• Marco Andrea Magni, Prefigura, 2016, magnete al neodimio, passepartout, vetro, vernice, 40 cm x 49 cm x 9 cm, courtesy Galleria FuoriCampo Siena
  • Marco Andrea Magni, Veste
, 2016, 10 sfere, magnete al neodimio placcato al rutenio, dimensioni variabili, courtesy Galleria FuoriCampo Siena
  • La Sinagoga di Siena, Vicolo delle Scotte,14
  • Marco Andrea Magni, Fondale rosa
, 2016, tavola lignea, velluto, incenso, 28 cm x 34 cm x 4 cm, courtesy Galleria FuoriCampo Siena
  • Immagine invito I Marco Andrea Magni I Lo spazio punto I Galleria FuoriCampo, Siena

Dal 6 dicembre 2016 al 28 febbraio 2017 la Galleria FuoriCampo di Siena ospita la mostra personale di Marco Andrea Magni, dal titolo Lo spazio punto.

ATPdiary ha deciso di porre alcune domande all’artista.

ATP: Lo spazio punto, il titolo della tua mostra alla galleria FuoriCampo di Siena, è presentata come una conversazione tra te e J. Sin dalla tua prima risposta, lasci un ampio margine di segretezza sul tuo lavoro. Parli di “Studio geografico della sensazione”. Mi spieghi da dove sei partito per questo studio? A cosa alludi?

Marco Andrea Magni: “Lo spazio punto” è sia il titolo della mostra che di un’opera esposta. Ha una doppia accezione nella parola “punto”: come azione, lo spazio architettonico della galleria viene letteralmente pungolato dalle opere e toccato dallo spettatore; mentre nel suo significato ortografico legato alla punteggiatura, parla della più lunga pausa esistente, col valore di intervallo, stasi, sospensione. L’architettura e la scultura non sono vissute solo come un’astrazione concettuale, bensì come vera e propria pratica e simulazione incarnata. Lo spazio architettonico e la mostra sono stati costruiti primariamente attraverso un’esperienza emotiva e multisensoriale per stimolare i processi sensori- motori, emotivi ed edonici dello spettatore come azioni potenziali. La conversazione che introduce alla mostra, come comunicato stampa, è un dialogo parlato che non mette a fuoco le opere ma cerca un’empatia di intenti: mi piace pensare che la misura di tutte le cose è il nostro stare insieme. Parlo di studio geografico della sensazione, perché non è un tentativo di studio su quello che vediamo ma su quello che percepiamo attraverso il corpo. È il corpo il vero protagonista della nostra facoltà di apprezzare le caratteristiche di una stanza o di una scultura. La mente, il corpo, l’ambiente e la cultura sono connessi tra loro a livelli diversi. Il corpo viene così declinato attraverso una relazione intenzionale, un’apertura verso l’altro da sé e il desiderio.

ATP: Corteggiamento, seduzione, attrazione: spendete queste e molte altre parole nella vostra conversazione per raccontare i meccanismi che governano le tue opere. Premesso che tutte le opere, a parere mio, cercano di sedurre in modi diversissimi, il guardante; per tornare al tuo lavoro, cosa hai pensato di esporre in questa occasione, nell’ottica dello spazio che hai a disposizione? (Intendo i metri quadri reali dello spazio fisico della galleria).

