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Testo di Elena Volpato

I baffi del bambino, così si intitola il libro di Luca Bertolo, a cura di Davide Ferri, da poco uscito per Quodlibet. È una raccolta di suoi testi sull’arte, su altri artisti e sul suo lavoro di pittore, ed è un libro che credo vada letto per la bellezza di quello che c’è scritto tanto quanto per la bellezza di quello che non vi è scritto.

La parte compiutamente espressa è un fluire di convincenti affermazioni sul contemporaneo mondo dell’arte, sul ruolo di critici, artisti e curatori, sulla possibilità e impossibilità dell’arte di essere impegno politico, sul ruolo della pittura in un periodo segnato principalmente da un clima post-concettuale, sul valore di alcune esposizioni e su altro ancora.

Bertolo è uno di quegli autori per i quali si ha la tentazione di dire che scrivono bene perché pensano bene, anche se poi sappiamo che pensare bene non è qualità sufficiente alla buona scrittura. Il suo, a tutta prima, sembra un ingegno logico, fatto di argomentazioni limpide, a cui si unisce una certa sapienza retorica che gli permette di accendere l’attenzione del lettore, di prenderlo in contropiede con una buona dose di ironia e talvolta di sorprenderlo congiungendo in una unità di senso aneddoti, citazioni e riferimenti apparentemente lontani.

Certo quando ci si dispone, come l’autore fa in numerose pagine, ad analizzare qualcosa come il cosiddetto sistema dell’arte, i suoi meccanismi e i suoi attori, la chiarezza è una primaria forma d’etica e a Bertolo non manca il coraggio di perseguirla. In alcune sue lettere la sua schiettezza si fa tagliente, se non feroce. Se però si prova a riflettere su cosa sia l’arte stessa, su quale sia la sua necessità, su che cosa rende cose come un dipinto, una foto o una performance delle opere d’arte e, più ancora, quando si tratti di buone opere d’arte, l’intelligenza logica con le sue articolate disquisizioni finisce col dimostrarsi inadeguata e Bertolo dimostra in queste pagine di avere piena consapevolezza anche di questo. Ecco perché nel suo libro ciò che non è pienamente espresso è rilevante tanto quanto ciò che vi si afferma e forse di più.

Sull’onda delle sue argomentazioni l’autore ci porta fino alle soglie dell’arte, fin sulla soglia della poesia ma poi, quando è giunto al bordo del dipinto, ci ricorda e si ricorda qualcosa di molto simile a quello che un pensatore come Wittgenstein, capace come pochi di chiarezza logica, affermava: nella vita, come nell’arte, è difficile dire qualche cosa che sia altrettanto efficace del silenzio. In quel campo la logica non apre porte, ma nel caso di Bertolo ci conduce almeno fin sullo stipite, al cospetto di quel rettangolo che è un’apertura sulla nostra sensibilità e si identifica nel rettangolo del dipinto per il pittore e della pagina per lo scrittore, secondo le parole che Tiziano Scarpa dedica a Bertolo nella postfazione.

Lì, su quella soglia, accade nei suoi testi qualcosa che accade mirabilmente anche nei suoi dipinti: il manifestarsi della contraddizione, del paradosso. Se mi è consentito provare a descrivere l’indole dell’autore rubando un’immagine che egli stesso usa in un testo scritto a proposito dell’incommensurabilità dell’arte, allora mi permetto di affermare che Bertolo, autore e artista, è un numero irrazionale: l’unione di qualcosa di chiaro come un numero e di qualcos’altro che appare come l’esatto opposto della logica matematica: l’irrazionalità. “Un esempio tipico di incommensurabilità – scrive Bertolo – è quello tra i numeri razionali come 1, e gli irrazionali come √2 (=1,4142135623…) che appunto si definiscono non razionali perché hanno un numero infinito di cifre dopo la virgola.” Leggo Bertolo e continuo a pensare a quel numero. Penso che per farci comprendere di cosa stesse parlando, doveva per forza metterci un po’ di cifre dopo quella virgola ma poi era necessario che si fermasse e che usasse i tre puntini per darci un senso di continuità, così che su quei puntini la nostra mente possa saltare come su delle rocce in mezzo all’acqua prima di lasciarsi andare in un tuffo. Le argomentazioni di Bertolo assomigliano a quella serie di numeri seguiti dai puntini: solide come massi affioranti, chiare e inequivocabili come possono esserlo solo i numeri, ma eloquenti soprattutto perché svaniscono nel nulla e ci lasciano a contemplare in silenzio ciò che deve essere contemplato. E ciò che deve essere contemplato è tale proprio perché non può essere misurato, che sia l’infinito o il senso della pittura come della poesia. “… Meglio smettere di argomentare – scrive a un tratto Bertolo dopo una lunga disquisizione – e abbandonarsi alle opere.”

