• Martial Raysse, Installation view, Palazzo Grassi - Pinault Collection, Venezia
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Come sottotitolo, questa grande retrospettiva ha “solo” bisogno di due date: 2015-1958. Oltre mezzo secolo descritto, compreso e osservato in profondità nelle opere di Martial Raysse, siano essi piccoli schizzi, grandi sculture di bronzo, coinvolgenti quadri dalle ampie dimensioni o installazioni al neon. La mostra si apre con una decina di teche che raccolgono, come fossero un diario fatto di piccoli oggetti, i tanti “frammenti” espressivi di Raysse. 

Scrive la curatrice Caroline Bourgeois :“Martial Raysse fa parte di quel ristretto novero di artisti per i quali la vera posta in gioco è il confronto con la “grande” storia dell’arte, e questo fin dall’inizio del suo percorso. Tale confronto può avvenire attraverso la presa di distanza, lo humour o la riproduzione delle opere dei maestri, in virtù del principio enunciato da Eugenio Garin in base al quale “imitare […] è assumere coscienza di sé, […] ritrovare la propria natura”. È così che, nel corso di tutta la vita, Raysse compie il proprio apprendistato, rendendo visibili – sullo sfondo, per così dire – non soltanto la storia dell’arte e i capolavori del Rinascimento, ma anche la banalità del quotidiano, dall’estetica dei Monoprix al tedio delle piccole cose.”

Alcune domande a Martial Raysse.

ATP: Il percorso della mostra si apre con opere recenti, in modo tale che ci consentano di veder le opere precedenti in modo diverso. Se dovessimo trovare un nesso, un filo invisibile che lega le opere degli inizi degli anni ’60 a quelle più recenti, quale sarebbe? Qual è il tema che ha sempre aleggiato nel tuo lavoro?

Martial Raysse: La gravità della vita, la serietà del momento. Penso anche alla violenza e al razzismo, che sono ancora in atto in questo preciso momento storico. Il mio lavoro si indirizza contro la violenza in generale. L’esperienza personale stessa mi ha condotta ad interessarmi della violenza.

ATP: Il tema che lega il percorso della mostra?

MR: L’artista non può fare che se stesso. E’ necessario capire che tutte le opere sono la vita dell’artista che durante la sua vita ha provato a imparare il suo mestiere e a migliorare. In ogni epoca ed in ogni momento ha provato a fare del suo meglio, per cui la mia opera è un tentativo per dare e fare il meglio in ogni momento. Ogni opera che ho fatto è stata pensata e realizzata con onestà e verità, dunque, nel loro complesso, vederle allestite tutte assieme in una grande mostra, mi fa molto piacere.

ATP: Molta parte della sua ricerca ha una stretta relazione con la storia dell’arte. Cosa ti affascina?  C’è un periodo che prediligi?

MR: Imparo da tutti i pittori. Da tutti posso imparare qualcosa, anche se esiguo. Ad esempio, c’è un piccolo disegno di Leonardo in mostra. Perché l’ho scelto? Perché ritengo che Leonardo sia il più sfuggente, il più difficile da afferrare tra gli artisti che ammiro. Potrei citare tanti altri artisti, come Savoldo, Moroni, Moretto da Brescia, i pre-caravaggisti, ma anche tanti paesaggisti dell’Ottocento. Quello che lega questi artisti è che quasi tutti hanno lavorato avendo come riferimenti i grandi maestri vissuti prima di loro. E così anche io… La storia dell’arte non è come la storia degli eventi, la storia dell’arte è come una “nuvola”, perché non ha età. Ad esempio, Raffaello sembra molto lontano nel tempo, ma in realtà per me è molto presente, per l’eccellenza e l’altezza della sua opera.

ATP: Un’opera che avresti voluto dipingere?

MR: Non credo che ci sia un quadro o un artista che avrei voluto essere. Senza contare che le mie preferenze cambiano  a seconda dei giorni, dell’umore, della luce, o semplicemente da come mi sento. E’ come se capissi e percepissi le opere d’arte a seconda di come mi sento, un po’ come le cose della vita.

ATP: La storia dell’arte, per molti aspetti, è un continuo negare ciò che è successo prima. E’ come se le generazioni che avanzano debbaono destrutturare o, appunto, negare ciò che le ha precedute. Cosa pensa di questa continua evoluzione?

