Francesco Carone, L’inconsolabile, veduta della mostra, Villa Pacchiani Santa Croce sull’Arno courtesy l’artista e SpazioA, Pistoia foto: Ela Bialkowska, OKNOstudio
Francesco Carone, Ordine, 2021, (particolare) intervento site specific per la mostra L’inconsolabile, Villa Pacchiani, Santa Croce sull’Arno posidonia su parete + posidonia su carta (cornice in legno con vetro) misure ambientali e cm 120x95x4 foto: Ela Bialkowska, OKNOstudio

Testo di Stefania Margiacchi —

A Santa Croce sull’Arno, in provincia di Pisa, esiste un luogo che, sin dalla fine degli anni ’80, ha chiarito, documentato e registrato le problematiche dell’arte contemporanea.
Costruita a fine ‘700, Villa Pacchiani, da sabato 19 giugno 2020, ospita L’inconsolabile, l’ultima mostra personale di Francesco Carone.  

Formalmente subito si percepisce che il tocco raffinato anche questa volta diventa la seconda firma dell’artista; l’allestimento è impeccabile e non è affatto semplice o scontato visto lo spazio. Ma la biografia di Carone ci insegna come rifugga l’horror vacui¹ e che nell’economia di una mostra nulla sia lasciato al caso. Le stanze sono allestite secondo il giusto mezzo, le opere hanno dignità propria e respirano nel loro confine ma allo stesso tempo dialogano tra loro anche se allestite in ambienti diversi e distanti: dal primo, con il cielo che strapiomba sull’osservatore, si intravede da lontano L’astronomo (2020), che giace su stelle cadute che a sua volta punta lo sguardo nella direzione della stanza dei licheni. 
Ed è così che L’inconsolabile diventa un nuovo capitolo della produzione di Carone che al suo interno però contiene anche i bagagli del passato più prossimo e lontano. 
Ultima mostra questa che chiude una trilogia ideale che in un certo qual senso racconta del percorso di un uomo il quale nasce apollineo (Muta Bellezza, 2013), crescendo diventa dionisiaco (Boudoir, 2016) ed infine orfico (L’inconsolabile, 2021)². Un percorso verso il disinganno (anche titolo della precedente mostra personale tenutasi presso la Galleria SpazioA di Pistoia nel 2018) dalla ricerca della bellezza alla presa di consapevolezza della verità. Le opere in mostra, in tal senso, diventano una crono-storia per immagini che si muove lungo traiettorie ambigue, che giocano dualisticamente sui principi fondamentali – i punti cardine – e di ricerca del suo lavoro. È la costruzione di una nuova storia attraverso opere di tempi diversi che sono come mattoni che costruiscono un edificio.
Opere di mimesi della realtà (Nocciolo, 2012) e delle loro architetture, dove l’elemento lirico raggiunge quell’eleganza e leggerezza tipica dell’illusione data dal fascino della bellezza, come in Tuttosesto (2014), una vela che simula una volta stellata collassata – come quella di Giotto della Cappella degli Scrovegni – dove il cielo strapiomba sullo spettatore. Questo cielo è anche un grembo, che può essere toccato dall’uomo: ma, nell’avvicinarsi al raggiungimento delle stelle, l’artista (ed anche lo spettatore) da lontano intravede, poche stanze avanti, il crollo delle illusioni nel lavoro site specific Ordine, un trompe l’oeil su muro realizzato con l’utilizzo delle poseidonie. 

¹ Locuzione latina che significa letteralmente “paura del vuoto” – è un termine che descrive l’attitudine, propria di autori ed epoche diverse, a riempire con figure o segni volontari la superficie dell’opera, non concependo dunque la presenza del vuoto come spazio possibile di relazione tra una figura e l’altra, tra un segno e l’altro, ma piuttosto come un’area da colmare.

² Lo spirito apollineo è quel tentativo di cogliere la realtà tramite costruzioni mentali ordinate, negando il caos che è proprio della realtà e non considerando l’essenziale dinamismo della vita. Lo spirito apollineo, cioè, è la componente razionale e razionalizzante dell’individuo, contrapposta allo spirito dionisiaco, che rappresenta il suo contrario. Il termine dionisiaco deriva dalla figura del dio greco Dioniso e indica il superamento del proprio io individuale, del principium individuationis, per fare emergere il proprio sé naturale, tipico dell’impulso vitale, della creatività, del desiderio colto nel suo aspetto più istintivo e pre-razionale. Orfeo infine è considerato il fondatore dell’orfismo. Egli fonde in sé l’elemento apollineo e dionisiaco: come figura apollinea è il figlio o il pupillo del dio Apollo, che ne protegge le spoglie, è un eroe culturale, benefattore del genere umano, promotore delle arti umane e maestro religioso; in quanto figura dionisiaca, egli gode di un rapporto simpatetico con il mondo naturale, di intima comprensione del ciclo di decadimento e rigenerazione della natura, è dotato di una conoscenza intuitiva e nella vicenda stessa vi sono evidenti analogie con la figura di Dioniso per il riscatto dagli Inferi dell’amata Euridice. 

