Martin Soto Climent, Under the immortal skin, 2018

Martin Soto Climent, Under the immortal skin, 2018

Nel comunicato stampa si parla dell’influenza, sull’artista, del dialogo che Socrate fa sull’amore nel Simposio di Platone. La dualità è la dimensione umana più propria. A metà tra il bello e il doloroso, l’amore tende alla completezza dell’animo. Si ama nel solco delle proprie mancanze, a prescindere che siano poi completate. In bilico tra uno stato d’estasi e l’annullamento, il vero amore è comunanza di animi e non di corpi. C’è dualità anche tra femminile e maschile, due sfumature di ogni individuo.

Martin Soto Climent utilizza collant, leggins, mutande e reggiseni e li spalma su pannelli di legno. Li usa in quanto seconde pelli, o almeno in quanto tessuti per loro natura i più vicini al corpo. Orme di vita appiattite nella galleria. Opacità, lucentezza e trasparenza servono come note di un linguaggio del riutilizzo, per esaltare i materiali quotidiani con cui, noi stessi, cerchiamo di mostrarci. “Soto Climent è alla costante ricerca del gesto poetico che trasforma, senza produrre, […] [della] capacità di animare l’inanimato […] l’arte non deve soccombere a questa insensata sovrapproduzione ma cercare, sprigionare e condividere quell’invisibile energia”.

Nascono seconde possibilità di vita nei ripiegamenti, nelle cuciture, nelle tensioni dei tessuti, nel riverbero dei colori. Gli indumenti diventano epidermici e poi terrestri. Le pieghe si fanno invaginazioni della crosta terreste. Artificiale, naturale e umano si mescolano in un unico grumo.

“If I use female objects its not to describe specific topics. I use them as a female energy, soft and flexible in contras of a male energy. For me the duality its not male-female as persons… its more like two sides of the same thing that complement each other… I guess its more close to the old Mexican idea of life… Like in Asia: Yin-Yan.
I believe we have to turn into a more female philosophy… less penetrant and damage. And I try to show it in each one of my works”. Aveva detto nel 2012.

In fondo alla galleria, l’artista ha lasciato una sorta di studio o laboratorio in cui ha realizzato le opere esposte. Rotoli di tessuti, ritagli, scarti, opere appese, bottiglie di vino, esperimenti. Tutto è stato lasciato come prova di un passaggio, forse di vita, o per evitare la freddezza distaccata a cui tendono a volte i lavori. Insomma per ricordarci che l’arte è “condivisione e unione” (da CS).

Martin Soto Climent, Under the immortal skin, 2018

Martin Soto Climent, Under the immortal skin, 2018

Martin Soto Climent, Under the immortal skin, 2018

Martin Soto Climent, Under the immortal skin, 2018

Martin Soto Climent, Under the immortal skin, 2018

Martin Soto Climent, Under the immortal skin, 2018

Martin Soto Climent, Under the immortal skin, 2018

Martin Soto Climent, Under the immortal skin, 2018