• Machine à penser - Fondazione Prada, Venice - Installation view - Photo Mattia Balsamini - Courtesy Fondazione Prada
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Aperta in concomitanza con la Biennale di Architettura, la mostra Machines à Penser, presso la sede veneziana di Fondazione Prada, offre un excursus fra quei luoghi, mentali o fisici, che favoriscono la produzione intellettuale.

L’esposizione “Machines à Penser”, curata da Dieter Roelstraete, tocca tangenzialmente l’architettura con lo scopo però di parlare di filosofia. L’idea nacque nella testa del curatore, quando, anni fa, sfogliando un catalogo d’architettura postmoderna, vide l’opera di Ian Hamilton Finley, Adorno’s Hut, 1986-87: un’installazione in travi d’acciaio rosso e cippi di legno dalla primordiale forma di casa, che accosta artificiale e naturale, immaginando un ipotetico e archetipico capanno per il padre della Scuola di Francoforte. Di lì è partita una ricerca sui rapporti fra produzione di pensiero e gli ambienti architettonici, dallo Studiolo di San Girolamo, fino ai luoghi dove i tre massimi filosofi teutonici del linguaggio hanno composto le loro opere: la casa dell’esilio losangelino di Theodor W. Adorno, dove scrisse “Minima Moralia”, la baita montana nella Schwarzwald di Martin Heidegger, che ha visto svilupparsi l’opera più importante della sua produzione, “Essere e Tempo”, e il rifugio tra i fiordi norvegesi di Ludwig Wittgenstein, dove il filosofo e matematico anglo-austriaco ha concepito il “Tractatus Logico-Philosophicus”.

Machine à penser - Fondazione Prada, Venice - Installation view - Photo Mattia Balsamini - Courtesy Fondazione Prada

Machine à penser – Fondazione Prada, Venice – Installation view – Photo Mattia Balsamini – Courtesy Fondazione Prada

Machine à penser - Fondazione Prada, Venice - Installation view - Photo Mattia Balsamini - Courtesy Fondazione Prada

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L’idea è di mostrare quei luoghi che possono agire come incubatori per il pensiero, luoghi che agevolano la riflessione, rivisti però attraverso le pratiche artistiche e le opere che indagano le tre condizioni che hanno permesso a questi grandi pensatori di produrre le loro opere: l’esilio, la fuga e il ritiro. Nel piano nobile del palazzo settecentesco sono stati ricostruiti a grandezza quasi naturale la casa progettata e costruita da Wittgenstein a Skjolden, nel cui interno troviamo il suo bastone e l’unica scultura realizzata da Wittgenstein stesso, Head of a Girl, 1925-1928; quindi, davanti all’eremo wittgensteiniano, la baita di Heidegger a Todtnauberg, all’interno della quale troviamo le riproduzioni fotografiche di opere presenti nella baita stessa, alcune foto del filosofo e della moglie da un fotoreportage di Digne Meller-Marcovicz del 1966 per Der Spiegel e una serie di ceramiche.

L’insieme delle opere esposte si sofferma su alcuni degli spunti filosofici originati dai pensieri dei tre: le opere di Giulio Paolini, Sophie Nys e Paolo Chiasera si soffermano ad analizzare l’idea heideggeriana dell’abitare, dell’appartenenza al luogo e del rifugio. Oppure traggono ispirazione dall’esilio autoimposto di Wittgenstein, come il progetto del collettivo norvegese, formato da Marianne Bredesen, Siri Hjorth e Sebastian Makonnen Kjølaas, che propone un monumento da erigersi sul luogo del rifugio, non più esistente, nella forma del famoso diagramma del coniglio-anatra presente nel Tractatus. Oppure la ricerca fotografica di Patrick Lekey che documenta gli interni di Villa Aurora, casa frequentata dagli intellettuali esuli tedeschi a Los Angeles durante il nazismo.

Machine à penser - Fondazione Prada, Venice - Installation view - Photo Mattia Balsamini - Courtesy Fondazione Prada

Machine à penser – Fondazione Prada, Venice – Installation view – Photo Mattia Balsamini – Courtesy Fondazione Prada

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Infine, dipinti e stampe rinascimentali ci raccontano la vicenda di San Girolamo, Padre della chiesa, studioso, eremita e traduttore della Bibbia, antesignano di queste figure di studiosi solitari.

La mostra si configura come un insieme di opere calibrate, studiate e ben disposte che costruiscono un percorso la cui tesi principale è di vedere lo spazio come il prisma allegorico in cui l’ambiente domestico di ritiro dalla vita attiva diviene la condizione per la produzione di pensiero. Ritiro, fuga ed esilio, sono solo alcune però delle possibili strategie per la ricerca di un’equanimità interiore e di quella forza che permette di creare; sembrano comunque essere condizioni necessarie a filosofi, artisti e, in generale intellettuali, per produrre pensiero, in una sorta di nemesi verso quella condizione d’iperconnessione e condivisione che oggi impera. Macchine per pensare sono le case, ma anche gli spazi, e i tempi, che permettono un’interruzione.

Riecheggiano quindi negli spazi, e nelle considerazioni finali, la riflessione, e l’auspicio, che Gilles Deleuze fa in “Poscritto sulle società di controllo”, quando afferma che: “Il problema non è più trovare un modo perché la gente si esprima, lo fa fin troppo. Si tratta piuttosto di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio in cui troveranno finalmente qualcosa di vero da dire”.

Machine à penser - Fondazione Prada, Venice - Installation view - Photo Mattia Balsamini - Courtesy Fondazione Prada

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