• Malevič, Ragazze in un campo, 1928-29_0
  • Malevič, Schizzo per affresco (autoritratto), 1907
  • Malevič, Mucca e Violino, 1913
  • Malevič, Casa rossa, 1932
  • Malevič, Sportivi, 1930-31

“Il nostro mondo dell’arte / è diventato nuovo, / non-oggettivo, puro.

La vostra incomprensione / è del tutto naturale” (Malevič)

Spessissimo, forse sempre, dietro ad un grande movimento, ad un grande artista, ad un genio del visivo, c’è un genio della parola, un grande poeta, un grande pensiero. La simbiosi che si crei tra intuizione visiva e capacità espressiva è, così, fondamentale al fine di esprimere, al meglio, una rivoluzione epocale, culturale – ai limiti estremi -, come, anche, una rivolta, un’innovazione o, semplicemente, una novità.

E così, limitandosi al primo trentennio del Novecento, il periodo delle celebri Avanguardie Storiche, basti citare alcuni esempi. Il “Manifesto Futurista”, pubblicato sul “Figaro” nel 1909, è stato scritto da un poeta, folle, geniale, eclettico, brutale, bulimico di anti-tradizionalismo, macchine, velocità, forza, violenza, amor del futuro: Filippo Tommaso Marinetti. E da lì, le iper scoperte di un Carrà e di un Boccioni. Oppure, “Peintres cubiste” (1913) è un testo che dà voce ad un sovversivismo culturale e ideologico che ha influenzato tutto il Novecento – il Cubismo -, scritto da un poeta altrettanto disordinato, instabile, pro-guerra, irrequieto, ma, sicuramente, abilissimo a destreggiarsi tra il nuovo, dando una voce ad immagini che ancora faticavano ad esprimersi con parole: Guillaume Apollinaire. Oppure, il “Manifesto Dadaista” (1918), scritto dal poeta-saggista Tristan Tzara, quello che agitava in un sacchetto parole ritagliate da un articolo di giornale e, poi, le ricopiava su un foglio in ordine di estrazione, in modo casuale, avulso da nessi logici-semantici: “presa di coscienza di tutti i mezzi repressi fin’ora dal senso pudibondo del comodo compromesso e della buona educazione: DADA”. E, è qui che si vuole arrivare, lo stesso accade per il “Manifesto del Suprematismo”, scritto a due mani, dall’artista russo Kazimir Severinovič Malevič e dal poeta sovietico Vladimir Vladimirovič Majakovskij, in cui si inneggia alla “supremazia della sensibilità pura” e delle “forme assolute”, dove “i fenomeni visivi del mondo oggettivo sono di per sé, senza senso; la cosa importante e sentire”, in quel “mio disperato tentativo di liberare l’arte dalla zavorra dell’obiettività” (Malevič).

A Malevič, appunto, la GAMeC di Bergamo dedicherà, a partire dal 2 ottobre 2015 e sino al 17 gennaio 2016, una mostra personale a cura di Eugenia Petrova (vice direttore del Museo di Stato Russo di San Pietroburgo) e Giacinto Di Pietrantonio (direttore della GAMeC di Bergamo), coprodotta dalla GAMeC e da GAmm (Giunti Arte mostre musei), con la collaborazione del Museo di Stato Russo di San Pietroburgo. L’esposizione raccoglierà 70 opere dell’artista suprematista e una trentina di altri artisti conterranei e contemporanei, che con lui condividono, come suggerisce Di Pietrantonio “un’arte antinaturalista, assoluta e senza gravità”. L’intenzione è, dunque, quella di proporre uno spaccato di una situazione culturale ed artistica che influenzerà gran parte dell’arte a venire, incentrandosi su un artista che è esso stesso il Suprematismo, perché, seguendo sempre le indicazioni del curatore, tale movimento “è l’opera di un solo artista, la sua, mentre le altre avanguardie sono il frutto del lavoro di gruppi artistici”.

