• Lucio Fontana con un Teatrino, Milano, 1966 © Foto Giancolombo
  • Lucio Fontana Concetto spaziale, Attese, 1964 idropittura su tela 81 x 100 cm Fondazione Lucio Fontana, Milano © Fondazione Lucio Fontana
  • Lucio Fontana Concetto spaziale, 1957 pastelli e collage su tela 125 x 101 cm Fondazione Lucio Fontana, Milano © Fondazione Lucio Fontana
  • Lucio Fontana Concetto Spaziale, Teatrino, 1965 idropittura su tela, nero, e legno laccato, bianco 178 x 192 cm collezione privata © Fondazione Lucio Fontana
  • Lucio Fontana Progetto per ambientazione Trinità, 1966 matita su carta 22 x 28 cm courtesy Fondazione Marconi © Fondazione Lucio Fontana
  • Lucio Fontana Concetto Spaziale. Trinità, 1966 installazione (idropittura su tela, bianco e legno laccato bianco. Trittico 203 x 203 cm cad.) collezione privata © Fondazione Lucio Fontana

Gli anni Cinquanta e Sessanta, è risaputo, sono costellati da quelle esplorazioni astronomiche che hanno dato via alla cosiddetta “Corsa allo spazio”. Dal lancio, in orbita attorno alla terra, del satellite Sputnik nel ’57 da parte dell’Unione Sovietica, a quello dell’americano Explorer nel ’58, dalla spedizione del cane sovietico Laika, poi bruciato assieme al satellite al rientro sulla terra, agli scimpanzé africani mandati in “viaggio” dagli americani, e ritornati integri, sino alle tartarughe sovietiche, le prime a viaggiare attorno alla luna. E da qui gli uomini: il sovietico Yuri Gagarin fu il primo a raggiungere lo spazio gravitando sull’orbita terrestre, nel ’61, seguito dagli statunitensi Alan Shepard e John Glenn. Nel ’63 lo spazio fu raggiunto anche da una donna: la sovietica Valentina Vladimirovna Tereškova. E poi le missioni lunari, con le prime gravitazioni degli astronauti americani James Lovell, Frank Borman e William Anders nel ’68, fino alla vera e propria “conquista” della Luna nel ’69 da parte di Neil Armstrong; e via discorrendo.

Ovviamente, ciò che interessa è l’impronta massiccia che un tale sconfinamento extra-terrestre ha esercitato sulla cultura in genere di quegli anni. Basti pensare alla geniale raccolta di novelle “Cosmicomiche” (1965) di uno dei più abili e aguzzi pensatori del nostro Novecento, Italo Calvino, che vuole interpretare ed affrontare, mai abbandonando il suo stampo comico e parodico, lo stupore umano di fronte all’infinito che lo mortifica, flagella, annichilisce. Si pensi al racconto “Tutto in un punto”, in cui la teoria del Bing Bang (generalmente accettata grazie agli incrementi teorici nello stesso ’65) viene esplicata e allegorizzata come conseguenza del primo atto di generosità disinteressata e totale, quello di voler “farvi le tagliatelle” da parte della gommosa e sensuale signora Ph(i)Nko, che porterà il cosmo intero dall’essere “tutto in un punto” a prendere posizione nell’infinito spazio nuovo, dove mai più il narratore potrà gustale quella felicità (si badi alla poetica) che “era insieme quella di celarmi io puntiforme in lei, e quella di proteggere lei puntiforme in me”, in una sorta di “contemplazione viziosa (data la promiscuità del convergere puntiforme di tutti in lei) e insieme casta (data l’impenetrabilità puntiforme di lei)”.

