• Marta Ravasi. Petit Patisserie, 2016. Oil on canvas. 55 x 43 cm. Courtesy of the Artist and Fanta Spazio, Milan. Photo: Roberto Marossi
  • Installation view. Marta Ravasi, Violette di Marte, Fanta Spazio, Milan, 2016. Courtesy of the Artist and Fanta Spazio, Milan. Photo: Roberto Marossi
  • Marta Ravasi. Polish, 2017. Oil and vanish on canvas. 35 x 25 cm. Courtesy of the Artist and Fanta Spazio, Milan. Photo: Roberto Marossi
  • Marta Ravasi. The Ritz, 2016. Oil on canvas. 21 x 16 cm. Courtesy of the Artist and Fanta Spazio, Milan. Photo: Roberto Marossi

È in corso fino al 12 marzo 2017 la prima mostra personale di Marta Ravasi da Fanta Spazio, intitolata Violette di Marte. Sono esposti dipinti di piccole e medie dimensioni, pluristratificati, fisiologici, spontanei, ma densi come la profondità del mare salato. Di piccole o medie dimensioni, questi elementi intimi testimoniano uno sforzo sempre teso al superamento di sé, alla risoluzione del “tranello pittorico” di volta in volta reiterato, alla ricerca di un momento di soddisfazione (fisica e mentale), prescindendo sempre dalla consapevolezza dell’importanza, allo stesso tempo, di una “certa incompletezza” propria di ogni quadro…
I tentativi che mi offre [la pittura], i suoi colpi di scena e la fatica nell’insistere sistemando qualcosa che non va bene mi spostano in un tempo alterato, dilatato e profondo in cui forse ci sono solo io proiettata in uno spazio di lusso calma e voluttà“.

Di seguito alcune domande all’artista.

ATP: Nel descrivere i tuoi dipinti usi espressioni come “appetito sensuale”; racconti che c’è qualcosa nella pittura che ti “eccita”; dipingi delle cozze, dei pasticcini a forma di cigno, delle orge di molluschi. Mi sembra che l’aspetto erotico sia una cifra costante dei tuoi lavori, forse un tentativo di rendere erogena la tua pittura, di stimolare i sensi degli altri visivamente. Cosa ne pensi?

Marta Ravasi: Credo di aver usato queste parole non tanto per descrivere i miei quadri, quanto per definire il processo che ha portato al loro costruirsi.
Procedo lavorando sia sul mio nervosismo, che sulla mia euforia e ho il sospetto che il quadro in sé sia solo una tappa: mi piace infatti pensare al mio fare pittura come al gestire una struttura aperta che muta continuamente spesso in modo drastico durante la realizzazione e che continua a provocarmi quando una volta definita mi fermo e la guardo.
Indubbiamente questo meccanismo, forse un po’ generale, ha a che fare con l’erotismo perché passa attraverso la gestione dei sensi, sia per quanto riguarda il fare fisico della pittura, sia nell’atto del guardare, entrambi spinti da un’unica decisione che è quella di lasciarsi andare. In questo senso non c’è un dichiarato tentativo di stimolare i sensi degli altri, quanto quello di seguire i miei, per questo motivo ho parlato di appetito. Forse si può chiamare autoerotismo: sfregare questa superficie delimitata come se fosse la mia, guardarla per tempi indefiniti per poi lasciarmi sorprendere in un momento di piacere che riconosco chiaro e che mi fa fermare.
Il fatto che anche i soggetti abbiano delle connotazioni sessuali è involontario e di poco rilievo, quello che cerco sono soluzioni formali a me inaspettate. Petit Patisserie mi viene particolarmente in mente: da uno sfondo verde molto sporco si ripetono elementi dalla stessa struttura ma con differenti consistenze e qualità. Mi piace molto come una pennellata limpida azzurra definisca l’ultima coda, ecco questo mi eccita più del mio pensiero bulimico riferito ai cigni di panna.

ATP: In merito a questi soggetti, come li scegli, cosa ti attrae tanto da renderli protagonisti dei tuoi quadri?

M.R.: Alla base della scelta di questi soggetti non vi è una vera e propria decisione, quanto il seguire dei suggerimenti che emergono in modo quasi automatico mentre dipingo. Si tratta di riferimenti a oggetti e situazioni personali forse apparentemente insignificanti, ai quali appaio un valore simbolico spesso solo in seguito.
Lavoro anche da una serie di immagini che colleziono e che tento di tenere come referenze, dalle quali parto con un approccio molto razionale che presto o tardi abbandono per soggetti più discreti. Vorrei affrontare nel modo più semplice e basico possibile la questione della pittura figurativa: cioè un’immagine data da un soggetto e il suo contorno.
Ma questa semplicità risulta spesso creare più complicazioni del previsto…

installation view. Marta Ravasi, Violette di Marte, Fanta Spazio, Milan, 2016. Courtesy of the Artist and Fanta Spazio, Milan. Photo: Roberto Marossi

installation view. Marta Ravasi, Violette di Marte, Fanta Spazio, Milan, 2016. Courtesy of the Artist and Fanta Spazio, Milan. Photo: Roberto Marossi

ATP: Tutti i dipinti esposti partono da un’immagine figurativa, che poi elimini con strati di colore, quasi automatici, spontanei, fisiologici. Mi spiegheresti il procedimento con cui realizzi i tuoi lavori?

