Margherita Moscardini – The Fountains of Za’atari – Exhibition view – Collezione Maramotti, 2019 – Ph. Andrea Rossetti

Za’atari è nata nel 2012 a nord della Giordania come campo profughi per accogliere i siriani in fuga dalla guerra. Una tendopoli come tante sorte al confine tra le due nazioni e che oggi è considerata, per estensione, la quarta città più grande della Giordania. Con circa 80 mila residenti Za’atari, ideata e costruita come luogo transitorio e provvisorio, si è trasformata nel corso degli anni in un vero e proprio nucleo urbano strutturato con strade, scuole, ospedali, moschee, campi da calcio, scambi commerciali, una propria economia interna. L’aggregazione umana, in questo caso forzata, ha infatti dato vita ad un nucleo sociale portando con sé tutti i meccanismi propri delle relazioni umane, personali e commerciali. Za’atari possiede dal 2017 l’impianto fotovoltaico più grande al mondo dei campi profughi e una rete idraulica conforme agli standard nazionali. Nel corso degli anni l’agglomerato urbano ha assunto una propria organizzazione urbanistica, i container hanno sostituito le tende e questi a loro volta sono stati organizzati dalle famiglie secondo la classica disposizione dell’abitazione araba: quattro moduli abitativi disposti su un cortile interno al cui centro campeggia una fontana. Una casa su dieci oggi nel campo segue questo criterio.
E’ questa struttura ad aver attirato l’attenzione di Margherita Moscardini che, tra il settembre 2017 e il marzo 2018, ha censito i cortili con fontana. Il risultato di questa mappatura è il progetto The Fountain of Za’atari presentato per la prima volta nel 2018 alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma e che trova nella sua riproposizione alla Collezione Maramotti, in occasione di Fotografia Europea, un impianto allestitivo arricchito.

Margherita Moscardini – The Fountains of Za’atari – Exhibition view – Collezione Maramotti, 2019 – Ph. Andrea Rossetti
Margherita Moscardini, Inventory. The Fountains of Za’atari, 2018 still da video, formato 4k, 31 min. The video-documentary was filmed in Jordan between September 2017 and March 2018 – Winner Italian Council 2017 MiBAC- DGAAP – Courtesy Fondazione Pastificio Cerere, Roma © the artist

Parlare di “mostra” riferendosi al progetto della Moscardini sarebbe riduttivo. The Fountains of Za’atari è infatti un vero e proprio dispositivo pensato per generare un sistema di vendita delle sculture che riproducono in scala 1:1 i sessantuno modelli di fontana censiti dall’artista e che potranno essere acquistati da amministrazioni o istituzioni cittadine. Nella Pattern Room della Collezione Maramotti la Moscardini mette in mostra un processo che è creativo e giuridico allo stesso tempo. Alla parete, come in uno showroom, sono esposte le sessantuno rappresentazioni delle fontane censite e catalogate per autore, materiale e anno di realizzazione, mentre su piano bianco sono raccolti tutti i materiali utilizzati e creati dall’artista durante la ricerca. Libri, documenti, rendering, schizzi, contributi esterni, sono raccolti come elementi di racconto e fotografia della realtà. Durante le tre settimane di visite nel campo la fontana è un pretesto per entrare in contatto con la popolazione, per ascoltare. Da questi incontri sono nati il progetto espositivo e un libro d’artista, in uscita in autunno, composto da due volumi: il primo, il catalogo delle fontane, è una sorta di guida non autorizzata del campo attraverso le costruzioni private, mentre il secondo raccoglie i testi di filosofi e studiosi a prova dell’extra-territorialità.

Margherita Moscardini, Inventory. The Fountains of Za’atari, 2018, pure pigments on paper – Winner Italian Council 2017 MiBAC- DGAAP – Courtesy Fondazione Pastificio Cerere, Roma © the artist

 La riproposizione sfalsata di questi monumenti privati diventa immagine e traduzione metaforica della realtà. La prima, la numero 32, è stata realizzata proprio a Reggio Emilia al Parco Cervi che in città rappresenta un punto di incontro generazionale e internazionale. Qui la fontana è riprodotta in dimensioni reali, ma ribaltata e sottoposta ad un iter giuridico che ne decreti l’extra-territorialità, quell’insieme di norme alle quali fanno riferimento le ambasciate, i consolati, le sedi dell’ONU, l’Alto Mare e lo spazio cosmico. Un luogo nel luogo, un buco nero sul suolo, uno spazio di immunità che aiuti a rispondere, o almeno a riflettere, sul significato di “apolide”, condizione nella quale si trovano tutte quelle persone che in un campo profughi hanno trovato la loro dimensione personale e collettiva non per scelta, ma per necessità. Una riflessione dovuta di fronte alla crisi umanitaria più grave dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, davanti alla quale l’Europa e il mondo si spaccano tra paesi aperti all’accoglienza e altri chiusi su stessi nel proprio nazionalismo. In quanto buchi legislativi, vuoti di potere, le fontane realizzate nelle città, per la Moscardini quella di Reggio Emilia è solo la prima di una serie, diventano strumento di mediazione per raccontare Za’atari, la sua storia, i suoi abitanti, la sua condizione sospesa che nell’era della crisi dello Stato nazione è forse comune a tutti.

Margherita Moscardini, Mahallat el-Ghouta 94, Block 8, District 4, 2019, marble, 55 x 647 x 420 cm Parco Alcide Cervi, Reggio Emilia – Progetto The Fountains of Za’atari, Collezione Maramotti Ph. Andrea Rossetti