E nell’arte? Come si reagisce? Occorre, almeno, citare il francese Yves Klein che col suo IKB blu, le sue “Anthropometries”, le “Cosmogonies”, i “Blue Monochrome”, “Il Vuoto”, il “Saut dans le vide”, le “Zone de Sensibilité Picturale Immatérielle” cerca di fare quel salto oltre la terra, oltre il classico, oltre il consueto, oltre l’arte generalmente intesa, oltre e basta per giungere là, nell’immateriale puro, nella sensibilità stessa, nella possibilità (o almeno volontà) di dirsi disancorati dalla superficie materica, in una sospensione che il suo salto nel vuoto ben rappresenta. In Italia, invece, un artista di una generazione più vecchio del giovane francese si fa portavoce di queste nuove istanze. E’ il Lucio Fontana dei tagli, dei buchi, delle sconfinature oltre la materia. Il celebre critico e curatore francese Michel Tapié dirà a proposito: “Fontana è approdato senza mediazioni all’opzione più estrema, scegliendo come elemento questo vuoto spaziale che è il buco fatto su una superficie qualunque… Nessun atteggiamento artistico ha mai preteso in questo modo di condizionare qualitativamente un’opera attraverso la sola astrazione; nessun percorso è mai stato così indifferentemente nonclassico”. E’ il tentativo di rischiarare l’atmosfera volutamente oscura dell’interno, di far esplodere un getto di luce dallo squarcio della tela: è l’atteggiamento di un luminista che intende mescolare, laicamente, l’infinito mentale e spaziale con la imprescindibile condizione terrena, differentemente a Klein che con la terra più niente voleva avere a che fare. Non per nulla Fontana creerà le “Nature” (’59-’60), delle sculture sferiche di terracotta o bronzo non levigate, portatrici di tutta la loro materialità nel colore grigio-marrone, nelle forme arcaiche e primordiali, ma poi forate, bucate, tagliate. Si apre una spia d’infinito nella terra terrissima: “Ed è ancora uno spazio al di là dello spazio, uno spazio interiore, appena illuminato, misterioso, che racchiude un’antica minaccia, quello proposto in questi magnifici bronzi. Bronzi vecchi come la terra che si collocano al di là del tempo” dirà J.-A. França in “Aujourd’hui. Art et Architecture”.

A Fontana ed alla sua idea di “Concetto Spaziale” la Fondazione Marconi di Milano dedica la mostra “OMAGGIO A Lucio Fontana”, che si tiene sino al 31 ottobre 2015 negli spazi recentemente rinnovati ed ampliati di via Tadino 15. Viene presentata una rosa di opere comprese tra il 1951 e il 1968: c’è il “Concetto spaziale” in gesso del 1957, il “Concetto spaziale” con pietre del 1953, il taglio di “Attese” del 1964, alcuni grandi “teatrini” del 1965, alcune “carte assorbenti” e le sculture in metallo laccato dal titolo “Concetto spaziale”, del 1967. Nella grande sala a sinistra, invece, è stata allestita, per la prima volta in Europa, l’opera “Concetto spaziale, Trinità”, seguendo il progetto che Fontana realizzò nel 1966, senza vederlo, però, mai realizzato. Si tratta di tre pannelli monocromi bianchi 2×2 m, che danno luogo ad un’enorme composizione cosparsa di buchi, i quali, nella sezione centrale, si accostano in modo tale da creare una appena accennata forma a spirale, simbolo di infinito ed emblema di una ricerca mai terminata verso l’assoluto. Sarà lui stesso a dire negli appunti per il Manifesto tecnico dello Spazialismo: “Un sasso bucato, un elemento verso il cielo, una spirale è la conquista illusoria dello spazio, sono forme contenute nello spazio, si parlerà di arte spaziale solo colla conquista della 4a dimensione nello spazio, il volo.”

Lucio Fontana Concetto Spaziale. Trinità, 1966 installazione  (idropittura su tela, bianco e legno laccato bianco. Trittico  203 x 203 cm cad.)  collezione privata  © Fondazione Lucio Fontana

Lucio Fontana Concetto Spaziale. Trinità, 1966 installazione (idropittura su tela, bianco e legno laccato bianco. Trittico 203 x 203 cm cad.) collezione privata © Fondazione Lucio Fontana

Lucio Fontana Concetto spaziale, 1967 metallo laccato e tagli su supporto a treppiede 91 x 77 x 200 cm   Fondazione Lucio Fontana, Milano © Fondazione Lucio Fontana

Lucio Fontana Concetto spaziale, 1967 metallo laccato e tagli su supporto a treppiede 91 x 77 x 200 cm Fondazione Lucio Fontana, Milano © Fondazione Lucio Fontana

Lucio Fontana Concetto spaziale, Teatrino, 1965 idropittura su tela e legno laccato 175 x 175 cm   Fondazione Lucio Fontana, Milano © Fondazione Lucio Fontana

Lucio Fontana Concetto spaziale, Teatrino, 1965 idropittura su tela e legno laccato 175 x 175 cm Fondazione Lucio Fontana, Milano © Fondazione Lucio Fontana