M.R.: Considero la tela come un problema da risolvere, la cui soluzione è sempre differente. Principalmente si tratta di un problema formale. Il punto di partenza è sempre un’ immagine figurativa, che è un po’ in rappresentanza dell’ idea di pittura che vorrei fare, ma si tratta di un tranello perché presto sono insoddisfatta e frustrata. A questo punto mi provoco velocemente cancellandola, sabotandola e la dimentico sotto degli strati nuovi e imprevisti. Un quadro su cui ho insistito molto è Polish, molto piccolo e dimesso, dalla superficie spessa dal colore complesso. Su questa superficie si leggono tre coppie di mani seguendo la disposizione delle macchioline colorate verdi, lilla e rosa fatte con smalto per unghie. Il verde chiaro fa sembrare il verde dello sfondo meno verde, il lilla, che poi era lo smalto che indossavo mentre ho dipinto il quadro, è invece dello stesso tono dello sfondo e a una certa ora del giorno vi si confonde perfettamente. Le macchie rosa invece alla base del quadro sono più piccole, forse di mani più giovani. Il bordo di questo quadro è sporchissimo e testimonia tutti i passaggi precedenti, che non contano più, o forse di cui semplicemente non mi interessa più parlarne.

ATP: Arrivando dal titolo, perché hai scelto Violette di Marte?

M.R.: A novembre, mentre lavoravo ai quadri per la mostra, stavo raccogliendo le mie referenze, in particolare ricordavo un quadro che avevo visto sfogliando un catalogo ma di cui avevo una memoria vaga. Tento di ricordarmi il titolo e lo cerco su google: Violet De Mer, Violetta di Mare, mi appare invece questo mollusco, che in italiano si chiama Limone di mare. Mi sono sorpresa molto, dato che l’unico mio quadro a cui mi stavo appigliando in quel momento era Saffron Sauce – che apre la mostra da solo sulla parete sinistra. Era un quadro che mi turbava e che mi attraeva allo stesso tempo, che avevo terminato al buoi molto velocemente, cancellando il lavoro paziente di giorni su un’altra immagine. Il viola del quadro non è Viola di Marte, ma è a questo sovrapponibile. Ho voluto riconoscere la serie di coincidenze come la conferma che stessi andando nella direzione giusta. Il quadro che cercavo è November (Violet de Mars) 1963, di Ben Nicholson. Le cozze invece sono in salsa di zafferano – che però come ingrediente nel quadro manca – direttamente dal menù di un ristorante in cui ho lavorato. Quella manciata di gusci neri sudici e unti con all’interno quelle linguette rosa servite in pentolini semipieni di salsa gialla erano per me una composizione bellissima, il ritratto di qualcosa che mi emoziona.

ATP: Hai detto: “ Quello che cerco, che mi attrae ma mi infastidisce di certa pittura è che sia così al minimo indispensabile, che sia povera, che sia un tentativo fallito”. Mi chiariresti questo aspetto?

M.R.: Si, quello che mi piace di alcuni quadri è una certa incompletezza, come se fossero lasciati un attimo prima del previsto. Meglio se hanno qualche difetto. Non ho parole per spiegarmi meglio… nei momenti di frustrazione penso: ma cosa pretendo? Sto solo sfregando dei peli su un tessuto. C’è qualcosa di abbastanza patetico ma molto romantico in questo. Puoi forse guardare il quadro The Ritz per capirmi meglio, riproduce il brutto logo del lussuosissimo albergo di Londra.

ATP: Quello che vuoi, a parole tue, è “arrivare a un punto in cui il quadro è sfinito ma fresco e finalmente è lui. Ci vuole esercizio, una maratona, una punizione”. C’è chi trova una forma d’espressione (poesia, racconto, pittura, performance,…) che abbia un tempo adatto e coerente al suo stesso modo di riflettere, ragionare, indagare… La pittura che tempo ti offre? Perché l’hai scelta?

M.R.: Si può scegliere quando ci sono alternative e si può scegliere quando non ce ne sono, per quanto riguarda me credo di non averne: la pittura infatti coincide al mio modo di pensare e di agire. I tentativi che mi offre, i suoi colpi di scena e la fatica nell’insistere sistemando qualcosa che non va bene mi spostano in un tempo alterato, dilatato e profondo in cui forse ci sono solo io proiettata in uno spazio di lusso calma e voluttà.

Marta Ravasi. Saffron Souce, 2016. Oil on canvas. 45 x 35 cm. Courtesy of the Artist and Fanta Spazio, Milan. Photo: Roberto Marossi

Marta Ravasi. Saffron Souce, 2016. Oil on canvas. 45 x 35 cm. Courtesy of the Artist and Fanta Spazio, Milan. Photo: Roberto Marossi

installation view. Marta Ravasi, Violette di Marte, Fanta Spazio, Milan, 2016. Courtesy of the Artist and Fanta Spazio, Milan. Photo: Roberto Marossi

installation view. Marta Ravasi, Violette di Marte, Fanta Spazio, Milan, 2016. Courtesy of the Artist and Fanta Spazio, Milan. Photo: Roberto Marossi