Francesco Carone, Nocciolo, 2012 legno di pesco; per l’occasione esposto all’interno di una campana in vetro soffiato del Settecento cm 2,8×1,6×2 scultura, teca cm 70x35x18 veduta della mostra Francesco Carone, L’inconsolabile, Villa Pacchiani, Santa Croce sull’Arno courtesy l’artista e SpazioA, Pistoia foto: Ela Bialkowska, OKNOstudio

Già dalla prima stanza si percepisce empaticamente, tra le infinite interpretazioni di lettura delle opere in mostra, quel sentimento che potremmo chiamare desiderio³ – mancanza di qualcosa che non c’è.
Tutta la mostra è una corsa (che mano a mano che il lavoro si fa più maturo rallenta) verso il tentare invano di toccare ed appropriarsi di quegli archetipi assoluti quali bellezza e verità e la presa di coscienza dell’inutilità di tale azione.  
Così, dopo Il disinganno (2018), dove finalmente l’artista accetta di fare a meno delle speranze, arriva quel sentimento dell’essere inconsolabile. L’artista può sovvertire la Natura piegandola al proprio volere ma non può bloccare la Morte. Non esiste e non può esistere una soluzione o un sovvertimento di queste regole, prima o poi tutto, inevitabilmente, finirà. Pertanto il fine ultimo dell’artista (nonché il senso finale della mostra stessa) non può che essere quello di stupire, attraverso un’imitazione fedele della realtà (Nocciolo, Finzione e realtà) in cui l’artista, così come l’Arte stessa, viene ridimensionato da creatore a simulatore. 
Questa caducità umana nei confronti della Natura si evince in opere quali La Serpe (2012) dove una distesa di palloncini colorati simboleggia proprio l’elemento umano: vivi, pieni di energia, presenti e protagonisti nel tempo presente ma non nella cronologia passato-futuro. Il serpente in bronzo invece (l’Eterno), che si annida come l’insidia nella vacuità del momento, era lì prima e sarà lì ancora dopo il passaggio dell’uomo. Della stessa sensibilità è Acheropita (2021), serie di sei cornici di sei legni diversi contenenti degli specchi dorati. Nel guardare l’opera l’osservatore ne diventa il protagonista, che viene incorniciato dalla cornice quasi fosse un’icona ortodossa: ma quell’immagine è fugace perché, in quanto mero riflesso, si cristallizza nel tempo di un momento. 
Uno dei modi che l’uomo ha inventato per comprendere la Natura quindi, non è cercare di domarla ma tentare di capirla ordinandola schematicamente: nell’opera site-specific Ordine (2021) le colonne corinzie disegnate dalle poseidonie sono enormi ma allo stesso tempo fragili, tentano di aprire delle finestre ma sono un inganno, fragile ed inconsistente, che si frappone all’imponenza del soggetto rappresentato, che rimanda a tempi e storie lontane che sembrano fissarsi nel hic et nunc ma sono solo una proiezione di un mondo evocato ma oramai inesistente. 
Già con Boudoir (2016) era iniziato quel percorso di ritrosa solitudine, ancora muovendosi su dinamiche giocose e presentando opere di un ambiguo erotismo tra forma e materia, dialogando con la classicità e con le sue continue tensioni tra desiderio razionale e quello di abbandono. Continuando questo percorso a ritroso nella produzione di Carone, appartengono al periodo di Muta bellezza (2013) lavori quali Palinodia⁴ e Cenacolo (2010): opere sfuggenti a definizione di genere in quanto la loro natura è quella di non appartenere a niente se non a sé stessa. Una bellezza silenziosa, appunto, non universale ma ideale. Da Muta bellezza a L’Inconsolabile la ricerca artistica di Carone va sempre più nel profondo, acquisendo sempre più coscienza, verso un moto disillusorio, non didascalico ma sensibilmente percettivo: ne è esempio l’opera Vestigia (2014) dove l’artista ricolloca secondo ordini geometrici dei licheni su cilindri di cemento. 

