• Chelpa Ferro, Spacemen/Cavemen - Installation view at Marsèlleria, Milan – photo Sara Scanderebech
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  • Chelpa Ferro - Spacemen/Cavemen_exhibition view at ECO - Ph. Clara Gouvea - Courtesy Galleria Sprovieri, London
  • Chelpa Ferro, Spacemen/Cavemen - Installation view at Marsèlleria, Milan – photo Sara Scanderebech - Details
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  • Chelpa Ferro - Spacemen/Cavemen - Ph. Rafael Canãs - Courtesy Galleria Sprovieri, London

Lo spazio in via privata Rezia 2 di Marsèlleria, che ospita l’intervento del collettivo brasiliano Chelpa Ferro, ha assunto i connotati di una grotta in cui l’uomo dello spazio e quello delle caverne si incontrano, in una commistione tra avanguardia e primordialità.
I tre artisti, Barrão, Luiz Zerbini e Sergio Mekler si muovono nell’universo del suono e dell’installazione, composta da oggetti prelevati dal quotidiano, da loro trattati come materie da modellare e riplasmare. Spacemen/Cavemen è il risultato della riproposizione di un lavoro esposto già in precedenza e che per Marsèlleria presenta una nuova specificità, dettata dalla forma dello spazio e dal clima milanese.

La configurazione di questa mostra si distingue infatti da quella realizzata per la Galleria Sprovieri di Londra per le forti caratteristiche di spazio e luce di Marsèlleria. Percorriamo una discesa per raggiungere la caverna in cui il buio è interrotto da luci calde, che seguono il ritmo di una danza incalzante.
Sorpresi dal tagliente freddo della città, Chelpa Ferro, dopo aver conosciuto Canedicoda, artista attivo nell’ambito musicale, del design e della moda, hanno realizzato delle coperte colorate con cui tenersi al caldo durante la performance avvenuta in occasione dell’inaugurazione. Sdraiati su amache sospese a mezz’aria, i tre hanno composto una sinfonia elettronica, originata dall’interazione di un’orchestra composta da tre strumenti, collegati a un amplificatore posizionato al centro della stanza, e dei suoni campionati registrati in precedenza. A dividere lo spazio, due totem di oggetti intrecciati, agganciati a corde che li tengono appesi a pochi centimetri da terra.    Ciascuno di loro era impegnato in una precisa azione. Luiz Zerbini, con dei fogli appoggiati su una tavoletta di legno, faceva emergere il rumore vibrante della scrittura, Sergio Mekler giocava con l’antenna di un sintetizzatore ormai datato, mentre Barrão manipolava un piccolo mixer portatile.
Chelpa/Ferro ha inscenato una partitura del tutto arbitraria e spontanea, similmente riproposta in mostra. Ad accoglierci infatti è la registrazione di suoni provenienti da oggetti del quotidiano, a cui gli artisti vogliono dare voce. La combinazione tra elementi tecnologici, ormai desueti, e materiali comuni crea un cortocircuito di senso che rende difficile la collocazione spazio-temporale in cui inserire la loro opera. Distanti, ma accumunati dall’appartenenza alla stessa specie, spacemen e cavemen sono difficili da collocare. Si tratta di una nobilitazione dei materiali umili e di una restituzione di dignità, generata dalla disciplina arte.

Chelpa Ferro, Spacemen/Cavemen - Installation view at Marsèlleria, Milan – photo Sara Scanderebech

Chelpa Ferro, Spacemen/Cavemen – Installation view at Marsèlleria, Milan – photo Sara Scanderebech

A seguire un’intervista al collettivo Chelpa Ferro che analizza il ruolo dell’oggetto, della sospensione e della site-specifity nella loro pratica artistica.

Giulia Gelmini: Gli oggetti che utilizzate sembrano possedere una voce nascosta, intrinseca alla loro materialità a cui voi, con il vostro intervento, donate il potere della parola. Che cosa pensate dell’animismo? È una teoria che ha influito sulla vostra pratica artistica?

