• Parasite 2.0 - Like marble-Like - Photocredits Parasite 2.0
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Sabato 3 marzo 2018 alle ore 18, al Centro Arti Plastiche di Carrara, è inaugurata la mostra Like marble-like del collettivo Parasite 2.0 invitato da Arteco (Beatrice Zanelli) in una residenza d’artista, nell’ambito di un bando indetto dal Comune di Carrara.
La mostra nasce da un percorso di riflessione sui laboratori quali luoghi atti ai processi di condivisione della conoscenza partendo dalla rilettura della memoria storica conservata negli archivi locali. In particolare si sono concentrati sull’archivio privato Lazzerini, una grande famiglia di scultori carraresi attivi in città dalla fine del XVII secolo al 1942.

Per l’occasione ATPdiary ha posto delle domande a Beatrice Zanelli e al collettivo Parasite 2.0.

ATP: L’intero progetto nasce dalla volontà di porre l’attenzione sull’alto rischio di interruzione della trasmissione dei saperi tecnico-artigianali alle nuove generazioni”. Mi spiegheresti meglio questo aspetto?

Beatrice Zanelli: Da un’indagine del 2010 della Camera di Commercio di Massa e Carrara emerge chiaramente l’alto rischio di interruzione della trasmissione dei saperi alle nuove generazioni. Il 23,5% delle imprese campionate over 50 pensa di chiudere l’attività, e solo il 3% è disposto a cedere il testimone ad un proprio erede o soggetto terzo – prosegue - se vogliamo salvare il settore dal rischio di una interruzione dei saperi è indispensabile ancorare la scuola alla bottega ma anche favorire e garantire la continuità della tradizione famigliare. Partire dall’analisi dei bisogni di un territorio circoscritto, cercando di porre l’attenzione su una tematica quanto mai attuale e dilagante, è parte integrante di un progetto come il nostro.

ATP: Nel comunicato stampa si parla di “luoghi e processi di condivisione della conoscenza”. A che cosa vi riferite? Mi potresti fare degli esempi concreti contestualizzandoli nel territorio a cui vi state interessando?

BZ: Per luoghi e processi di condivisione della conoscenza intendiamo tutti quei luoghi nei quali si sono trasmessi per secoli opere, pratiche e saperi. Nel caso specifico di Carrara, dalla casa-bottega di concezione distributiva medievale, passando per i moderni laboratori tecnico-artigianali ormai più vicini alla pre-industrializzazione, sino alle manifatture industriali e all’esigenza, tutta del XX secolo, di un maggior riconoscimento della pratica artigianale come pratica artistica e quindi alla riapertura di botteghe artistiche. Intendiamo il laboratorio come luogo “del fare” [J. Dewey, 1970], dove si esperisce e si tramanda una pratica.

ATP: Nel vostro sito possiamo leggere che “Dal 2010 Arteco opera nel campo della valorizzazione del patrimonio storico-artistico nella consapevolezza che tale patrimonio costituisca un insieme organico di opere strettamente legato al territorio che lo ha prodotto e rappresenti un elemento portante della società civile. Sostiene altresì le nuove generazioni di artisti, identificandoli come sostanza necessaria al rinnovamento della società”. Mi piacerebbe che mi parlassi in modo esaustivo di alcuni aspetti. Qual è il “patrimonio storico-artistico” che vi sta più a cuore? In che misura vi interessate al legame con il territorio? A quali nuove generazioni di artisti vi sentite più vicini, e perché?

BZ: Arteco nasce come risposta a una doppia urgenza: da una parte il crescente rischio di depauperamento del patrimonio storico artistico e della sua riduzione a logiche di mercificazione for profit [cfr. bibliografia S. Settis e T. Montanari]; dall’altra il ricorso diffuso nel settore culturale a forme di lavoro volontario, sottopagato e scarsamente o affatto qualificato. La risposta a questa doppia falla dell’attuale sistema sta nel beneficiare di un approccio aggiornato e attuale in grado di far rivivere un patrimonio culturale diffuso ad oggi seppellito nei depositi di musei e biblioteche e di riattivare la funzione dei professionisti che praticano la salvaguardia e la divulgazione di beni “pubblici” e condivisi.
Per risponderti su ciò che ci sta più a cuore sicuramente lo sguardo ricade sul patrimonio più a rischio, sommerso, quello di solito scomodo ai decisori politici, ma che in realtà racconta una parte di storia ancora poco approfondita e che riesce continuamente a stupirci per la capacità di allargare al contemporaneo interrogativi ancora attuali. Tra i progetti passati ne sono un esempio il censimento delle gipsoteche piemontesi o l’archivio Mai Visti di opere d’arte outsider. Tornando su Carrara, non è un caso l’aver deciso di lavorare sull’archivio Lazzerini: gli archivi privati sono patrimoni interessanti per la loro duplice funzione tra ricordo personale e memoria collettiva. Il legame con il territorio sta alla base della nostra metodologia: per territorio intendiamo il contesto (di produzione, di ricezione e di fruizione) a cui ogni patrimonio storico-artistico afferisce e crediamo che ogni progetto si debba andare a situare e praticare all’interno dello stesso.
Infine non vi è una categoria di nuove generazioni alla quale ci sentiamo più vicini. Tendiamo a collaborare con generazioni “giovani” perché crediamo possano avere maggiore capacità nel comprendere la velocità dei processi all’interno del sistema contemporaneo al fine di attuare modalità di rinnovamento della percezione.