Aprono soglie dunque le pagine di Bertolo e lo fanno in virtù di slittamenti e contraddizioni, a partire dalla paradossale quanto considerevole dose di intelligenza che usa nei suoi testi per sostenere quanto l’intelligenza sia sopravvalutata in arte. Usa spesso l’ironia, anche nei suoi dipinti, ma ci ricorda che l’ironia è una delle cose più difficili da coniugare con l’autentica espressione artistica, almeno quanto l’impegno politico. Sembra suggerire in più di un punto che la buona arte è dotata in primo luogo di leggerezza per poi asserire, in altrettanti passi, che la dimensione dell’opera, come la dimensione umana, più che di impalpabile pensiero è fatta di materia e di un corpo che pesa. In un passo arriva ad affermare il valore intellettuale della pietra. Numerosi sono i testi in cui parla della solitudine, dell’isolamento e dell’individualismo intrinseco nell’essere artisti, ma tutti i testi che compongono il libro rappresentano un appello alla discussione, al coinvolgimento, alla responsabilità che l’artista ha di prendere pubblicamente la parola, ammoniscono la critica a fare altrettanto, ad assumersi anch’essa la responsabilità dell’opera: sono, insomma, un appello a un’etica dell’arte. Ma l’etica non è necessaria proprio perché non si è soli?

Questo libro, si diceva, apre soglie creando contraddizioni: i baffi del bambino sono un tocco di pennello che dipinge la maschera sul volto dell’innocenza. Tra l’autenticità del fanciullino e la finzione, un po’ impacciata e un po’ poetica, del mostrarsi adulto, così come tra ogni cosa che venga sovrapposta al suo contrario, si crea un sottile interstizio fatto di ambiguità e slittamenti del senso. Lì in quello spazio infinitesimale, che forse solo un’infinita serie di numeri posti dopo una virgola potrebbero esprimere, Bertolo va confidandoci il senso della pittura e del suo essere pittore.

Programma di presentazioni al pubblico

Giovedì 28 marzo: Bologna, MAMbo – ore 18.30
Con l’autore, Lorenzo Balbi (direttore artistico MAMbo) Davide Ferri (curatore indipendente, insegna all’Accademia di Belle Arti di Rimini e all’Accademia di Belle Arti di Bologna) e Simone Menegoi (direttore di Arte Fiera e curatore indipendente).

Mercoledì 3 aprile: Milano, Libreria Verso – ore 19.00
Con l’autore, Cecilia Guida (curatrice indipendente, insegna all’Accademia di Belle Arti di Brera) e Giulio Ciavoliello (insegnante all’Accademia di Belle Arti di Brera) .

Mercoledì 17 aprile: Firenze, Museo Novecento – ore 18.00
Con l’autore, Sergio Risaliti (direttore artistico Museo Novecento e curatore indipendente), Michele Dantini (storico dell’arte e scrittore, insegna all’Università per Stranieri di Perugia e a IMT,  Scuola di Alti Studi Lucca), Flavio Favelli (artista).

Domenica 5 maggio: Torino, Galleria Norma Mangione – ore 11.30
Con l’autore, Elena Volpato (curatore e conservatore presso GAM di Torino) e Francesco Barocco (artista)

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