Cowfish, 2011 – 16mm film, colour, no sound, 2’25”
Colaboration with Lamu Palm Oil Factory, production Museo Marino Marini
Eye Model, 2006, Courtesy Flavio Albanese
Getting into bed, 2011, Frac Ile-de-France / Le plateau, Paris
Hand, smaller than hand, 2009
35mm film transferred to 16mm, colour, no sound, 1’48”
Production Inhotim Cultural Center, Minas Gerais, Brazil
Motion of Astronomical Bodies, 2010
Wave, 2011, Coproduzione Bienale de Sao Tomé è Prìncepe e Frac Ile-de-France / Le plateau, Paris

Spaghetti Tornado, 2010, Produzione Fondazione Brodbeck
 
Dream of a rayfish, 2011
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Voler tentare di raccontare o descrivere l’indicibile, l’indefinito, l’inimmaginabile, è un impresa non da poco. Leggendo il breve testo che accompagna la mostra di João Maria Gusmão e Pedro Paiva al Museo Marino Marino – a cura di Nuno Faria e Alberto Salvadori – si incappa in molte di queste parole. Artisti che lavorano o si confrontano su temi quali  l’esulare dall’ordine delle cose, che investigano l’irragionevole o l’improbabile, mi hanno sempre affascinato. Ingorda di ‘inimmaginabile’ soprattutto in letteratura, quando degli artisti dichiarano, come Gusmão e Paiva, di percorrere la difficile strada dell’indecifrabile, penso a quanto siano coraggiosi e impavidi.
Coraggiosi perchè una delle cose più difficili, penso, sia proprio quella di voler speculare sull’inafferrabile. (scusate l’eccesso di -bile)
Se raccontato, possiamo liberare l’immaginazione. Se mostrato, però, lo spettro di possibilità si ristringe inesorabilmente. 
In ogni caso, invito tutti a vedere la mostra per constare se, il loro intento di   ‘personificazione di una visione materialistica del mondo’, priva di qualsiasi ‘metafisica’, abbia posto quegli interrogativi universali a cui da sempre l’uomo cerca di dare una risposta.

Sfiorare l’essenza delle cose, cercarne il meccanismo o il significato, perdersi nell’infinitamente piccolo o vagare con i sensi nella realtà minima del quotidiano. I due artisti portoghesi, non potevano che ispirarsi agli scritti del poeta/filosofo Alberto Caeiro, eteronimo del grande e misteriosissimo Fernando Pessoa. Tra i tanti ‘personaggi’ vivificati dallo scrittore, Gusmão e Paiva hanno scelto di citare proprio Caeiro in quanto ‘poeta contadino’, che credeva che gli esseri semplicemente sono, e niente più. Non credeva nè nella parola nè nella rappresentazione, in quanto la realtà, quella ‘vera’ è sempre altrove. Abbracciando un tale personaggio, per i due artisti non sarà stato sicuramente facile formalizzare l’essenza e l’origine delle cose.
Teoremi, paradossi, fenomeni atmosferici, gesti, eccezionalità: tutto ciò è stato raccontato con immagini semplicissime. Una donna nuda nell’atto di stendersi a letto, riempire un bicchiere di tè, un’onda che si infrange sugli scogli, un uomo al buio che mangia una papaya, una mano che simula dei passi e che si suicida cadendo da un mobile ecc. Azioni semplici, paesaggi minimi, velocità irreale data dalla lentezza dello slow-motion (scelta tecnica un pò facile e fin troppo romantica…)  

Nel piano interrato del museo Marino Marino, quasi completamente al buio, gli artisti hanno esposto quattro proiettori da 16 mm, due camere oscure e una scultura in bronzo. Oltre una decina i brevi video proiettati. Ho trovato molto coinvolgente l’opera forse meno narrativa di tutta la mostra, ‘Motion of Astronomical Bodies’ (2010): camera oscura che mostra in modo sobrio e spettacolare, al tempo stesso, alcune ruote di biciclette che giravano a vuoto. A proposito di quest’opera raccontano gli artisti: “Parliamo di un’immagine che, contenendo le arrazioni di tutti i tempi (tutti gli istanti allo stesso tempo), concepisce quella possibilità come reale, in modo tale da produrrre mentalmente l’immagine che sembra prefigurare l’eternità, cioè il sogno di un tempo indifferenziato, senza inizio e senza fine.”

Ho apprezzato l’eroico tentativo di metterci di fronte al nostro guardarci guardare, a come giudichiamo giudicare o percepiamo percepire. E’ sempre dietro l’angolo il periocolo che, l’ ‘opacità’ delle immagini (disarmanti per la loro semplicità), rischino di essere ‘sorde’ o meglio chiuse nel loro essere ‘solo’ quello che sono.Ma forse è questo l’obbiettivo degli artisti. Poetica, semplice, complicatissima…

João Maria Gusmão e Pedro Paiva
Non c’è più niente da raccontare perché questo è piccolo, come ogni fecondazione
Museo Marino Marini, Firenze

fino al 14 gennaio