Seconda giornata di Live Works – Performance Act Award, progetto inserito in SUPERCONTINENT², giunto alla 38° edizione di Drodesera, il festival di Centrale Fies. 12 i progetti selezionati  tramite il bando di quest’anno. Gli artisti internazionali che dal 7 al 17 luglio hanno preso parte al programma di residenza e produzione a cura di Barbara Bonisegna, Daniel Blanga Gubbay e Simone Frangi e che nel weekend presenteranno al pubblico i risultati di questa esperienza sono Anne-Lise Le Gac, Christian Botale Molebo, Judith Raum, Rodrigo Batista de Oliveira, Nyakallo Maleke, Ely Daou, Reza Mirabi, Ursula Mayer, Michele Rizzo, Beto Shwafaty, Cinthia de Levie e Phumulani Ntuli.

Nel corso delle tre serate – 20/22 luglio – di Live Works le loro performance saranno intervallate da quelle dei guests Maria Hassabi, Lina Lapelytè, Giovanni Morbin e Mario Mieli.
ATPdiary presenta in anteprima le proposte selezionate. Dopo Christian Botale, Reza Mirabi, Judith Raum, Michele Rizzo, Ely Daou, Cinthia De Levie, Anne Lise Le Gac e Phumulani Ntuli parliamo di Rodrigo Batista, Nyakallo Maleke, Ursula Mayer e Beto Shwafaty.

Rodrigo Batista - portrait photo credits Roberta Segata per Centrale Fies

Rodrigo Batista – portrait photo credits Roberta Segata per Centrale Fies

Rodrigo Batista - The Furious Rodrigo Batista

Rodrigo Batista è un performer, regista ed educatore brasiliano. A São Paulo ha lavorato per dieci anni, dal 2007 al 2017, nel gruppo pH2: estado de teatro, dedicato a presentare indagini teatrali in dialogo con la filosofia, il cinema e la danza. Lo scorso anno si è trasferito in Europa per frequentare il DAS Theatre Master ad Amsterdam. Attualmente sta sviluppando una ricerca solista con l’ambizione di portare il tema dell’insurrezione all’interno dello spazio performativo.

La proposta di Batista per Live Works si inserisce in una ricerca – influenzata da esperienze personali e da teorie sul tema dell’insurrezione e della furia – che esplora gesti artistici e situazioni performative che possano essere una risposta attiva a un mondo basato sulla violenza e sull’ingiustizia. Descrive così il suo progetto: “Ricercando immagini di insurrezioni (dagli atti di vandalismo alle testimonianze di civili che si oppongono alle forze armate di polizia) e ricordando l’esperienza degli scioperi a São Paulo nel 2016, cerco di riprodurre quello stato corporeo di furore che è intrinseco in tali esperienze. Più precisamente, il progetto si concentra sulla sensazione di “non avere nulla da perdere”, un sentimento che è vicino alla disperazione, affermando però che nella disperazione il nostro corpo può reagire in modo imprevisto”.

Batista si serve di immagini fortemente stereotipate del proprio paese (hit trash pop, danze frenetiche, bandiera verde-oro) per lanciare attacchi feroci contro la politica repressiva della polizia brasiliana. L’artista ricerca un corpo furioso che diventa visibile attraverso la denuncia, la distruzione e il disordine. Una furia che, come nella mitologia greca, nasce dal mondo sotterraneo per tormentare i possessori della ragione e i detentori del potere.

Nyakallo Maleke - Portrait photo credits Roberta Segata per Centrale Fies

Nyakallo Maleke – Portrait photo credits Roberta Segata per Centrale Fies

Nyakallo MalekeNot Every Flower Blooms Under Harsh Light

La performance Not Every Flower Blooms Under Harsh Light è la continuazione di un precedente lavoro di Nyakallo Maleke intitolato Letsoalo | To think that I have to go back and recover from this is exhausting (2018) che esplorava il concetto di dubbio. Durante la residenza Live Works, l’artista ha cercato di reinterpretare e implementare l’ultimo progetto, articolando tra loro momenti di vulnerabilità e indecisione, ed interrogando la poetica che in essi esiste.

“In questo caso ho lavorato con una serie di materiali che alludono alla potenzialità di creazione di legami e connessioni (fili e nastri adesivi). Partendo dalla tensione tra tentativo e rinuncia, e dall’esplorazione della condizione di “esaurimento delle possibilità”, questo nuovo lavoro enfatizza, attraverso l’uso della luce, la relazione tra visibilità e invisibilità, materializzando un’intensità legata alla dimensione del dubbio. Maleke è interessata ai diversi processi di negoziazione che vengono messi in atto nelle decisioni, che sono strutturalmente influenzate dall’indeterminatezza. In quale circostanza il corpo si arrende e si ferma? In bilico tra il desiderio di prolungare l’esperienza collettiva con il pubblico e il sottrarsi rapidamente ad essa, il corpo diviene la piattaforma su cui l’esitazione si manifesta.

Nyakallo Maleke è un’artista sud-africana che lavora con installazioni, video e incisione per esaminare le idee di memoria personale, spazio e quotidianità. Attualmente è iscritta al MAPS (Master di Arte nella Sfera Pubblica) presso l’Ècole Cantonale d’art du Valais, Svizzera.
È interessata ad analizzare i temi del dubbio e della vulnerabilità, e i metodi con cui il corpo può arrivare a performare queste condizioni.

Ursula Mayer - courtesy l'artista

Ursula Mayer – courtesy l’artista

Ursula Mayer - COCCYX

COCCYX è una lecture performance multimediale sviluppata da Ursula Mayer in collaborazione con lo scrittore Chris McCormack e l’artista performativa Jade Montserrat.
Il lavoro presentato a Centrale Fies fa parte di una ricerca più ampia che Mayer sta conducendo per il suo primo lungometraggio, attualmente in fase di lavorazione. Lo studio parte dal presupposto che ciascuno porta con sé storie diverse, attraverso i propri ricordi, i propri legami e il proprio DNA e si chiede se, attraverso quest’ultimo, sia possibile anche accedere ai ricordi dei nostri antenati.
COCCYX (dal nome dell’osso che testimonia la coda che caratterizzava i nostri avi) immagina l’evoluzione dai nostri sé pre-umani ai sé post-umani, prendendo come punto di partenza i risultati dei test del DNA di alcuni soggetti che vivono nel nostro presente.
La partitura della performance intreccia le opere e le idee di Mayer, McCormack e Montserrat che rispondono a tre assi di costruzione del lavoro: l’ascendenza, la memoria e il futuro creano l’architettura della performance campionando futurologie alternative per nuove finzioni post-coloniali.

Ursula Mayer è un’artista e filmmaker austriaca. I suoi film sono circuiti cristallini di immagini composte da elementi presi in prestito da architettura, moda, letteratura, biopolitica, mitologia, geologia e scienza. Questi riferimenti incrociano più temporalità, luoghi e personalità. Usando la grammatica della cinematografia e il montaggio, la pratica di Mayer cerca di evidenziare come composizione spaziale, coreografia umana e costruzione narrativa possano influenzarsi a vicenda.

Beto Shwafaty - Portrait_Roberta Segata per Centrale Fies

Beto Shwafaty – Portrait_Roberta Segata per Centrale Fies

Beto Shwafaty – No fear of the raw (or), how to reverse ones own gaze. Performed notes on the phantoms of wealth.

La proposta di Beto Shwafaty per Live Works si materializza come un formato ibrido tra performance scenica e filmica, il cui nucleo è il video Afastando el Pueblo, Fantasmas de la Riqueza (2016), diretto dallo stesso Shwafaty. Questo film è stato prodotto in dialogo con il movimento cinematografico della Pornomiséria – nato a Cali, Colombia, negli anni ’70 per criticare il fatto che i media stranieri usassero immagini del Sud America che ritraevano miseria e povertà come prodotti di consumo -, e in particolare al film Agarrando el pueblo (The Vampires of Poverty), diretto nel 1977 da Luis Ospina e Carlos Mayolo. Riconnettendosi alla nozione di Pornomiséria, Shwafaty cerca di aggiornare e invertire lo statement artistico di Ospina e Mayolo, concentrandosi su quelle promesse di nuova ricchezza che si sono diffuse nelle recenti rappresentazioni dei paesi dell’America Latina, favorendo una lettura del continente come un territorio nuovamente fiorente di meraviglie e ricchezza. Nella performance di Shwafaty le idee di fame, esplorazione, produzione di immagini vengono fatte convergere per creare una riflessione con il pubblico sulle nozioni di vedere ed essere visto, sui valori che vengono creati nell’atto stesso di guardare qualcosa e i diversi regimi che sono in gioco nei nostri sguardi contemporanei.

Beto Shwafaty è un artista brasiliano che lavora con installazioni, video e oggetti scultorei usando una gamma eterogenea di materiali e metodologie di ricerca. I suoi progetti si ispirano ai concetti di appropriazione, dislocazione e transazione, generando opere che si sviluppano nel corso di periodi di tempo prolungati. Il suo lavoro spesso si concentra sul modo in cui episodi storici possano lasciare tracce nella cultura e far risentire il loro eco negli oggetti, spazi e strutture socioculturali, che di conseguenza producono significati e comportamenti condivisi pubblicamente. In questo senso, è interessato a soggetti connessi alla storia, alla sociopolitica, all’architettura e al design, considerandoli elementi narrativi e testimonianze che ci possono informare su aspetti differenti del nostro presente.

Beto Shwafaty, Raw footage from the project _Afastando el Pueblo, Fantasmas de la Riqueza_ 2016, video HD, 16_9, color, sound, courtesy of the artist and Prometeogallery

Beto Shwafaty, Raw footage from the project _Afastando el Pueblo, Fantasmas de la Riqueza_ 2016, video HD, 16_9, color, sound, courtesy of the artist and Prometeogallery