• Hannah Lees, Installation view, Locals Objects, courtesy Ikeyazhang 2015
  • Santo Tolone, Cecile (Blue ceiling), 2015, legno e tessuto, cm 214x149x29 (pezzo unico)
  • Locals Objects, courtesy Ikeyazhang 2015
  • Local Objects, Installation view, courtesy Ikeyazhang, ph.credits Andrea Rossetti.
  • Local Objects, Installation view, courtesy Ikeyazhang, ph.credits Andrea Rossetti.
  • Local Objects, Installation view, courtesy Ikeyazhang, ph.credits Andrea Rossetti.
  • Mark Essen, Each breath is shorter than the last - Locals Objects, courtesy Ikeyazhang 2015
  • Locals Objects, courtesy Ikeyazhang 2015
  • Local Objects, Installation view, courtesy Ikeyazhang, ph.credits Andrea Rossetti.
  • Local Objects, Installation view, courtesy Ikeyazhang, ph.credits Andrea Rossetti.
  • Local Objects, Installation view, courtesy Ikeyazhang, ph.credits Andrea Rossetti.
 

Sembra strutturarsi in un composito gioco di antinomie l’interessante mostra curata da Rita Selvaggio nello spazio in Via Donatello 36 a Milano. Fino al 15 gennaio è visitabile la complessa costellazione di rimandi che la curatrice ha tessuto grazie alle opere di sei artisti di diversa nazionalità: Alessandro Agudio, Vanessa Billy, Tim Ellis, Mark Essen, Hannah Lees e Santo Tolone. Prima della mostra vera e propria, molto poetica è la denominazione del progetto a lungo termine, “IKEYAZHANG”,   “spazio concettuale” definito dalla stessa curatrice come una pop-up gallery che, commercialmente, funzionerà come una vera e propria galleria. Caratteristica del progetto è il suo essere itinerante e senza una vera e propria scaletta scandita dalle ferree tempistiche delle gallerie tradizionali.

Già il titolo – “IKEYAZHANG” – ci porta su un registro dove la complessità ermetica dell’impianto concettuale sembra rivelarsi talmente aperto che c’è il rischio – ma anche la potenzialità – di attraversare l’intero progetto in modo del tutto arbitrario, lasciandosi attrarre e dunque affascinare volta per volta dai temi che la curatrice ci propone. Ma partiamo dalla vicenda scelta dalla Selvaggio come incipit: “KEYAZHANG è un’organizzazione nomade e itinerante che deve il proprio nome a quello di una cometa e al suo lungo strascico di vapori e luminosità. Come questa, si stacca da quel serbatoio di comete dormienti che è la Nube di Oort, appare, concepisce il proprio corso intorno al sole e nuovamente si dissolve nella profondità della galassia.”  Lo spazio che ospita il primo appuntamento è decisamente favorevole per un ‘volo d’uccello’ sia reale che intellettuale sull’intera mostra, che ha come titolo “Local Objects”: oggetti legati ai luoghi, alle esperienza, alla conoscibilità del loro utilizzo… La mostra raccoglie le opere dei sei artisti attorno ad una poesia di Wallace Stevens (“poeta tra i miei più amati”, rivela la curatrice).

Nei versi di Stevens, si evince come la ‘cosità’ imprime nella materia un significato ambiguo, scivoloso. In altre parole, le “cose”, sospesa la loro funzione e utilità, diventano materia speculativa – non necessariamente sentimentale – per viaggiare con l’immaginazione, tra presente e futuro, tra il  “lato oscuro dei cieli o quello chiaro” (negativo e positivo, dunque). Ancora “Poco esisteva per lui salvo le rade cose | Per le quali veniva sempre un nome nuovo, come se egli volesse produrle, trattenerle dal perire”. Con queste seducenti “chiavi” – la necessità degli oggetti, la facoltà di ri-nominarli arbitrariamente, le cose da preservare dal tempo – il percorso della mostra si apre in modo esponenziale, sempre però seguendo una ferrea logica degli opposti, le antinomie che dicevo all’inizio. Da subito, infatti, si nota la forzata scansione dell’ombra e della luce data dall’opera di Santo Tolone: da una dimensione luminosa omogenea si passa a quella ritmata, in modo puntuale, su alcuni lavori singoli provvisti di luce propria, come il light box di Alessandro Agudio (Untitled, 2015), le due opere di Vanessa Billy (Feeds like energy, 2014 e Sustain, 2014) e i faretti puntati sul lavoro in plastilina di Santo Tolone (Let’s face it – I’m freshwater you are saltwater, 2015). Se volessimo dare alla mostra una lettura per contrasti o tensioni di opposti, dovremmo allora celebrare il trionfo (o la bizzarria) di materiali utilizzati dagli artisti. Da una parte abbiamo quelli più “tradizionali” – gesso, metallo, ceramica, vetro, argilla, marmo, legno, roccia, sabbia, gomma e corda – dall’altra, invece, quelli più lontani dal mondo scultoreo classicamente inteso: federe di cotone, bucce di cipolla, conchiglie, pigne, intonaco, ossa, tappi di bottiglia, mozziconi di sigaretta, semi, gusci di pistacchio, ricci di mare…

