Mark Wallinger , Passport Control, 1988 6 C-prints mounted on aluminium, 132 x 101.6 cm / 52 x 40 inches each, 6 parts Ph. OKNOstudio

Mark Wallinger , Passport Control, 1988 – 6 C-prints mounted on aluminium, 132 x 101.6 cm / 52 x 40 inches each, 6 parts Ph. OKNOstudio

Testo di Gemma Fantacci

Il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci rende omaggio agli ultimi 30 anni di carriera dell’artista inglese Mark Wallinger con la mostra MARK WALLINGER MARK, frutto della collaborazione con il British Council. La personale, fortemente voluta dall’ex direttore Fabio Cavalucci e visitabile fino al 12 Agosto, propone una selezione delle opere più significative dell’artista risalenti al periodo 1988-2018, offrendo un ampio sguardo sui temi cari all’indagine artistica di Wallinger, che si concentra sulla complessità e le contraddizioni della contemporaneità.

Il percorso espositivo mette in risalto la profondità della poetica dell’artista che, come un puzzle, si compone di molteplici tessere volte ad analizzare la condizione dell’individuo su due grandi livelli. Da una parte quello collettivo, in cui si sottolinea l’urgenza nel confrontarsi apertamente con la società e le differenze culturali che la compongono; dall’altro quello individuale, in cui l’uomo si misura con le mille sfaccettature che l’io assume nella quotidianità. MARK WALLINGER MARK si apre con una delle opere più celebri dell’artista, Ecce Homo (1999-2000), esposta nel 1999 nella piazza di Trafalgar Square a Londra. La scultura, che fa riferimento al momento in cui Ponzio Pilato pronuncia quelle parole fatidiche mostrando il corpo martoriato di Gesù Cristo ai Giudei, accoglie l’osservatore ponendolo immediatamente di fronte ad un duro faccia a faccia con la figura del martire contemporaneo, il migrante. Questo momento solenne obbliga a riflettere sulla condizione di precarietà dell’individuo e sul calvario affrontato da persone costrette a fuggire da persecuzioni e violenze di vario tipo. La melodia del Miserere che echeggia nella stanza, invita a continuare questo processo di confronto con l’alterità attraverso la video installazione Threshold to the Kingdom (2000), che ritrae in slow motion alcune persone uscire attraverso le porte degli arrivi internazionali dell’aeroporto. I loro passi sono scanditi dal Miserere di Allegri, che unisce la ritualità dei gesti propria dei luoghi sacri a quella che caratterizza le diverse fasi dell’uscita dall’aeroporto. Questa zona franca rappresenta per alcuni un nuovo inizio, ma per altri denota invece l’impossibilità di entrare in un paese e il calvario della verifica della propria identitàper ottenere il lasciapassare. Passport Control (1988), una delle opere più significative di Wallinger, acquista oggi più che mai una valenza universale. L’artista si è scattato sei fototessere e, con un pennarello, ha disegnato sopra il proprio volto i tratti stereotipati di alcune etnie: un arabo con baffi e kefiah, un sikh con il turbante, un ebreo chassidico con baffi e boccoli laterali. Questo intervento di denuncia sociale condanna la tendenza alla chiusura che molti paesi stanno mostrando con le proprie politiche estere, dall’America di Trump fino ad alcuni paesi dell’Europa, che alimentano l’odio e la diffidenza nei confronti dell’altro. Il secondo momento della personale dell’artista è caratterizzato da una ricerca che verte sulla sfera individuale e sull’ego. Il passaggio da una dimensione globale ad una personale ha inizio con la serie degli id Paintings (2015-2016), imponenti tele che mostrano segni di gesti speculari. L’artista ha infatti steso il colore utilizzando tutto il suo corpo compiendo movimenti simmetrici, il cui risultato ricorda le immagini del test di Rorschach. Questa simmetria si riversa anche nelle incredibili dimensioni delle tele, alte il doppio dell’apertura delle braccia dell’artista e larghe quanto l’altezza, evocando l’armonia dell’Uomo Vitruviano.

Mark Wallinger, id Painting 50, 2015 Acrylic on canvas, 360 x 180 cm / 141 3/4 x 70 7/8 inches Courtesy the artist and Hauser & Wirth Photo: © Alex Delfanne

Mark Wallinger, id Painting 50, 2015 Acrylic on canvas, 360 x 180 cm / 141 3/4 x 70 7/8 inches Courtesy the artist and Hauser & Wirth Photo: © Alex Delfanne

