(from left to right) Roni Horn, White Dickinson THE CAREER OF FLOWERS DIFFERS FROM OURS ONLY IN INAUDIBLENESS, 2006, Courtesy the artist and Hauser & Wirth, Felix Gonzalez Torres, “Untitled” (Blood), 1992, Pinault Collection, “Untitled” (7 Days of Bloodworks), 1991, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

“La memoria dei luoghi è il fil rouge dell’esposizione”. Questa è una delle prime frasi che pronuncia il direttore di Palazzo Grassi Martin Bethenod, curatore assieme a Mouna Mekouar, della mostra a Punta della Dogana “Luogo e Segni”. Contributo alla Collezione, questa settima esposizione diventa, nell’ideazione dei due curatori, una ‘rappresentazione’ delle mostre che per 10 anni si sono avvicendate nello spazio espositivo.

Come con le precedenti mostre – prova ne sia stata la presenza in conferenza stampa di Francesco Bonami, il curatore con Alison Gingeras, della mostra Mapping the Studio di Punta della Dogana e Palazzo Grassi nel giugno 2009 – anche Luogo e Segni vuole essere uno sguardo che arricchisce la Collezione perché fortemente legato alla visione dei due curatori. Martin Bethenod sottolinea con enfasi la parola “fedeltà” delle opere esposte in relazione alla complessità e stratificazione della stessa Collezione: bacino inesauribile di rimandi, connessioni, analogie.
A rafforzare questa idea, la scelta quasi naturale di opere che dialogano in modo serrato con gli spazi molto connotati di Punta della Dogana: lavori nati per le sale, dunque già visti, accanto a nuove produzioni, inaspettate risposte a un luogo che, come specificherà Mouna Mekouar: la ha affascinata molto, proprio per la sua natura fortemente cangiante e ‘umorale’.
“Dopo essere stata invitata a curare la mostra, mentre attraversavo gli spazi di Punta della Dogana, ho avuto un flash. Circondato dall’acqua su la cui superficie si rifletteva la luce,  lo spazio assumeva via via un’atmosfera differente. Tornata, ho notato che gli ambienti cambiavano a seconda che ci fosse il sole, la nebbia, una giornata di pioggia. Avveniva una continua e coinvolgente metamorfosi.” Ed è proprio da questi ‘umori’ che si è sviluppata una mostra che si vuole in continua mutazione a seconda delle ore del giorno ma  anche, con il susseguirsi delle stagioni.

(from left to right) Cerith Wyn Evans, We are in Yucatan and every unpredicted thing, 2012-2014, Pinault Collection, Rudolf Stingel, Untitled, 1990, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.
Carol Rama, Luogo e segni, 1975, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

La mostra, dal titolo preso a prestito da un’opera in mostra di Carol Rama, si sviluppa grazie a 36 artisti che presentano un centinaio di opere. Tra gli artisti, 17 sono presenti per la prima volta in una mostra della Collezione Pinault a Venezia. Tra questi, Berenice Abbot, Liz Deschenes, Trisha Donnelly, R.H. Quaytman, tra gli altri. Tra loro anche tre giovani che hanno partecipato alla residenza promossa dalla Collezione a Lens: Lucas Arruda, Hicham Berrada e Edith Dekyndt.

“La mostra si suddivide su tre grandi temi” continua Mekouar. “La memoria dei luoghi, dunque di città come Beirut, New York, Rio de Janeiro, ma anche alla stessa Venezia. Così come memoria visiva, auditiva, olfattiva, tattile, musicale.” La memoria, dunque, è sviscerata da molti artisti, ma anche dagli stessi curatori che, consapevoli anche del decennale di Punta della Dogana, ripropongono alcune opere già esposte di Felix Gonzalez-Torres – la grande tenda di perle rosse all’ingresso, Untitled (Blood) 1992, esposta a Dancing with Myself l’anno scorso –  Roni Horn – con l’opera Well e Truly, esposta nel 2013 nella mostra Prima Materia –, la Sturtevant con la sempre emozionante installazione Felix Gonzalez-Torres America America 2004, esposta nella mostra, sempre a Punta della Dogana Elogio del Dubbio nel 2011.