Le cose, la roba, gli oggetti, gli utensili… la realtà si mischia o si innalza all’empireo dell’arte. Da questo intreccio nascono opere come quelle di Vanessa Billy, che associa al concetto di lampada e lampadario forme basilari come la roccia o, addirittura, un limone (giallo=lumonisità=sole); o lavori come quelli di Tim Ellis: bandiere che oscillano tra iconografia modernista e déjà-vu pubblicitari e commerciali, il tutto dipinto su banalissime federe e stoffe per cuscini. Quotidianità estorta dal suo vivere quotidiano quella di Hannah Lees. L’artista racconta una miriade di storie mediante la raccolta di frammenti trovati per caso lungo gli argini dei fiumi o lunghe le spiagge della Turchia, di Goa in India, a Malibù in California o le isole Canarie. Frammenti, scorie, sassi, cocci, detriti che l’artista installa in “tablet” di malta o calce. E’ un percorso a frammenti anche quello di Mark Essen che nella grande installazione “Each breath is shorter than the last” presenta un corpo in argilla in frantumi. I ‘cocci’ umani sembrano ritrovamenti millenari, una scoperta archeologia che riconsidera l’essere vivente come materia preziosa e, al tempo stesso, dimenticata. Si risolvono tutte in superficie le opere di Alessandro Agudio che senza preoccuparsi troppo di veicolare chissà quali contenuti, si concentra sulla perfezione, la lucentezza, la maniacalità formale delle sue opere. Esempio ne sia l’opera “One Of The Most Famous Wooden Spaceships On A Brazilian Beach” (2015), che, tra le curiosità annovera anche del detergente liquido, sostanza per sopperire alle necessità di igiene quotidiane assolutamente importante e indispensabile. La voglio considerare come una scelta per controbilanciare l’afflato trascendente delle altre opere in mostra: qui, anziché portare tutto dal basso in alto, si spinge in senso contrario. Da su a giù: il potere inspiegabile dell’arte.

Press Release – Local Objects ENGLISH

Local Objects,   Installation view,   courtesy Ikeyazhang,   ph.credits Andrea Rossetti.

Local Objects, Installation view, courtesy Ikeyazhang, ph.credits Andrea Rossetti.

Versi di Wallace Stevens.

Sapeva di essere uno spirito senza foyer
E che al suo occhio gli oggetti locali diventavano Piu? preziosi dei piu? preziosi oggetti domestici:

Gli oggetti locali di un mondo senza foyer,
Senza un passato ricordato, un passato presente,
O un futuro presente, sperato in una speranza presente.

Oggetti non presenti pacificamente
Sul lato oscuro dei cieli o quello chiaro,
In quella sfera tanto povera di oggetti suoi.

Poco esisteva per lui salvo le rade cose
Per le quali veniva sempre un nome nuovo, come Se egli volesse produrle, trattenerle dal perire,

Le rade cose, gli oggetti dell’intuito, le integrazioni
Del sentimento, le cose che venivano di propria iniziativa, Perche? desiderava senza sapere di preciso cosa,

Che erano i momenti del classico, del bello.
Era questa la serenita? che egli era sempre andato avvicinando Come un foyer assoluto oltre il romanzo.

Local Objects,   Installation view,   courtesy Ikeyazhang,   ph.credits Andrea Rossetti.

Local Objects, Installation view, courtesy Ikeyazhang, ph.credits Andrea Rossetti.

Local Objects,   Installation view,   courtesy Ikeyazhang,   ph.credits Andrea Rossetti.

Local Objects, Installation view, courtesy Ikeyazhang, ph.credits Andrea Rossetti.