MR: L’arte moderna e contemporanea non mi interessano così tanto. Non vedo questa evoluzione in senso positivo. Quello che avviene dopo Cezanne lo considero, per molti verso, un esercizio retorico. Dopo Cezanne, gli artisti per sviluppare il proprio lavoro, hanno elaborato quello che c’è stato prima di loro, andando a creare il fenomeno dell’“arte per l’arte”. Ogni opera è diventata così un’elaborazione (o una negazione) di ciò che c’è stato prima, senza aggiungere nulla a ciò che c’è già, o molto poco. Penso a ciò che è successo con “Les demoiselles d’Avignon”, dipinto nel 1907. Come accade nel “riflesso condizionato” di Pavlov, ci hanno insegnato che questa opera è un capolavoro e noi ci abbiamo creduto; quando in realtà bisognerebbe vederla per quello che è: un quadro dipinto in modo mediocre. Penso che sia una questione di qualità e di gerarchia. Se prendiamo un’opera di Matisse e una del Tiepolo, non c’è paragone, non è possibile mettere a confronto due loro opere. Un dipinto di Matisse è per molti versi autoreferenziale, mentre un capolavoro del Tiepolo parla di tutto noi.

Martial Raysse, Raysse Beach, 1962 Centre Pompidou - Musée national d'art moderne, Paris Installation view at Palazzo Grassi 2015 Ph : © Fulvio Orsenigo © Martial Raysse by SIAE 2015

Martial Raysse, Raysse Beach, 1962 Centre Pompidou – Musée national d’art moderne, Paris Installation view at Palazzo Grassi 2015 Ph : © Fulvio Orsenigo © Martial Raysse by SIAE 2015

ATP: Ma anche Pollock parla di noi, parla dell’ansietà del Novecento con le sue opere dense di pittura automatica e frenetica.

MR: Considero Pollock una sorta di “scherzo” nella storia dell’arte. Accanto a Tiepolo, una sua opera scomparirebbe. Non voglio essere irriverente: io mi riferisco alla “lingua”, al “linguaggio” della pittura. Ogni pittore ha il suo linguaggio e uno stile. La pittura è un linguaggio che si impara: un dipinto di un artista che ha lavorato per molto tempo con la pittura è diverso di un dipinto fatto da un altro artista che invece si improvvisa pittore. E’ una questione di dominare il mezzo pittorico, farne esperienze.E’ necessario guardare le opere di oggi, avendo sempre in mente le opere del passato. Se consideriamo la validità e la grandezza di Ingres e la confrontiamo con l’opera di Rothko, anche qui, il paragone non regge. La pittura moderna scompare, è sconfitta se paragonata con quella storica. Quello che conta è sempre la qualità. Se Poussin dovesse tornare in vita, dipingerebbe come Edward Hopper o Lucian Freud, se il Durer vivesse oggi, magari dipingerebbe come Otto Dix… C’è una trasmissione tra pittori, ed è anche una questione di tecnica. La volontà di “ben fare” e lo spirito impiegato nel fare le cose rimangono e sono sempre gli stessi; quello che cambia sono le tecniche e il modo di realizzare un’opera. L’arte moderna è, per molti versi, una forma continua ed evoluta di “manierismo”; non c’è più l’emozione profonda che animava gli artisti di secoli fa.

ATP: A proposito dei temi che hai affrontato nella tua lunga carriera, tra tutti, quello delle scene mitologiche è uno dei più presenti. Cosa ti affascina delle figure mitologiche? Possono essere viste come metafore dei tempi presenti?

MR: La mitologie è un teorema e dà tutte le soluzioni alle questioni umane. E’ una materia complessa che ha nessi con la filosofia e con la storia. Oggi, se una persona apre un giornale, ritrova le stesse storie, in un certo senso, che hanno raccontato gli antichi. La mitologia ha forti nessi con le vicende-archetipo del genere umano.

ATP: Per molti versi, la sua ricerca – sia a livello di tecniche, che di contenuto – cerca l’ “assoluto”: hai sempre cercato una tecnica perfetta e temi che sintetizzino l’umore del tempo.

MR: Sì, cerco temi e tecniche che trascendano il “qui e ora” e che entrino a far parte di qualcosa di più grande. 

ATP: Che sensazione ti dà vedere due opere dallo stesso soggetto come “Ici Plage, comme ici-bas”, (2012) e “Raysse Beach”, (1962), allestite vicine ma lontane mezzo secolo per quanto riguarda le date di realizzazione? 

MR: E’ molto commovente, perché è come se guardassi una mia vecchia foto di quando ero bambino. E’ come un ricordo lontano. Visti da vicino, “Raysse Beach” sembra un piccolo brano della scena dipinta in “Ici Plage, comme ici-bas”. Quest’ultima opera è il punto di arrivo, la sintesi di oltre cinquant’anni di lavoro.

ATP: Un altro tema a lei caro, è la rappresentazione delle donne. Perché la scelta di questo tema?

MR: Sono un femminista!! Amo molto le donne e ho fatto molto lavoro su me stesso per capirle. Penso che la differenza tra gli uomini e le donne sia che gli uomini hanno due o tre schemi mentali diversi, mentre le donne sono molto più variabili ed imprevedibili. Ogni donna è diversa dall’altra, mentre gli uomini sono più definibili.

ATP: Tornando alla pittura, la tua tavolozza è sempre stata molto vivace, caratterizzata da tonalità molto diverse ed intense. La scelta dei colori è guidata da motivazioni simboliche?

MR: Se la forma è giusta, il colore verrà naturalmente. Non decido mai se un colore stia bene affianco ad un altro… la vicinanza avviene naturalmente. Attraverso i colori, cerco di dare vita e per dare vita bisogna andare all’estremo dell’intensità del colore. Se dovessi citare un grande colorista, direi Pontormo. Un contemporaneo, citerei Andy Warhol, penso alla sua Marilyn Monroe, dai colori molto accesi, zigani. 

ATP: Nell’introdurre il suo lavoro, spesso vengono citati tantissimi artisti, da Raffaello a Leonardo, Bergeret, Tiziano, Delaroche, Filippo Lippi, Delacroix, Michelangelo… Cosa pensi di tutti questi confronti?

MR: I critici, per rafforzare le loro tesi, spesso citano e interpretano il rapporto tra gli artisti in modo, spesso, troppo semplicistico. Spesso vedono influenze ed aspetti comuni laddove non ci sono. Sono uomini… dunque hanno delle reazioni “umane”, dunque è anche una questione di sensibilità. Se un critico vede vicinanze in due artisti molto diversi, è probabile che ci sia stato un momento, nella carriera di questi, in cui hanno avuto le stesse intuizioni. A mio parere, io non condivido molte delle relazioni che i critici, invece, trovano con altri artisti nelle mie opere; semplicemente perché credo che anche se ho fatto soggetti simili ad altri artisti, rispetto a questi cambia la sensibilità, la conoscenza nel fare quel determinato lavoro.

ATP: Come scegli i temi delle tue opere? C’è una differenza tra pittura e scultura?

MR: Dipende molto dall’umore, da come mi sento in un certo momento. Mi sento prima di tutto un poeta, dunque ho una relazione con le tematiche che tratto, simile a quella che ha un poeta con la sua poesia. Ho scritto e scrivo molto. Dipingere, fare una scultura, scrivere componimenti: per quanto mi riguarda è tutto molto vicino. Sono forme diverse di espressione, ma i temi circolano dall’una all’altra.

ATP: Nella presentazione che hanno dato alla stampa della mostra, ti citano con una frase che hai pronunciato trent’anni fa: “Essere moderni significa prima di tutto vederci più chiaro”. Credi ancora in questa frase?

MR: Vedere più chiaro nel senso di vedere più chiaro dentro se stessi. In questo sento intendevo quella frase. Solo conoscendoci meglio, in modo più profondo, possiamo anche capire la realtà che ci circonda. Vedere più chiaramente la società significa anche capire cosa è bene e male, cosa permette alla società di andare avanti… o regredire. Dunque potrei ancora dire: vederci chiaro significa aver capito bene se stessi.

Martial Raysse, Ici Plage, comme ici- bas, 2012 Pinault Collection Ph: Arthus Boutin © Martial Raysse by SIAE 2015

Martial Raysse, Ici Plage, comme ici- bas, 2012 Pinault Collection Ph: Arthus Boutin © Martial Raysse by SIAE 2015

ATP: C’è un opera, nella tua lunga carriera, che sintetizza la poetica del tuo lavoro?

MR: Non sono forse la persona giusta per rispondere a questa domanda. E’ probabile che i visitatori potrebbero rispondere in modo più appropriato. Più che un’opera che sintetizza tutto il mio percorso, considero il grande dipinto “Ici Plage, comme ici-bas” una forma di testamento. Naturalmente oggi la penso così, magari domani ho già cambiato idea…

ATP: Che rapporto ha con la tecnologia e con i social media? Con le nuove tecnologie?

