Immagini NL The classroom

Mercoledì 3 aprile 2019 dalle ore 10.00 alle 21.30, si svolge il progetto di Linda Fregni Nagler Things That Death Canot Destroy – a cura di Paola Nicolin – alla Triennale di Milano. Nell’arco di questa densa giornata l’artista alterna momenti di riflessione e approfondimento della sua ricerca e performance live.
Linda Fregni Nagler è stata invitata con Things That Death Canot Destroy al Settimo progetto del centro d’arte ed educazione the classroom.

Nella giornata di mercoledì in Triennale vedremo prendere vita un nuovo progetto di the classroom prodotto da FOG – Triennale Milano Performing Arts.
Diretto da Paola Nicolin, the classroom e stato concepito come un centro nomade di arte ed educazione che, fin dalla sua nascita, mette in relazione pratiche espositive ed educative per mezzo di classi aperte di storia delle arti tenute da artisti italiani e internazionali.
La giornata prevede, dalle 10.00 alle 12.30, una open classroom dell’artista – dedicata alla memoria di Massimo Buffetti, collezionista e amico degli artisti – rivolta a studenti universitari e pubblico di interessati. L’artista trasformerà il palcoscenico del Teatro dell’Arte in un’aula e inviterà gli studenti a salire all’interno della macchina scenica per assistere alle prove generali della performance. A seguire, sarà sempre l’artista a condividere una visione personale della storia della fotografia, partendo da ciò che più l’ha influenzata nella costruzione del suo percorso artistico.
Dalle 19.00 alle 21.00 avranno luogo le performance live aperte al pubblico.
In scena verranno presentate sequenze di immagini concepite come un flusso continuo di associazioni visive che cambia ogni volta che ha luogo la proiezione. (da CS)

Per questa occasione abbiamo posto alcune domande all’artista.

Elena Bordignon: Ricordo che la prima volta che ho visto la performance Things That Death Canot Destroy, era il 2010 al Teatro Franco Parenti. Ora in Triennale ripresenti un nuovo ciclo di performance legate alla tecnica per lanterne magiche. Come si è evoluto questo progetto con il trascorrere del tempo? Hai fatto delle scoperte che ti hanno portato a compiere delle modifiche?

Linda Fregni Nagler: Il principio del lavoro è lo stesso: si tratta di una doppia proiezione per lanterne magiche, io e un’assistente muoviamo i vetri originali dentro gli chassis delle lanterne, una voce legge tutto ciò che è riportato sul supporto delle immagini: codice, soggetto, copyright, indirizzo del produttore, eventuale data…. Non c’è musica, non c’è testo. Si crea una sequenza di immagini che si nutrono formalmente una dell’altra, come in un cadavre exquis.

Quello che è cambiato da allora è che il mio archivio di vetrini è passato da trecento a circa tremilaseicento esemplari. Attingo a un corpus di immagini fotografiche più vasto, la qualità combinatoria, ma anche il divertimento nella progettazione del montaggio, si è amplificata con l’ampliamento della raccolta.

EB: Per Classroom presenterai il nono episodio di Things That Death Canot Destroy e, coerente con lo spirito del progetto educativo, coniugherai la tua ricerca iconografica con una sorta di lezione per studenti universitari e pubblico interessato. Come hai deciso di strutturare questa lezione?

LFN: Vorrei fosse il più possibile aperta alle domande dei ragazzi; si tratta di studenti che studiano in Accademie d’arte, all’ultimo anno, quindi di persone che hanno già un background culturale ricettivo a questo tipo di materiale. Spero che assistere alla performance possa stimolarli e che ne nasca una conversazione interessante.

EB: Hai deciso di dedicare l’open classroom di Mercoledì 3 aprile 2019 a Massimo Buffetti. Perché hai scelto questa personalità? Che attinenza ha con la tua ricerca?