L’osservatore è invitato ad intraprendere un confronto con se stesso attraverso la decodificazione delle figure suggerite dai segni pittorici, interrogandosi così sul rapporto che intercorre tra gesto, immagine ed identità, e quale dei tre sia fondamentale per la conoscenza di noi stessi e l’altro. Wallinger cerca di dare forma alle svariate personalità dell’ego con una serie di interventi diversi tra loro. Una duplice azione di appropriazione mette in dialogo l’ego dell’individuo come uomo e quello dell’artista come creatore: da un lato si ha la ricostruzione dei moti dell’animo nella poesia Adam (2003), nata dall’appropriazione di alcuni dei capoversi che hanno inizio con il pronome inglese I, io, dei componimenti poetici dell’antologia The Golden Treasury di Palgrave, sottolineando così la nascita del primo io, ovvero Adamo; e dall’altro la sovversione del celebre affresco della Creazione di Adamo di Michelangelo, a cui l’artista sostituisce le foto delle sue mani scattate con l’iPhone, ribandendo la sua duplice natura di individuo e creatore. Nella serie Self Portraits (2007-2015) e in Self(Symbol) (2017), invece, l’artista interpreta materialmente la molteplicità delle sembianze che il pronome io assume attraverso la scultura, caratteri tipografici, segni evanescenti e silhouette quasi umane.

La mostra chiude questa doppia indagine individuale e collettiva con opere che si rivolgono alla quotidianità e al rapporto tra uomo e ambiente. Shadow Walker (2011) e MARK (2010) sono due tentativi di appropriazione messi in atto da Wallinger nelle strade londinesi: nel primo caso la fisicità dell’artista è suggerita dalla sua ombra e sembra ormai aver assunto vita propria diventando un tutt’uno con la strada di Shaftesbury Avenue; nell’altro si gioca con il duplice significato della parola mark, nome dell’artista ma anche verbo che significa segnare, utilizzata da Wallinger come tag di un writer sui tipici muri londinesi.

Mark Wallinger  - Pietre Prato, 2018 (on the floor)_ The unconscious, 2010 (on the wall) Ph. OKNOstudio

Mark Wallinger – Pietre Prato, 2018 (on the floor)_ The unconscious, 2010 (on the wall) Ph. OKNOstudio

Dall’opera site specific Prato Pietre (2018), composta da un migliaio di pietre numerate di varie dimensioni, che rimanda alla necessità dell’uomo ordinare ciò che lo circonda, si passa invece alla serie fotografica The Uncosciuous (2010), in cui ignari passeggeri sono ritratti sopra mezzi pubblici nel momento più vulnerabile ed intimo, quello del sonno. Sleeper (2004) e Construction Site (2011) sono le ultime due opere esposte: due video installazioni, disposte l’una di fronte all’altra, che provocano un senso di straniamento nell’osservatore. La prima mostra la performance dell’artista alla Neue Nationalgalerie di Berlino, dove dorme per 10 notti travestito da orso. Wallinger fa riferimento alla doppia volontà del migrante di nascondersi ma anche adeguarsi alla città in cui si trova, giocando con il simbolo di Berlino, l’orso appunto, e il significato della parola sleeper, ovvero dormiente, riferendosi alla vita apparentemente normale di un agente nel paese in cui è infiltrato. Il loop di Construction Site, invece, focalizza l’attenzione sulla sensazione di infinito data dal cielo e dal mare, incorniciati da una struttura costruita da alcuni operai, e sottolinea la bidimensionalità celata dietro l’infinito e catturata dal video.

Utilizzando modalità espressive diverse come fotografia, video, performance, scultura e pittura, Mark Wallinger pone al centro della sua pratica l’analisi dell’individuo non solo come soggetto politico e sociale, ma anche come entità che deve fare i conti con le proprie contraddizioni. MARK WALLINGER MARK presenta un ritratto della complessità del momento storico che stiamo vivendo e si propone come momento di confronto che obbliga l’osservatore ad assumersi le proprie responsabilità non solo rispetto all’agire quotidiano nella sua sfera personale, ma anche in quella collettiva, mettendolo di fronte ad azioni di critica nei confronti dei sistemi di controllo esercitati dalle classi dominanti, dei nazionalismi e degli stereotipi che fomentano ingiusti pregiudizi condannando interi popoli e culture.

Mark Wallinger, Ecce Homo, 1999 - 2000 White marbleised resin, gold-plated barbed wire, Life size Installation view St. Paul's Cathedral, London/UK, 2017 Courtesy the artist and Hauser & Wirth Photo: © Graham Lacdao

Mark Wallinger, Ecce Homo, 1999 – 2000 White marbleised resin, gold-plated barbed wire, Life size Installation view St. Paul’s Cathedral, London/UK, 2017 Courtesy the artist and Hauser & Wirth Photo: © Graham Lacdao

Self-Portraits, 2007-2015 (paintings)_ Self (Symbol), 2017 (sculpture) (1) Ph. OKNOstudio

Self-Portraits, 2007-2015 (paintings)_ Self (Symbol), 2017 (sculpture) (1) Ph. OKNOstudio

Ego, 2016 Ph. OKNOstudio

Ego, 2016 Ph. OKNOstudio