Barrão: Gli oggetti che abbiamo usato per costruire questa installazione erano inutilizzati quando li abbiamo trovati. Erano assemblati e uniti ad altri oggetti e la loro funzione originale era stata trasformata. Mi piace chiamarla reincarnazione dell’oggetto. Pensiamo sempre a una reincarnazione quando il corpo finisce e l’anima no. Qui, il corpo degli oggetti rimane e gli viene data una nuova anima. Questi oggetti, prodotti in serie e in quantità industriali, ora diventano unici. Essi vengono allontanati dalle funzioni per le quali erano stati pensati e vengono usati in modo particolare. Ciò che era una pila per contenere elettroliti o una vecchia lampada ora si presta per generare suoni di piccoli amplificatori. C’è anche un materiale non-tattile che Spacemen/Cavemen genera: le due torri producono e conducono energia. Luce e suono si propagano nello spazio.

Luiz Zerbini: Parte del suono che si sente nell’installazione viene da alcune registrazioni che abbiamo trovato in internet; voci prese da mezzi di comunicazione elettronici con alcune voci di persone già morte e suoni dallo spazio. Non si possono capire le parole, non c’è un significato. Perciò il lavoro riguarda più il rumore che proviene da un altro mondo, un luogo altro. Ci sono alcune mancanze, errori di realtà. In mia opinione l’animismo e il prospettismo (che conosco in modo superficiale) sono le teorie più interessanti e rivoluzionarie di cui ho mai sentito parlare. La rivoluzione che pensiamo arriverà non ha niente a che vedere con la tecnologia, il futuro o i viaggi nello spazio. Va nella direzione opposta. Credo che tutto abbia uno spirito. Piante, animali, rocce, l’acqua, la sabbia. Ho letto articoli riguardo al modo in cui le piante comunicano. La scienza è così vicina al provare che le radici siano una sorta di cervello. Le piante possono sentire, pensare e comunicare. Qualche anno fa la gente non pensava esse fossero in grado di fare tutto ciò. È difficile vivere in un mondo così affollato di spiriti.

GG: Al centro della stanza ci sono due totem composti da oggetti quotidiani, uniti per dare forma a qualcosa di nuovo. Sono sospesi a pochi centimetri dal suolo come se stessero fluttuando nell’aria. Non toccano il suolo e perdono la loro funzione primaria, quella legata al loro uso utilitaristico; in un certo senso non sono più utilizzabili poiché diventano parte di un complesso sistema governato da un nuovo significato. Ora sono sculture. Qual è il significato della sospensione nel vostro lavoro?

B: Tutto galleggia. Persino noi siamo sulle amache. Le corde e le cinghie che sorreggono Spacemen/Cavemen nella stanza danno all’installazione un senso di leggerezza, con un’oscillazione, come se stesse galleggiando sul mare. Le corde che connettono le due torri, i muri che intersecano e creano un intreccio simile a una rete web pronta a catturare segnali, vibrazioni. Essi creano anche una tensione che sposta l’attenzione verso il dialogo tra luce e suono.

LZ: L’idea venne dai cartelli galleggianti fatti con poliuretano e legno che i marinai usano per segnare i posti in cui lasciano le loro reti. Delle bandiere visibili a distanza. Con il tempo, il mare e il sole causano dei danni all’oggetto che per noi come hai detto, sono sculture scolpite dal tempo. Abbiamo un riguardo speciale per questo tipo di sculture ready-made di oggetti trovati ovunque. La sospensione era un modo di riprodurre quell’ondeggiamento tipico del mare. Le torri di luci e suono insieme suggeriscono un’interessante conversazione in codice.

Chelpa Ferro, Spacemen/Cavemen - Installation view at Marsèlleria, Milan – photo Sara Scanderebech

Chelpa Ferro, Spacemen/Cavemen – Installation view at Marsèlleria, Milan – photo Sara Scanderebech

GG: Ogni volta che performate per questa mostra siete musicisti di un’orchestra composta da vecchi oggetti tecnologici ormai abbandonati che appartengono al passato. In questa azione di riuso, date di nuovo voce a qualcosa che, per via del progresso tecnologico, è ora obsoleto. Come avete scelto i tre oggetti che guidano la performance musicale di Spacemen/Cavemen?