Ecco le parole di Alberto Barcella, presidente della GAMeC, presente alla conferenza stampa di presentazione della mostra a Palazzo Reale lunedì 29 giugno: “Mi fa molto piacere oggi poter presentare a Milano la grande mostra su Malevič, che avrà luogo a partire dal 2 di ottobre. E’ una mostra molto impegnativa, probabilmente la più impegnativa che la Galleria abbia mai organizzato nella sua storia, iniziata nel nuovo secolo, nel 2000. E’, poi, un’occasione per attirare gli spettatori presentando uno dei giganti delle avanguardie del Novecento, con una mostra antologica che abbraccia tutto l’arco della sua vita. Avremo anche il suo famoso autoritratto, come chiusura della mostra e come invito per visitare l’Accademia Carrara, recentemente riaperta agli appassionati d’arte. Le emozioni sono il filo conduttore della mostra, perché le opere ne susciteranno molte, a partire dai suoi primi quadri divisionisti-espressionisti sino al periodo di ritorno al più puntuale figurativismo”.

E, poi, le parole del curatore Giacinto Di Pietrantonio: “Quest’anno è il centenario della nascita di quella che è considerata la più grande invenzione di Malevich e del XX secolo, sul piano dell’arte astratta della pittura e su quello concettuale: il Suprematismo”Descrive così il progetto curatoriale della mostra. Si passa dalle steppe russe divisioniste, ai quadri simbolisti, come il famoso “Autoritratto” (1907) col fiocco rosso, in cui domina quel giallo acceso che l’artista scopre nei Fauves e negli ori delle icone bizantine del XIV e XV secolo (alcune delle quali saranno qui esposte, documentando certe sue fonti d’ispirazione). In relazione a tali lavori saranno esposte opere del maestro simbolista Ilya Repin e dei suoi contemporanei Natalia Gončarova e di Mikhail Yakovlev. A seguire le scomposizioni cubofuturiste, quali “Composizione con La Gioconda” (1914) e “Mucca e violino” (1913), in cui già compaiono però il quadrato nero e gli sfondi bianchi tipici del suo Suprematismo, Anche qui vengono esposti altri artisti, tra cui Jean Pougny e David Burliuk. La sezione successiva propone le opere del pieno Suprematismo: “Quadrato Rosso” (1915), “Suprematismo” (1915-16) e il celebre trio “Quadrato nero”, “Cerchio Nero” e “Croce Nera” (1923), che mandò alla Biennale di Venezia del ’24. Saranno esposti, in una successiva sezione, anche esempi della sua produzione legata al design e all’architettura, prova della sua idea d’arte totale, in cui verrebbero a mancare i confini tra arte e vita: ecco, allora, i progetti utopici della città futura, le pitture smaltate su porcellana, gli acquerelli, i bozzetti per tessuti e per abiti suprematisti. La mostra si concluderà col periodo di censura a cui gli artisti furono sottoposti durante il Socialismo, che impose il ritorno al Realismo. Tuttavia, Malevič non si assoggetterà completamente a tali limitazioni, come dimostrano il suo figurativismo a campiture colorate, con uomini-manichino dalle teste ovali, ispirate sicuramente a de Chirico e i suoi ritratti e autoritratti di ispirazione rinascimentale. Il tutto sempre accompagnato da artisti russi coevi. Importante è, inoltre, la riedizione de “La Vittoria sul Sole”, prima opera totale di musica, arte, poesia e teatro che Malevič realizzò con Michail Matjusin e Aleksej Krucenych nel 1913, anno della sua prima ed ultima presentazione. Ora, dopo un lungo e meticoloso studio filologico, e per la prima volta in Italia, l’opera verrà riportata in vita.

Malevič, Testa di contadino, 1928 ca.

Malevič, Testa di contadino, 1928 ca.

Malevič, Quadrato nero, 1923 ca.

Malevič, Quadrato nero, 1923 ca.