MR: Penso che facilitino la vita. Pensiamo siano molto moderne e funzionali… poi però, ci capita di vedere computer ultramoderni e molto piccoli con dietro tre metri di cavi. Penso anche all’ossessione di essere sempre connessi…  Senza contare che i computer sono sempre dipendenti dalle fonti di energia. Penso anche alle opere d’arte, che sempre più spesso hanno bisogno di particolari luci elettriche per essere viste. Un mio grande desiderio è quello che le mie opere siano visto con la luce naturale. Penso che sia assurdo dover vedere le mostre sempre con la luce artificiale, che rovina il colore “vero” dei quadri.

ATP: La mia ultima domanda. Nella tua carriera hai spesso fatto delle scelte che definirei ‘estreme’. Ti sei staccato da correnti o gruppi di artisti, hai rifiutato, per molti versi, di farti etichettare. Ti definirei una “voce fuori dal coro”, un artista defilato che ha continuato per tutta la carriera a fare scelte autonome ed originali.

MR: Probabilmente ho sempre fatto delle scelte seguendo la mia natura, il mio istinto. Non potevo fare altrimenti. E’ stato difficile alcune volte, perché notavo delle forme di ingiustizia. Non volevo infatti scendere troppo a compromessi. E’ il teatro della vita – tema che ho trattato molto con le mie opere – che ti induce a stare alla ribalta o lavorare, invece, in modo sotterraneo, ma più autentico. Io ho preferito questa seconda via. La storia dell’arte che conosciamo non è quella “vera”. La storia dell’arte, per molti versi, è fatta da chi vende. Non viviamo nel paradiso… il diavolo non esiste, ma ha molti ammiratori, che lavorano molto e si danno da fare. Per tornare al mondo dell’arte: il sistema dell’arte dà lavoro e impegna molto persone, ma, in fondo, non è così importante. Se una persona rimane integra, concentrata, non si deve preoccupare troppo delle correnti o dei trend. O ancora, delle vendite… L’importante è che un’artista creda in se stesso, in quello che fa e che lo faccia in modo onesto. Questa consapevolezza e integrità è un esempio per il resto della società. Questa è la cosa importante.

Quello che è veramente rivoluzionario oggi, è di far bene le cose. La società oggi è dominata dalla frenesia, tutto è molto superficiale, veloce e approssimativo. Penso che ritornare a “far bene le cose” sia veramente importante. Occorre fermare la tendenza che impone che siamo tutti sostituibili e intercambiabili. Quando in realtà non è vero. Bisogna fermarsi.

Martial Raysse, Installation view, Palazzo Grassi - Pinault Collection, Venezia

Martial Raysse, Installation view, Palazzo Grassi – Pinault Collection, Venezia

Martial Raysse, Fort le type!, 2011 Collection Martial Raysse Ph: © Matteo De Fina © Martial Raysse by SIAE 2015

Martial Raysse, Fort le type!, 2011 Collection Martial Raysse Ph: © Matteo De Fina © Martial Raysse by SIAE 2015

Martial Raysse, Temps couvert à Tangers, 2014 Collection Martial Raysse Ph: © Matteo De Fina © Martial Raysse by SIAE 2015

Martial Raysse, Temps couvert à Tangers, 2014 Collection Martial Raysse Ph: © Matteo De Fina © Martial Raysse by SIAE 2015

Martial Raysse Hop la huppe, 1986, Collection Martial Raysse D’une flèche mon cœur percé, 2008, Collection Kamel Mennour Salut les potes !, 2014, Collection Kamel Mennour La Feria, 2005, Courtesy kamel mennour, Paris Liberté chérie, Collection Martial Raysse Installation view at Palazzo Grassi 2015 Ph : © Fulvio Orsenigo © Martial Raysse by SIAE 2015

Martial Raysse Hop la huppe, 1986, Collection Martial Raysse D’une flèche mon cœur percé, 2008, Collection Kamel Mennour Salut les potes !, 2014, Collection Kamel Mennour La Feria, 2005, Courtesy kamel mennour, Paris Liberté chérie, Collection Martial Raysse Installation view at Palazzo Grassi 2015 Ph : © Fulvio Orsenigo © Martial Raysse by SIAE 2015