• Marko Tadic, Until a breath of air, 2014, stop animation - still, Courtesy Laura Bulian Gallery
  • Marko Tadic, We used to call it moon #2, ink on postcard, 2011, 15x10cm, Courtesy Laura Bulian Gallery
  • Marko Tadic. Imagine a moving image, exhibition view, Courtesy Laura Bulian Gallery, 2016 (13)
  • Marko Tadic. Imagine a moving image, exhibition view, Courtesy Laura Bulian Gallery, 2016 (12)
  • Marko Tadic, Inside,2016, ink and plastic on vintage paper, 38x26cm, Courtesy Laura Bulian Gallery
  • Marko Tadic, Lake view, 2016, grattage on a vintage photo, stickers, cm 7x10,Courtesy Laura Bulian Gallery

C’è un immagine molto affascinante nell’homepage del sito dell’artista croato Marko Tadić: una stampa rappresenta due uomini in un laboratorio dove piccole scimmiette spiritate lanciano in una grande pentola degli oggetti che, bollendo, emanano serpentelli e strani ghirigori. Un uomo dal ghigno funesto studia l’ambiente mentre l’altro è rapito nell’osservare in lontananza una donna che dorme. Non mi è dato sapere il motivo per cui l’arista abbia deciso di ‘presentarsi’ in rete con questa misteriosa immagine. Mi piace pensarla come un preambolo della complessa – ma al tempo stesso giocosa – mostra personale “Imagine a Moving Image” a cura di Marco Scotini ospitata alla Laura Bulian Gallery di Milano (fino al 15 giugno).

La ricerca dell’artista sembra, come introduce il titolo della mostra, imbastire un denso percorso in cui le immagini si richiamano (e rincorrono) passando da diversi supporti – carta, oggetti, pellicola -, ma anche combinandosi semanticamente per raccontare il concetto stesso di imago: imagem, dal latino immagine, imitaginem; dalla radice di mimos, imitatore. Ecco che, guidati dall’idea che le immagini imitino altre immagini (mimesis) passando dalle loro forme statiche, i collages, a quelle in movimento – video animazioni in stop animation – scopriamo le visioni utopiche dell’artista. Viaggio idealizzato nell’ideologia ed estetica modernista, la congerie creativa di Tadić si compone come un puzzle espositivo che inizia con una lunga serie di acrilici su carta, in maquette, continua con sale di proiezione lillipuziane, ma anche “Table of Contents”, come le titola l’artista. Ovunque, il filo conduttore è il disegno che a volte si fa mimetico e descrittivo, altre volte diventa astratto, quasi rovinoso. L’oscillare tra forme che raccontano e forme più astratte procura un ritmo investigativo nell’attraversare la mostra: i continui rimandi tra opere su carta, ricostruzioni sceniche nei piccoli modelli e le video animazioni, ci invitano sì a seguire le narrazioni dell’artista, ma ci stimolano anche a coglierne di volta in volta i rimandi. Architettura, modernismo e post-moderno, costruttivismo… ma anche piccoli indizi alla storia dell’arte del ‘900, dalle avanguardie storiche a casi singoli di opere iper-iconiche.

Nel puntuale testo in mostra scritto da Ana Dević (membro di What, how and for whom / WHW), la curatrice evidenzia alcune caratteristiche della mostra: atmosfera di una Wunderkammer con display modernisti, opere concepite da un “instancabile fantasia che attualizza le potenzialità utopiche del gioco”, gli impulsi dell’artista di “creare film attraverso diverse forme di recupero, disegno, intervento … o anche solo di osservazione”.

In merito all’atto dell’osservare la Dević sembra aver colto, a mio parere, il fulcro sostanziale della mostra: osserva con piglio analitico l’artista che, nel rimbalzo tra i diversi mezzi espressivi che utilizza, sviscera le forme, tanto da creare storie potenziali. Esempio ne sia la stop motion animation “We used to call it: Moon” (2011/2012): un affascinante storia dai rimandi alla letteratura di fantascienza – “L’invenzione di Morel” di Adolf Bioy Cesares e “Dalla Terra alla Luna” di Jules Verne – dove, osservando con uno stupore quasi infantile, seguiamo le avventure della luna (ma anche delle tante lune immaginarie) che attraversa cieli, stanze, montagne… O anche l’opera, secondo il mio punto di osservazione, “Table of Contents”: un piccolo spazio architetturale dove, attorno al proiettore di diapositive si anima un mondo fatto di oggetti di recupero o artefatti – rotoli di scotch, creta, leggere strutture auto-portanti, libri – che sembrano raccontare, in miniatura, i viaggi immaginari dell’artista, dove cinema, disegno e installazioni diventano strumenti per sempre nuovi racconti.

Ritorna ancora l’atto dell’osservare – poco sopra ricordate i due uomini, uno che osserva il processo di ebollizione e l’altro una donna – che l’artista ci chiede: sbirciare tra gli spazi ridotti delle maquette, avvicinarci nelle piccole sale nere di proiezione, osservare le immagini in movimento, risolvere i disegni che, come rebus, ci raccontano vicende passare (o in divenire).

 Laura Bulian Gallery ospita nella Sala Carroponte — martedì 24 maggio alle 18.30 – una conversazione tra l’artista Marko Tadić, Branka Bancic e Marco Scotini.

Marko  Tadic. Imagine a moving image, exhibition view, Courtesy Laura Bulian Gallery, 2016

Marko Tadic. Imagine a moving image, exhibition view, Courtesy Laura Bulian Gallery, 2016

Marko Tadic, Until a breath of air, 2014, stop animation - still, Courtesy Laura Bulian Gallery

Marko Tadic, Until a breath of air, 2014, stop animation – still, Courtesy Laura Bulian Gallery

Marko  Tadic. Imagine a moving image, exhibition view, Courtesy Laura Bulian Gallery, 2016

Marko Tadic. Imagine a moving image, exhibition view, Courtesy Laura Bulian Gallery, 2016