzonte visivo di una comunità. Tutto ha origine (ecco perché ha senso l’excursus etimologico) dal monumento rimasto incompiuto sulla collina del Monte Burrone di Livorno, che doveva essere eretto in memoria di Costanzo Ciano, uno dei personaggi più influenti della gerarchia fascista, aguzzino e profittatore, ma abile nel manovrare pensieri e menti dei cittadini sino a indurli ad una sua venerazione quasi senza ostacoli. Subito poco dopo la sua morte, avvenuta nel 1939, il podestà livornese Aleardo Campana si adoperò nell’organizzare la costruzione del mausoleo in memoria di Ciano, rimasto poi allo stato preliminare a causa dell’interruzione dei lavori nel 1943, appena dopo l’arresto di Benito Mussolini. Che valore ha, ora, questo sedimento della Storia? Come se ne relazionano i cittadini dopo oltre 70 anni? Per alcuni ha un esplicito rimando storiografico, per altri (le nuove generazioni) è perlopiù un’idea dimenticata di una costruzione chissà finalizzata a cosa: “la domanda che viene costantemente elusa, qui come altrove, riguarda il rapporto che le comunità costruiscono di sé attraverso quelle immagini che rappresentano la concentrazione visibile di intrecci di potere, volontà popolare, stratificazione della storia”.

Per questo Gaglianò ha scritto questo libro, per riflettere (anche) su come un monumento, un edifico, un’opera d’arte posti in uno spazio pubblico incidano sulle coscienze individuali di chi vi abita; su come il potere e le egemonie di ieri e di oggi agiscano nella loro attualità per accompagnare e stigmatizzare le immaginazioni e i pensieri della popolazione; su come gli artisti, invece, abbiano la possibilità (e la libertà di adoperarla) di operare da sé, privi di legami e autonomamente, per proporre opere che siano spunti di riflessione, momenti di pensiero alternativo, incoraggiamento a credere in ciò che si sente.

Il monumento diventa uno strumento coatto di insegnamento e formazione, nella volontà di incidere messaggi chiari nella mente di chi lo guarda: il monumento insegna quale storia debba essere tramandata (anche se travisata), quali persone ricordate, quali fatti dimenticati. Esso ha quindi l’obiettivo di riplasmare (magari edulcorando) il passato nell’oggi, di assecondare il futuro e, certamente, di incidere sul presente, e in modo meccanico e involontario: chi lo guarda lo elabora in modo inevitabile, spesso in continuità col suo messaggio (perché chi osserva spesso non ha gli strumenti e il tempo per elaborare una strada alternativa e ad esso dissonante). Ma una forma di resistenza c’è, ed è la memoria individuale “alimentata con processi immaginativi per proporre un tempo diverso” capace di agire da contraltare alla manipolazione del tempo e dello scenario visivo messo in atto dalle strategie del potere, nonché, oggi, dai mass media che hanno monopolizzato ogni aspetto della nostra vita. Insomma, con Gaglianò, “Se la memoria viene esercitata come attitudine consapevole e creativa coincide con la resistenza, ameno quanto quest’ultima coincide con l’immaginazione”.

Viene poi passato in rassegna il fenomeno odierno della condivisione compulsiva della propria intimità, del rapporto tra agiografia personale e stereotipizzazione collettiva del sé, in un contesto in cui vince il dominio del visibile come strumento con cui, ancora, disciplinarci tutti. Questi meccanismi hanno portato alla creazione e disposizione di un canone a cui chi gestisce la fruizione pubblica vuole indirizzare i cittadini, che, a loro volta, sono indotti a voler far parte di questo paradigma, soddisfandone i requisiti per poter far parte del tutto normalizzante. In uno scenario di questo tipo, “l’immaginazione, il desiderio, la liberazione individuale” (David Graeber) diventano gli stereotipi di un potere sovversivo o semplicemente alternativo pericoloso per chi vuole avanzare certi e selezionati messaggi. Allora Gaglianò propone esempi di artisti e opere che hanno saputo offrire scorci trasversali, prospettive altre e pensieri alternativi alla massificazione culturale che regna imperversando in ogni campo: “L’arte non è duale rispetto al potere, non lavora sulla frontalità, ma agisce con facoltà di rielaborazione e di sfondamento della realtà, in un continuo bilanciamento tra estetia e politica”, e ancora “Non ha senso aspettarsi che l’arte sia piacevole, e nemmeno che sia bella, non desiderando proporsi come una cosmesi del mondo, ma come un fondamento, a volte l’ultimo a disposizione, per osservare la realtà da un punto di vista inaspettato — e magari, volgendosi indietro, una volta arrivati a quel punto, allora sì, trovarla anche bella, sorprendente, ottimista”.

Si passa poi alla scoperta di artisti, collettivi, progetti e opere d’arte che hanno avuto e continuano ad avere il compito di riflettere sul sistema governativo di ieri e oggi, di pensare a forme alternative di elaborazione di idee, di ottimizzare la fruizione del pubblico, di incentivare un dialogo aperto e trasversale, di capire come agire e cosa proporre senza il peso dell’ammonimento monumentale o dell’insegnamento coercitivo, ma con la libertà che l’arte lascia e dona al pensiero e all’atto.