Giulio Paolini, Mimesi, 1975, gesso, cm 36,5 x 20,5 x 25,5 cad – Courtesy Galleria Erica Ravenna, foto credits: Giorgio Benni
Jean-Auguste-Dominique Ingres, Odalisque, 1825, cm 13,1 x 21 – Courtesy Galleria Erica Ravenna, foto credits: Giorgio Benni

A pochi giorni dalla riapertura globale della città, che finalmente in Zona Gialla vedrà graduali passi avanti verso una nuova fruizione dei luoghi di cultura, una galleria storica per la Capitale inaugura un nuovo spazio con una mostra che segna sì un nuovo inizio, ma allo stesso tempo una dichiarazione di intenti in continuità con il lavoro portato avanti dalla sua fondazione. Dopo trent’anni di carriera dalla mostra La Misura Italiana nel 1992, la Galleria Erica Ravenna Fiorentini cambia nome in Erica Ravenna e cambia location, lasciando la storica sede in Via Margutta per inaugurare un nuovo spazio nel cuore del Ghetto, in un locale fatto di ambienti concatenati che creano un ponte tra via della Reginella e via di Sant’Ambrogio, a pochi passi dalla storica Fontana delle Tartarughe.

Una storia, quella di Erica Ravenna, profondamente legata ai Maestri della Storia dell’Arte contemporanea italiana, con uno sguardo rivolto sempre in avanti verso gli artisti più giovani e l’eredità culturale che questi ultimi hanno saputo portare nelle proprie opere. Dal 22 aprile sono aperte le porte della prima mostra che inaugura questo nuovo capitolo dal titolo L’Uomo e l’Arte, un percorso tra grandi nomi come Gino Marotta, Giulio Paolini, Jannis Kounellis e Mario Schifano messi a confronto con la Storia dell’Arte del passato quali Lucas Cranach il Vecchio, Giorgio De Chirico e Jean-Auguste-Dominique Ingres.

Alessandra Caldarelli: Ci introduci i temi della mostra mostra?

Erica Ravenna: Il percorso inizia idealmente da questi lavori di Mario Schifano, che furono presentati nella mostra del 1972 alla galleria diretta da Bruna Soletti, “L’Uomo e l’Arte” per l’appunto da cui riprende il titolo la mostra, che era non soltanto una galleria, ma soprattutto una rivista e Casa Editrice, con la quale tra l’altro Schifano realizzò uno dei suoi primi libri d’artista. Abbiamo scelto tre tele emulsionate con interventi a smalto o pastelli, con i plexi originali: due di queste opere sono particolarmente significative perché il titolo di entrambe è Ore 21.30. I Maestri del Novecento italiano (1972, ndr), anche il nome di un programma televisivo per la RAI a cura di Franco Simongini sui Maestri del Novecento, in particolare su De Chirico; la terza opera infatti, che porta il titolo di Particolare da Pittura Italiana del 1971, è un chiaro riferimento alla pittura del passato, alla pittura italiana e in particolare a De Chirico che è stato per tutti gli artisti di quegli anni un grande punto di riferimento e qui messo a confronto con la sua Natura Morta del 1945. 

AC: Un passato che in qualche modo coinvolge tutte le opere di questo nuovo progetto.

ER: Il gioco è stato quello di creare tutti questi collegamenti con la storia, tutti quei rimandi che tutta la nostra arte contemporanea ha avuto, in qualche modo mantenuto vivo e ha interpretato e fatto proprio. Si prosegue con una piccola sala dedicata a Giulio Paolini, tra una delle sue classiche Mimesi in gesso con le teste romane del 1975 e una Mimesi invece fotografica, dove introduce la grande odalisca di Ingres, che ho messo a confronto con la litografia originale di Ingres del 1825 per costruire questo dialogo e rendere esplicito il riferimento. L’idea è quella però di trasmettere come tutta questo influenzarsi fosse una sorta di struttura circolare, perché ha origini e radici molto più remote, fino persino all’Arte classica e che dunque appartiene alla Storia dell’Arte italiana da sempre. 

Mario Schifano, Ore 21:30 – I Maestri del Novecento, 1972, smalto su tela emulsionata e plexiglass, cm 115 x 196 – Courtesy Galleria Erica Ravenna, foto credits: Giorgio Benni
Janni Kounellis, Senza Titolo, 1974, tecnica mista, cm 32,5 x 52,5 (Libro), cm 79 x 109 x 10 (cassa di legno) – Courtesy Galleria Erica Ravenna, foto credits: Giorgio Benni
Giorgio De Chirico, Natura Morta, olio su tela, cm 40 x 50 – Courtesy Galleria Erica Ravenna, foto credits: Giorgio Benni

AC: Nonostante quel tentativo di distruzione dei propri legami con il passato, perpetuato sin dalle Avanguardie Storiche di inizio Novecento, gli artisti contemporanei non possono fare a meno di prendere parte a questo momento di scambio, dialogo e arricchimento con le radici artistiche che, in un modo o nell’altro, fanno parte della Storia dell’Uomo. 