MAM: Lavoro con il concetto di scultura come “occasione” e “maniera”, nella sua accezione di opportunità, circostanza, pretesto, forma qualitativa. Il mio approccio al corteggiamento è restituito allo spettatore attraverso un aspetto formale che viene costantemente mascherato da una patina in superficie. La nostra capacità di comprendere gli altri e ciò che gli altri realizzano materialmente non dipende esclusivamente da competenze teorico-linguistiche, ma soprattutto dalla nostra natura socio-relazionale, di cui la corporeità costituisce la struttura più profonda e non ulteriormente riducibile. Per questo motivo le opere che presento tengono in considerazione lo spazio espositivo nella sua corporeità quasi a misura d’uomo: la galleria FuoriCampo di Siena è un piccolo spazio ubicato proprio sul margine della famosa Piazza del Campo, al termine del cannello se si pensa alla piazza come un grosso imbuto.
Le opere che ho pensato di esporre sono: “Lo spazio punto”, una geografia della sensazione declinata attraverso un chiodo placcato d’oro, un punto di luce calda, che punge la superficie di un vetro, una sorta di agopuntura spaziale. È un chiodo che non sostiene più nulla, ma risveglia e indica un’urgenza. “Chimica” è una struttura triangolare a tre barre metalliche magnetizzate e completamente patinate da monete, con qualche meteorite ferroso. Un angolo rimane aperto, come nello strumento a percussione di cui ricorda la forma: il desiderio deve ancora essere definito (forse da un tocco). Ma il desiderio di toccare è tangibile e palpabile nell’aria, attira l’attenzione. “Veste” è un gioiello di luce nera smembrato nello spazio, sembra un frammento di un rosario che ha perso i grani e il filo d’insieme. Ci sono dieci sfere magnetiche al neodimio patinate di rutenio nero, materiale con la capacità di assorbire tutta la luce dello spettro visibile, che se usato impropriamente diventa esplosivo. Le biglie prendono posto sulla parete (essendo magnetiche e autoportanti) e sul pavimento: con loro è come se la spazialità si accorgesse di esistere, vedendosi i nei allo specchio. “Celeste” è un grande velluto blu cangiante, intriso di incenso pigmentato, ricamato con un motivo a griglia. L’intento è quello di rimettere il cielo al cielo per dirla quasi alla Boetti e toccarlo con un dito o con l’intero corpo, cercare di inquadrarlo, squadrettarlo. L’osservatore, al di là della rete, isola una porzione di cielo, in modo da filtrare la natura della luce, quasi per classificarla, come un bizzarro museo a cielo aperto. La rete paradossalmente diventa il cielo stesso, si fa cielo incarnato a fior di pelle, incipriato d’incenso, su un fondo simbolico cucito d’oro. La griglia quadrettata è un modo di rappresentare lo spazio, in quanto le diagonali conducono verso l’esterno fuorviandolo, mentre la griglia permette di entrare nel vivo dell’immagine. Quasi si fosse usato uno zooprassinoscopio per creare poi un découpage filmico sulla luce e le sue declinazioni. C’è ha una sorta di ménage à trois: il cielo, lo spettatore e quello che rimane di divino. La nostra condizione è una condizione incarnata. Le nostre menti incarnate nutrono e danno forma ai nostri punti di vista sul mondo attraverso atti fisici con cui lo abitiamo. È sempre un tentativo di riposizionare noi stessi nel mondo attraverso la risonanza che ci viene offerta dall’opera. Sono delle vere e proprie simulazioni incarnate con piccole sfumature emotive date dall’incenso pigmentato. Infine ho presentato “Prefigura” come momento attrattivo e riflessivo messo a disposizione dell’osservatore. L’opera consiste di un magnete in neodimio inglobato e nascosto in una cornice, di cui diventa essenziale elemento architettonico. Due passepartout incorniciano e introducono un rettangolo vuoto, un tentativo di incorniciare lo sguardo attratto verso l’opera e, con esso, il corpo dello spettatore stesso. I passepartout non distanziano più un dipinto al loro interno, ma loro stessi. Non sono più elementi di supporto all’immagine, ma diventano l’immagine stessa. In questa serie di piani, lo spettatore è attratto (calamitato si direbbe quasi) e insieme repulso: il vetro riflettente è stato scelto appunto per rimandare a chi guarda la sua immagine, per fargli riprendere coscienza. Narciso non è menzionato: non ci s’innamora del nostro riflesso, ma lo si assume come monito di autocritica, e scoperta dell’altro. Educazione dello sguardo e attenzione nell’andare verso: il lavoro si risolve nel gioco stesso di botta-risposta tra il sentirsi e percepirsi e il fare ciò nei confronti dell’altro. L’opera è scoperta di altro e dell’altro. È la risonanza di un incontro.

Marco Andrea Magni, Chimica, 2015, struttura triangolare in ferro smaltato, magnete, monete, meteoriti ferrose 190 cm x 165 cm x 6 cm, courtesy galleria FuoriCampo Siena

Marco Andrea Magni, Chimica, 2015, struttura triangolare in ferro smaltato, magnete, monete, meteoriti ferrose, 190 cm x 165 cm x 6 cm, courtesy Galleria FuoriCampo Siena

ATP: Tu e J. citate un’opera in mostra caratterizzata da un chiodo (turgido, vibrante, impaziente) che se ne sta teso su una lastra di vetro grazie ad una calamita. Mi racconti come è nata questa opera e cosa racconta?

MAM: “Lo spazio punto”, come ti ho accennato prima, è l’opera che dà il titolo alla mostra. C’è un chiodo e un solo punto fisso in testa. La tentazione di dedicarsi totalmente ad un altro è legittima e possibile: un solo chiodo può unirsi ad una grande superficie vitrea, con un contatto puntiforme, minimo. Eppure lì si ha lo sprigionamento di un calore diffuso: la calamita dimentica la freddezza del vetro e attrae a sé il prezioso sentimento oro del chiodo. Questo subisce l’ostacolo del cristallo, contro cui rimane turgido, vibrante, impaziente… e quasi per punizione lo punge all’infinito, come ho avuto modo di accennare nel comunicato. Quella puntura viene espansa in modo diffuso nello spazio che lo circonda. Il contatto sparuto con la superficie indica, però, la presenza estesa di uno spazio circostante, del vetro, della parete, del mondo. Quell’indicare infinitesimo ad opera del chiodo è un audace e bizzarro tentativo di inspirare l’intero universo ed espirarlo minuscolo nel punto di contatto. Quel punto indica la presenza vivente del desiderio, della nostalgia, della tentazione, dell’infinito.