Il taglio poetico è forse quello che più emerge come nesso tra i tanti artisti in mostra. Prova ne sia la scelta dei due curatori di trarre una libera ispirazione dagli scritti dell’artista e poeta Etel Adnan, con la quale molti autori presenti hanno un profondo legame.  Della Adnan sono presenti ben tre lavori: in dialogo con Philippe Parreno; da sola con il toccante lavoro Dhikr (Litania) dove evoca la guerra del Libano; e ancora in dialogo con Simone Fattal, in Garden of Memory, una stanza che per molti versi chiude il percorso espositivo in quanto racchiude in sé i temi della mostra: il taglio fortemente poetico che aleggi nelle opere, le affinità elettive tra gli artisti e, infine, il potere evocativo e misterioso della memoria. Garden of Memory è un’esposizione avvenuta nel 2018 al Musée Yves Sanint Laurent di Marralech con la partecipazione di Etel Adnan, Simone Fattal e Robert Wilson. Pensato come dialogo tra i tre artisti, il progetto ha coinvolto intimamente gli artisti, il loro vissuto e le loro esperienze solitarie o condivise, per dar vita ad un racconto non lineare, un paesaggio mentale  colmo di richiami e analogie tra le opere.

Liz Deschenes, FPS(60), 2018, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.
Roni Horn, Well and Truly, 2009-2010, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.
(From left to right) Alessandro Piangiamore, Api E Petrolio Fanno Luce (6, Latte Controvento), 2019, Api E Petrolio Fanno Luce (7), 2019, Courtesy The Artist And Galleria Magazzino. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.

Nel suo insieme la mostra è colma di relazioni tra gli artisti: la già citata sala con l’opera di Philippe Parreno e Etel Adnan dove il video di Marilyn dell’artista originario dall’Algeria dialoga con i disegni di Adnan visibili solo quando la proiezione si interrompe: l’uno evoca il fantasma di Marilyn Monroe mentre l’altra, grazie disegni istintivi dai colori puri, racconta di paesaggi ideali, immaginari, “più veri della fantasia”.

Ma potrei citare anche la sala con le opere dai continui rimandi di Carol Rama, Rudolf Stingel, Ann Veronica Janssens e Cerith Wyn Evans; quella di Tacita Dean e Julie Mehretu o, ancora quella di Alessandro Piangiamore e Lucas Arruda. Dialoghi dunque, m anche intense e rarefatte sale dove predomina l’atmosfera più che l’oggetto-opera, la dimensione eterea più che un vero e proprio racconto. Da citare l’opera di Nina Canell “Days of inertia” del 2015, composta da frammenti di arenaria coperti da pozze d’acqua immobili; L’ambigua e sfuggente immagine di Trisha Donnelly – un video digitale di 9 secondi – avvolta nel buio di un ampia sala, ma anche  immersa in un’oscurità ermeneutica  liberamente interpretabile. Sempre coinvolgente l’opera “Felix Gonzalez-Torres America America”, 2004, della Sturtevant, così come la prima grande sala che apre la mostra dove ci accoglie “Untitled” (Blood) 1992 di Felix Gonzalez-Torres.
Al centro, quello che oramai è diventato un’opera che, senza azzardo, potremmo definire  classica: “Well and Truly” (2009-2010) di Roni Horn: dieci blocchi di vetro di diverse sfumature di azzurro, verde, grigio,  bianco che ritrae le altrettante mutevoli cromie dell’acqua.

Sturtevant, Felix Gonzalez-Torres America America, 2004, Pinault Collection. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.
Nina Canell, Days of Inertia, 2015, Courtesy Daniel Marzona, Barbara Wien, Mendes Wood Dm Galleries. Installation View ‘Luogo e Segni’ at Punta della Dogana, 2019 © Palazzo Grassi, photography Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti.