• Installation view ­ Marc Camille Chaimowicz - Maybe Metafisica ­- Photo Gianluca Di Ioia - La Triennale
  • Installation view ­ Marc Camille Chaimowicz - Maybe Metafisica ­- Photo Gianluca Di Ioia - La Triennale
  • Installation view ­ Marc Camille Chaimowicz - Maybe Metafisica ­- Photo Gianluca Di Ioia - La Triennale
  • Installation view ­ Marc Camille Chaimowicz - Maybe Metafisica ­- Photo Gianluca Di Ioia - La Triennale
  • Installation view ­ Marc Camille Chaimowicz - Maybe Metafisica ­- Photo Gianluca Di Ioia - La Triennale

Ha aperto i battenti da pochi giorni la bellissima mostra di Marc Camille Chaimowics, a cura di Eva Fabbris – con la direzione artistica di Edoardo Bonaspetti  – alla Triennale di Milano. Fino all’8 gennaio sarà possibile attraversare il ‘mondo onirico’ inscenato dall’artista “nato a Parigi nel dopoguerra” e attualmente di casa tra  Londra e la Borgogna. Le suggestive atmosfere di questa mostra trovano ispirazione dall’altrettanto suggestiva architettura del Palazzo dell’Arte – sede della Triennale di Milano – e da quella definita tra le più oniriche tra le avanguardie storiche, la Metafisica. Il percorso espositivo si apre, di fatto, con l’opera datata 1973 di Giorgio de Chirico “Il Figliuol prodigo”. Per capire e approfondire alcuni aspetto della mostra, abbiamo posto alcune domande alla curatrice Eva Fabbris.

ATP: Marc Camille Chaimowicz  è stato un anticipatore per quanto riguarda la messa in relazione di diversi ambiti disciplinari. Oggi l’attitudine di coniugare arte, coreografia, design, performance ecc. è molto praticata, non lo era invece negli anni ’70, decennio che ha visto l’artista al centro di molta sperimentazione. Nella mostra che curi alla Triennale, emerge questa capacità “combinatoria” dell’artista?

Eva Fabbris: Penso che in questa fase della sua produzione, Chaimowicz consideri la fusione tra discipline come qualcosa di assodato, un aspetto implicitamente incorporato in ciascuna delle sue opere e dei suoi progetti espositivi. La mostra riflette la sua concezione del tempo ciclica, che prevede che forme e idee nate in altri periodi ritornino: opere degli anni Settanta e Ottanta vengono re-inventate e riallestite in composizioni nuove, per reagire a nuovi contesti espositivi e per sollecitare la dimensione emotiva dello spettatore. Direi che la capacità combinatoria di questo artista ora si concentra più su questo aspetto. 

ATP: In particolare, la mostra “Maybe Metafisica”, rivela già dal titolo un legame con l’importante avanguardia storica. Mi racconti come è iniziato il progetto espositivo dell’artista in relazione alla storia e all’architettura del Palazzo dell’Arte, sede della Triennale?

EF: Molti temi centrali nell’avanguardia storica in questione hanno delle affinità  forti con la pratica di Chaimowicz; per esempio il tema della circolarità temporale di cui parlavo a proposito della domanda precedente. Ma queste possibili analogie non sono mai state oggetto di riflessione di altri sul suo lavoro, né sono state prima d’ora al centro di suoi progetti. La prima email che gli ho spedito in preparazione del suo sopralluogo milanese, circa un anno fa, aveva in allegato una foto dei Bagni Misteriosi, la fontana di  Giorgio de Chirico nel giardino della Triennale. Quando lui è venuto in visita, si è in qualche modo “ritrovato” sia nelle atmosfere dechirchiane, che nelle forme e nelle proporzioni del Palazzo del Arte di Giovanni Muzio, espressione di quel razionalismo che sappiamo essere memore delle architetture metafisiche. Credo che Chaimowicz si ritrovi proprio nello scarto emotivo che c’è tra l’attenzione al soggetto della pittura metafisica e la monumentalità rivolta alle folle incarnata dall’architettura razionalista. Il passaggio tra dimensione intima, domestica e solitaria alla dimensione pubblica è un tema centrale e delicato nella sua pratica.
Poi in occasione della bellissima mostra che Chaimowicz ha fatto da Indipendenza a Roma la scorsa primavera, siamo andati, anche con Edoardo Bonaspetti e Giovanna Manzotti, a visitare la casa-studio di de Chirico, che è anche sede della Fondazione dedicata all’artista, generosa prestatrice dell’opera del metafisico che è ora in mostra.
Ed ora in “Maybe Metafisica” è come se le forme e le atmosfere ricorrenti e continuamente reinventate di Chaimowicz trovassero un precedente indiretto e inimmaginato in de Chirico, che a sua volta è stato ripensato da Muzio nel palazzo in cui avviene l’esposizione.

ATP: L’artista ha dedicato a figure molto importanti nel campo della letteratura interi cicli di opere. Nel comunicato stampa sono citati Jean Cocteau, Jean Genet e Gustave Flaubert. Quali sono i tratti particolari di questi scrittori che attraggono l’interesse di Chaimowicz?

EF: Sono figure della malinconia e della ribellione; autori che hanno forzato i confini dell’accettabilità morale e formale lavorando di cesello sul proprio linguaggio. Sono stati considerati oltraggiosi per le loro vite e per i loro contenuti. Sono solitari, dannati, mitici, coltissimi, sofisticati. 

Installation view ­ Marc Camille  Chaimowicz - Maybe Metafisica ­- Photo Gianluca Di Ioia - La Triennale

Installation view ­ Marc Camille Chaimowicz – Maybe Metafisica ­- Photo Gianluca Di Ioia – La Triennale

ATP: Mi racconti brevemente il percorso espositivo che avete studiato per gli spazi della Triennale? Ci sono opere nodali che ritmano lo sviluppo della mostra e ne approfondiscono la comprensione? 

EF: Immaginando per lo spettatore un percorso circolare, la mostra si avvia con un ambiente di natura più domestica, per evolversi nella sala più ampia dedicata a una visione malinconica dell’architettura monumentale, e infine tornare a un’atmosfera più intima nel largo corridoio dedicato a opere di taglia più piccola, a parete, che richiedono una concentrazione più dettagliata e solitaria.
Direi che questa mostra si comprende in profondità cogliendo la presenza moltiplicata di alcuni elementi, tra i quali forse il più evidente è l’arco interrotto. Lo troviamo in proporzione quasi umana all’interno della messa in scena di “We Chose Our Words With Care, That Neon-Moonlit Evening; It Was As If We Were, Party To A Wonderful Alchemy”. Poi ne vediamo una versione progettuale e “pubblica” nel modellino per un monumento, realmente presentato da Chaimowicz in occasione di un concorso. E infine ne vediamo tre di scala monumentale nella “hall” centrale dedicata all’architettura. Quell’arco interrotto, vagamente antropomorfo, assume valenze diverse in ciascuna opera, anche se rimane netta la sua connotazione emotiva, legata ad un senso di incompletezza e di inadeguatezza (non può sorreggersi da solo), ma allo stesso tempo è ambiguamente autorevole, in qualche modo forte…
Se poi si pensa agli arconi della facciata del Palazzo dell’Arte, il gioco di rimandi si fa ancora più sofisticato e, a mio parere chiaro: per Chaimowicz non c’è dubbio che il nostro non sia un tempo per la monumentalità costruita. La si può alludere, sognare, descrivere, inscenare… rimane inquietante, com’era a Ferrara durante la Prima Guerra Mondiale.

ATP: L’aspetto onirico sembra caratterizzare molti degli ambienti creati in mostra. Ci sono delle opere che, più di altre, potenziano le atmosfere da sogno più volte citate nel testo di presentazione?

EF: Mi pare che siano più l’insieme delle opere, l’uso delle luci e la modulazione dell’intensità allestiva che creano questa suggestione.

ATP: La mostra in Triennale si apre in parallelo ad una mostra di Marc Camille Chaimowicz alla Serpentine di Londra. Quali sono gli aspetti comune, si ci sono, tra i due progetti?

La mostra alla Serpentine è focalizzata sull’idea di “lessico”, parola che non a caso compare nel titolo “Marc Camille Chaimowicz: an Autumn Lexicon”. A Londra il lessico linguistico, emotivo e formale è predisposto alla visione dello spettatore come una sorta di elegantissimo repertorio. A Milano l’artista ha reagito a una suggestione (la metafisica e i suoi dintorni) e ha creato un progetto completamente nuovo e unitario, pur composto principalmente di opere pre-esistenti.

ATP: In una recente intervista che hai avuto con l’artista, è emerso un aspetto costitutivo della sua ricerca: “l’originale dimensione di intimità tattile” presente nelle sue opere. Lo stesso Chaimowicz ha detto, “la tattilità come forma di intimità”. A tuo parere come si manifesta questa sua particolare predisposizione all’aspetto tattile degli oggetti?

EF: Ci sono due serie di opere in mostra che  in particolare rendono questo aspetto manifesto: i Rope Vase  for Milan e le mensole Venezia. Realizzati rispettivamente alla Bottega d’Arte Ceramica Gatti di Faenza e alla Fonderia Artistica Battaglia di Milano, per ciascuno dei due, Chaimowicz ha condiviso con artigiani altamente specializzati il momento in cui l’idea prende forma attraverso la manipolazione della materia. Per lui questo momento è molto intimo, è uno svelamento che prevede una dimensione di allusa sensualità. 

A gennaio, sempre alla Triennale di Milano sarà presentata la prima mostra personale del duo belga Jos de Gruyter & Harald Thys all’interno di una istituzione italiana. La mostra, che dialogherà serratamente con l’architettura del Museo, sarà curata da Francesco Garutti con la direzione artistica di Edoardo Bonaspetti. 

Marc Camille Chaimowicz We Chose Our Words With Care, That Neon-Moonlit Evening; It Was As If We Were, Party To A Wonderful Alchemy, 1975-2008. Installazione, tecnica mista su piattaforma rialzata, dimensioni variabili. Scorcio della mostra a Overduin and Kite, Los Angeles, 2009. Courtesy dell’artista e Cabinet, Londra.

Marc Camille Chaimowicz We Chose Our Words With Care, That Neon-Moonlit Evening; It Was As If We Were, Party To A Wonderful Alchemy, 1975-2008. Installazione, tecnica mista su piattaforma rialzata, dimensioni variabili. Scorcio della mostra a Overduin and Kite, Los Angeles, 2009. Courtesy dell’artista e Cabinet, Londra.

Marc Camille Chaimowicz al lavoro su Venezia, Fonderia Artistica Battaglia, Milano. Courtesy dell’artista e Andrew Kreps Gallery, New York. Copyright Gianluca di Ioia - La Triennale di Milano.

Marc Camille Chaimowicz al lavoro su Venezia, Fonderia Artistica Battaglia, Milano. Courtesy dell’artista e Andrew Kreps Gallery, New York. Copyright Gianluca di Ioia – La Triennale di Milano.