ATP: In merito alla “geografia dei corpi”. Come si manifesta o viene espresso questo concetto nelle opere in mostra?

MAM: Il geografo ha ridotto il mondo a ciò che è in superficie e si vede in una forma immateriale (penso a Google Maps), io ho cercato di esporre una geografia dell’esistente, attraverso una fisiognomica, di ciò che si può ancora toccare o contare con le dita della mano. Il meccanismo di traduzione nel mio caso prende in esame due forme: una materiale e una immateriale. Quella materiale è legata al gesto, al tatto, al toccare con coscienza, al lancio come slancio, al desiderio mimetico; mentre quella immateriale (nel senso di non visibile ad occhio nudo) è legata all’attrazione fisica dei corpi. Tutta la mostra è legata a un movimento e al suo contrario. Questa opposizione prende in esame pure il sacro e il profano, pensati dalla cultura sociologica e teologica dei primi anni del novecento come una delle antinomie più radicali. Queste specularità dei corpi o delle opere costituiscono una costellazione e un vero e proprio campo tellurico.

ATP: Mi piace l’immagine scelta la comunicazione: l’incontro di due deliziosi pasticcini coronati da un grosso lampone succoso. Questa immagine sembra beffarsi dei ragionamenti, spesso tortuosi, della conversazione tra te e J. Perché l’hai scelta? Con chi hai mangiato questi deliziosi dolcetti? Nella solitudine dell’artista meditabondo o nella complice (e golosa) compagnia di una tua persona cara?

MAM: Le immagini come alcune parole hanno un potere evocativo molto forte e diretto. Non potevo non scegliere questa immagine. Primo perché parte da un’esperienza diretta che ho vissuto e secondo perché vado matto per i lamponi. L’immagine parla agli occhi, ha una sua precisa sensualità ed immediatezza, invita all’assaggio. Quando accade o è accaduto, un evento ha un aspetto diverso da quando non accade e credo si percepisca nella foto. La pasticceria sembra una gioielleria e si trova a Parigi in Rue de Bretagne al 57. Ti devo dire il nome? Bontemps Patisserie. Ero in compagnia di mia sorella. Mi piace condividere certe esperienze! La prossima volta ti mando una mappatura completa delle migliori pasticcerie milanesi.

ATP: Hai esposto delle opere anche in una Sinagoga? Come è nato questo “sconfinamento” dalla galleria?

Siccome la mostra dura fino al 28 febbraio 2017, ho pensato che c’era tempo anche per confrontarmi con un luogo esterno alla galleria. Proprio di fronte a FuoriCampo c’è un cartello segnaletico che indica la direzione da prendere per raggiungere la Sinagoga di Siena. È un luogo che non conoscevo, gestito da persone super disponibili e accoglienti. Credo sia importante trovare sempre uno spazio per l’ascolto e il confronto tra pari, cercando quando è possibile i punti in comune o le contraddizioni per viverle, evitando i soliti stereotipi o i pregiudizi che si presentano puntualmente. La riflessione morale non è più confinata nel suo ambito specifico di dottrina, ma diventa un’occasione di confronto e di scambio fertile. Per esempio mi hanno raccontato che nell’alfabeto ebraico la lettera Vav rappresentava in origine un chiodo, un gancio o un uncino. In ebraico, Vav serve da congiunzione di coordinamento e rappresenta tutto ciò che unisce le cose tra di loro, legandole e unificandole, come fanno la luce e l’aria. Un altro punto fondamentale della funzione di Vav è la sua capacità di far cambiare i tempi dal passato al futuro, o dal futuro al passato, è congiunzione degli opposti. Come suggerisce “Lo spazio punto”. Ed è incredibile quante corrispondenze col mio lavoro ho trovato in quel luogo, o forse sono solo delle traduzioni diverse di uno stesso sintomo. Ci sono certe situazioni e certe forme che uniscono. E forse sono quelle che cerco.

Marco Andrea Magni, Lo spazio punto
, 2016, 
magnete al neodimio, cornice, vetro, chiodo placcato oro, 40 cm x 49 cm x 7 cm, courtesy Galleria FuoriCampo Siena

Marco Andrea Magni, Lo spazio punto
, 2016, 
magnete al neodimio, cornice, vetro, chiodo placcato oro, 40 cm x 49 cm x 7 cm, courtesy Galleria FuoriCampo Siena

Marco Andrea Magni, Celeste, 2016, 
tavola lignea, velluto, incenso pigmentato, 84 cm x 136 cm x 4 cm (a tavola), courtesy galleria FuoriCampo Siena

Marco Andrea Magni, Celeste, 2016, 
tavola lignea, velluto, incenso pigmentato, 84 cm x 136 cm x 4 cm (a tavola), courtesy Galleria FuoriCampo Siena