³ Nell’etimologia latina della parola compaiono due radici: il prefisso “de”, che suggerisce movimento dall’alto verso il basso, allontanamento, distacco; e il sostantivo “sidus, sideris” che significa “astro, stella”; come l’atto di chi distoglie lo sguardo dalle stelle perché l’augurio tanto atteso non arriva, o perché un cielo coperto di nubi non permette di scorgere alcunché. Pessimista, ma assai più consono all’anima romana, che poco indulge ai sentimentalismi. Di qui deriverebbe il valore di desiderare come sentire la mancanza di qualcosa che non c’è, ma sarebbe bene che ci fosse.

⁴ Questa serie di lavori fanno parte del ciclo di opere S.C.B (solo cose belle): acronimo utilizzato da Carone per indicare alcune opere, frutto di ritrovamenti casuali, nelle quali l’artista, riconosce – in virtù del loro aspetto e della storia che sono capaci di evocare – un alto valore estetico. Limitandosi al solo recupero dell’oggetto, sul quale non interviene in nessun modo, l’artista rinuncia al proprio ruolo di “creatore”, vestendo piuttosto i panni del critico, del curatore e, allo stesso tempo, del collezionista.

Francesco Carone, Acheropita, 2021 Noce nazionale, Noce Daniela, Olmo, Frassino, Amaranto, Doussie Asia, specchio d’oro 6 pezzi cm 43x31x7 ciascuno veduta della mostra Francesco Carone, L’inconsolabile, Villa Pacchiani, Santa Croce sull’Arno courtesy l’artista e SpazioA, Pistoia foto: Ela Bialkowska, OKNOstudio
Francesco Carone, L’inconsolabile, veduta della mostra, Villa Pacchiani Santa Croce sull’Arno courtesy l’artista e SpazioA, Pistoia foto: Ela Bialkowska, OKNOstudio

Riemerge dalle profondità marine e galleggia sulla superficie delle acque grazie ad una tensione superficiale quel sentimento indicibile, percepito ma non dichiarato od esplicato: un’inconsolazione silenziosa. 

L’intera mostra può sintetizzarsi nella genesi ideale di un lichene che si evolve grazie ad uno spostamento da un mondo all’altro, dal mondo marino al mondo terrestre – come Orfeo che si muove dal mondo dei vivi a quello dei morti e viceversa. Questo cammino è intramezzato dai capitoli (le opere) che raccontano per immagini questo percorso: Lap Dance (2013), un’asta verticale di ottone su cui è posto un fungo in ceramica (simbolo maschile fatto di fungo), di fronte () [] {}, serie di tre opere rappresentanti delle parentesi tonde, quadre e graffe; disegnate sempre con le poseidonie, stanno a simboleggiare un’interruzione di un tempo ma rimandano anche all’iconografia della mandorla che si apre ed accoglie. Segue Vestigia (2014), dove i licheni si manifestano; tra di loro due foto in bianco e nero (Palinodia) che rappresentano una un’entrata e l’altra un’uscita (una scala verso la luce). Ma il punctum di tutta la retrospettiva, proprio per chiudere il cerchio, non può che essere l’immagine in bianco e nero dell’ingresso in una tomba etrusca: come Orfeo che entra nel mondo degli inferi.  

Così come il protagonista del mito, anche l’artista è una figura attiva ma allo stesso tempo impotente, come anche l’Astronomo (2020), unico personaggio umano (inanimato) della retrospettiva il quale non può che assistere inerme alla caduta della bellezza. 

Francesco Carone, L’astronomo, 2020 fusione in peltro, ceramica smaltata cm 54x51x20,5 veduta della mostra Francesco Carone, L’inconsolabile, Villa Pacchiani, Santa Croce sull’Arno courtesy l’artista e SpazioA, Pistoia foto: Ela Bialkowska, OKNOstudio
Francesco Carone, La Serpe, 2012 bronzo, palloncini misure secondo ambiente il bronzo cm 52x47x33 veduta della mostra Francesco Carone, L’inconsolabile, Villa Pacchiani, Santa Croce sull’Arno courtesy l’artista e SpazioA, Pistoia foto: Ela Bialkowska, OKNOstudio
Francesco Carone, L’inconsolabile, veduta della mostra, Villa Pacchiani Santa Croce sull’Arno courtesy l’artista e SpazioA, Pistoia foto: Ela Bialkowska, OKNOstudio