LFN; Massimo era una persona sensibile, la nostra era una relazione di amicizia e di stima. Era un collezionista amico degli artisti, sapeva ascoltare e capire, si appassionava sinceramente alla produzione delle opere d’arte, che amava seguire sin dalla genesi, e si è sempre messo a disposizione degli artisti che amava. Insieme a Paolo Agliardi, un’altra persona amica, ha fondato CAP (Contemporary Art Projects) e ha sostenuto una parte della produzione del mio lavoro presentato alla Biennale Venezia del 2013. Inoltre, CAP è sempre stato vicino a the classroom, che cura questo progetto in Triennale.

Immagini NL the Classroom 2

EB: La perfomance live Things That Death Canot Destroy è descritta come un “flusso continuo di associazioni visive che cambia ogni volta che ha luogo la proiezione”. Mi sono sempre chiesta come associ le varie immagini che, ripeto, come un flusso scorrono tra i due proiettori. Ricordo delle assonanze formali, ma anche delle analogie narrative; delle sequenzialità che, allargate alla vita di ognuno, raccontavano aspetti molto poetici dell’esistenza. Queste le mie impressioni. Mi racconti come scegli le immagini e la loro consequenzialità?

LFN: Funziona un po’ come il gioco del memory che si faceva da bambini: più si conosce l’archivio, più si frequentano le immagini, più è immediato creare delle associazioni visive sorprendenti, anche tra immagini apparentemente poco coerenti tra loro. Quando arriva, via posta, una nuova fotografia in studio, mi viene in mente un’immagine da giustapporle, come in un sogno. Così si avvicendano nuove relazioni visive, è l’innesco per un’intera sequenza. Più questo meccanismo è spontaneo, guidato da chiavi di lettura percettive e non di contenuto, maggiore è il piacere del pubblico che assiste alla performance. Nel montaggio sta il contenuto del lavoro.

EB: Sono molti gli aspetti che condensa questo lavoro: l’archiviazione, l’appropriazione delle immagini e la loro alterazione, l’aleatorietà della lettura delle immagini, l’ambiguità della visione ecc. Oggi più che mai speculare sul medium fotografico è diventato arduo. Visto che la tua ricerca è così radicata sulla riflessione sulle immagini, qual è il tuo punto di vista sullo smodato utilizzo della fotografia per immortalare ogni secondo della vita?

LFN: Ognuno può fotografare, anche con discreta perizia, documentando ogni istante della propria vita. Tuttavia, pensare che, al fine di condividere ogni aspetto dell’esistenza, sia sempre più importante documentare che guardare, ha delle conseguenze: tende a illudere il fotografo che il suo ombelico sia davvero un luogo interessante, causando involontariamente l’effetto contrario della condivisione. Chi sa davvero guardare, sa anche scegliere, e il problema non si pone.
Things… è un modo per mettere in mostra un criterio di catalogazione del mondo che in fondo è all’origine di quello contemporaneo, una metodologia tassonomica di archiviazione dell’universo naturale e scientifico. È lo sguardo che sta alla base della bulimia contemporanea. Solo che un secolo fa fotografare significava scegliere, sorprendere, conoscere, identificare, classificare…

EB: Things That Death Canot Destroy può essere visto come un invito a rallentare non solo la produzione ma anche la fruizione (indistinta) dell’immagine fotografica?

LFN: Come ho scritto, quest’opera si identifica con una pratica ben precisa, quella del montaggio, nel tentativo di collocare ogni immagine in uno schema, una sequenza, un sistema, che non le appartiene in origine. Vuole essere un tentativo di riattivazione di materiali e dispositivi antichi o obsoleti, che sarebbero destinati all’oblio. Nulla di ciò che è visibile sui vetri esiste, oggi. La loro rappresentazione, però, continua ad esistere su un supporto apparentemente fragile ma anche incredibilmente duraturo e resistente. In questo senso, sono “cose che la morte non può distruggere”.

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