ER: Anche con l’avvento del Novecento, che ha inevitabilmente ampliato la possibilità di viaggiare e quindi di vedere e permettere degli scambi anche con il contesto europeo, il legame storico è un substrato ineludibile ancora oggi per la produzione dell’Arte contemporanea. Il tema principale di questa mostra, che poi è stato da sempre il focus che ha caratterizzato la mia galleria, è proprio quello di cercare un ponte tra le sperimentazioni più attuali e tutta la produzione del passato, proprio perché pensare di potersi affrancare totalmente dal bagaglio culturale che ci ha preceduti, soprattutto in un Paese come l’Italia, è impensabile. Penso che la cosa che non abbiamo fatto ancora abbastanza sul contemporaneo è proprio insistere su questo rapporto che nel suo genere è unico e che ci differenzia da tutti gli altri Paesi. Invece che continuare a cercare all’esterno dei modelli che non ci appartengono, gli artisti di oggi dovrebbero saper ricercare questi legami e misurarsi con altri riferimenti sapendo reinterpretarli e trasformarli in qualcosa di nuovo con la propria personalità e la propria dimensione creatrice.

AC: Le ultime sale sono invece dedicate a Kounellis e Marotta. 

ER: Questi due lavori sono entrambi del 1974 e sono entrambi esplicitamente legati a due artisti storici, da una parte Jacques Luis David e dall’altra De Chirico, che proprio per questo ho scelto di esporre con Piazza d’Italia in cui si rendono evidenti tutti i riferimenti. Di Gino Marotta ho scelto invece questa serie di lavori realizzati a partire dalla Venere di Cranach Il Vecchio, tutti realizzati nel 1971 in metacrilato, un materiale che all’epoca era assolutamente nuovo in un’epoca che vedeva il boom di nuovi materiali plastici cui gli artisti si avvicinano. Sicuramente è stato geniale nella sua interpretazione della Storia dell’Arte, che poi parallelamente porta avanti con le sue oasi, per definire quella contraddizione tra il mondo industriale e quindi artificiale rispetto alla Storia dell’Arte del passato, che poi ritroviamo nell’incisione originale di Cranach.

AC: Avete intenzione di portare avanti il vostro legame con gli artisti più giovani?

ER: Sì assolutamente, io ho sempre mantenuto questo interesse inserendo in molte delle collettive che ho presentato in galleria degli artisti di nuova generazione. Ho fatto una mostra sul paesaggio con Laura Pugno, Luca Pancrazzi e Donatella Spaziani, ho messo a confronto Tomaso Binga e Donatella Spaziani o fatto progetti internazionali con artisti come Spencer Finch e Sirous Namazi, perché mi interessa non solo il confronto tra gli artisti e il loro passato, ma anche tra artisti di diversa generazione nello stesso momento storico. Non si può guardare alla Storia dell’Arte come fosse fatta di comportamenti stagni, di manifestazioni isolate fra loro.Una visione che, come la definisce la gallerista, vuole offrire degli spunti di riflessione che possono prendere le declinazioni più diverse. Riflessioni sul patrimonio culturale ricchissimo della Storia italiana, in cui i riferimenti a ciò che è già stato fatto sono inevitabilmente insiti nella prassi operativa degli artisti di tutte le epoche e che rappresentano molto spesso una forma di ostacolo, un bagaglio troppo pesante con cui confrontarsi. Un bagaglio che rappresenta sicuramente un problema, ma che dovrebbe rappresentare anche una consapevolezza che sia il punto di partenza per dare vita al nuovo.

Accompagna la mostra un catalogo con i testi di Fabio Benzi e Laura Cherubini.

Fino al 10 luglio 2021, Galleria Erica Ravenna, Via della Reginella, 3 – Roma 

Jannis Kounellis, Morte di Marat, 1974, foto indiciosne su carta e ferro galvanizzato, cm 57 x 42 – Courtesy Galleria Erica Ravenna, foto credits: Giorgio Benni
Lucas Cranach Il Vecchio, Venere e Amore, post 1506,xilografia, cm 70 x 50 – Courtesy Galleria Erica Ravenna, foto credits: Giorgio Benni
Gino Marotta, Venere artificiale, 1971, serigrafia a smalto su metacrilato e tecnica mista. cm 185 x 75 – Courtesy Galleria Erica Ravenna, foto credits: Giorgio Benni