B: In questi anni il collettivo Chelpa Ferro ha utilizzato strumenti convenzionali e strumenti realizzati dal gruppo stesso. Per questa performance abbiamo suonato strumenti che creano suoni simili a quelli presenti nell’installazione Spacemen/Cavemen. Questi sono suoni che ci hanno costretto a fare un tentativo per creare un contatto e mantenere la comunicazione. Sono suoni che sembrano segnali e codici. Abbiamo usato radio con sintetizzatori DIY (do-it-yourself) all’interno, che producono suoni molto rudimentali. Io usavo anche sequenziatori Lo-fi. Questi strumenti hanno caratteristiche visive simili a quelle dell’installazione. Appartengono allo stesso universo. Sono pezzi che si sono reinventati.

LZ: Suoniamo insieme dal 1995 e alcuni strumenti e suoni vengono proprio da quegli anni, uniti a nuovi inclusi nell’ultimo periodo. Barrão è il nostro ingegnere del suono e lo strumento elettronico che stavo suonando era fatto da lui. L’altro, era una classica cartellina per appunti che ho comprato, sulla quale era incollato un microfono a sensore. Esso catturava il suono della penna che scorreva sulla tavoletta mentre disegnavo. Tutto qui, tecnologia molto basilare. Da sempre. Ora siamo anche meccanici e analogici. Un animo obsoleto, da un punto di vista tecnologico, ma connesso con la rivoluzione animista.

Sergio Mekler: Suoniamo insieme da molto e a seconda della situazione abbiamo strumenti diversi. In Spacemen/Cavemen il suono della performance ha lo stesso concetto dell’installazione. Barrão ha realizzato per noi tre radio diverse. La mia era come uno strano theremin, funzionava come uno walkman obsoleto e catturava il caldo della mia mano per produrre suoni, come un ricettore di energie. Ero io a mandare segnali a Luiz, Barrão e al pubblico. L’altro strumento che ho usato è un vecchio campionatore. Abbiamo registrato alcuni suoni che ci piacevano e io li combinavo dando vita a nuovi significati.

GG: Marsèlleria è uno spazio molto caratterizzato in cui il buio gioca un ruolo fondamentale. Pensate che lo spazio abbia influenzato la vostra performance? Potete notare differenze rispetto a precedenti versioni di questa mostra?

B: Il fatto che lo spazio di Marsèlleria fosse un seminterrato, che la performance sia avvenuta in inverno e che la nostra scelta sia ricaduta su un’illuminazione puntuale e drammatica ha contribuito a creare un clima molto intenso. Il pubblico è rimasto focalizzato su ciò che stava accadendo e questo ha reso più semplice una connessione tra tutte le cose.

LZ: Si, definitivamente. Lo spazio e per la prima volta il clima. Da Marsèlleria mostriamo la versione buia e invernale di Spacemen/Cavemen. È molto bello quando qualcosa cambia per necessità e questo succede abbastanza. Il lavoro ha alcune luci che al buio brillano sicuramente meglio. Le amache e le coperte arricchiscono l’opera e la rendono più comoda. È sempre bello fare collaborazioni e il lavoro di Giovanni era perfetto con le amache.

SM: La prima volta che abbiamo mostrato Spacemen/Cavemen è stato a Recife, accanto alla spiaggia. Era molto luminoso e l’installazione ondeggiava lentamente per via della brezza. Nel catalogo Jorge Espinho scrisse: “Spacemen/Cavemen è un concetto ironico che confonde le epoche o le illumina; una sonora e radiante installazione, fiera e decadente, sospesa in un tempo che va oltre il tempo”. Ora nel seminterrato di Marsèlleria, scuro e freddo, tutto sembra più reale e distopico.

Chelpa Ferro, Spacemen/Cavemen - Installation view at Marsèlleria, Milan – photo Sara Scanderebech - Details

Chelpa Ferro, Spacemen/Cavemen – Installation view at Marsèlleria, Milan – photo Sara Scanderebech – Details

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