Parasite 2.0 - Like marble-Like - Photocredits Parasite 2.0

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ATP: Per quali ragioni hai pensato di invitare il collettivo Parasite 2.0? Cosa ti interessava dell’innesto arte-architettura che i tre portano avanti?

BZ: Quando ho iniziato ad approcciarmi ai documenti d’archivio Lazzerini e riflettere sulla tematica da affrontare durante la residenza e pian piano prendeva forma l’idea di approfondire i luoghi e i processi di condivisione della conoscenza, la pratica artistica dei Parasite 2.0 al confine tra arte e architettura, orientata alla ricerca sull’habitat umano, con particolare interesse a opere aperte all’interazione e al coinvolgimento dello stesso pubblico, mi sembrava potesse essere la risposta. La figura dell’architetto neofiliaco era quello che stavo cercando: la crisi che stiamo affrontando, dichiara il collettivo, «è una crisi della crisi che non ci permette più di credere in figure eroiche, ma prova ad evitare l’incertezza tramite la professionalizzazione e la burocratizzazione», approdando alla neofiliaca domanda: «possiamo reinventare l’architetto in quanto figura debole per renderlo più forte?» L’architetto deve essere necessariamente neofiliaco, mettendo in dubbio sé stesso e la disciplina che rappresenta [Parasite 2.0, Kabul, 2016].

ATP: Come si svolge la residenza a cui loro hanno partecipato? E come avviene la selezione?

BZ: Alla fine del 2017 il Comune di Carrara ha indetto un bando dedicato all’organizzazione di residenze d’artista che mettessero in luce gli archivi storici locali, ogni realtà poteva presentarsi selezionando archivio e artista. Arteco, concependo la residenza come “campo dialogico tra temi, pratiche, territori e audience” [L. Parola, 2015], ha coinvolto il collettivo Parasite 2.0 sulla tematica del laboratorio come luogo di trasmissione dei saperi, suddividendo l’esperienza di residenza in tre momenti distinti. Un primo periodo di ricerca, inteso come raccolta di informazioni tramite la relazione con i luoghi e le persone. Giorni intensi passati tra i racconti di storici locali, visite a diverse tipologie di laboratorio (dalle piccole botteghe ai laboratori storici-famigliari, sino a quelli pressoché industriali che riescono ancora oggi a soddisfare l’esigenza del mercato dell’arte contemporanea) e infine sopralluoghi al territorio (dalle cave al porto passando dalla città). Successivamente un secondo periodo di produzione delle opere e di realizzazione della mostra Like marble-like, seguito da un terzo periodo dedicato all’aspetto educativo. I Parasite 2.0 terranno infatti un workshop ad uso degli studenti del liceo artistico e dell’Accademia di Belle Arti volto a esplorare i legami tra uomo e natura e i limiti tra natura e artificio.
Parasite 2.0 risponde alla tematica proposta andando ad attivare una sorta di performance processuale all’interno dello spazio mostra, provvisoriamente divenuto laboratorio.

ATP: Loro hanno preso in esame l’archivio privato Lazzerini. Ce ne parleresti?

L’archivio Lazzerini è un archivio privato di famiglia, una traccia in ambito carrarese tramite cui è possibile comprendere le dinamiche sociali ed economiche che modificarono nei secoli la città, dando voce a una storia collettiva. La famiglia Lazzerini (già Lazzarini) è stata una delle più importanti famiglie di professionisti del marmo riuscita a perdurare dal XVI al XX secolo. La fortuna della famiglia si deve attribuire alla capacità di alcuni di loro di interrogarsi sui bisogni del contesto e saper rinnovare non soltanto i servizi, ma la concezione stessa del proprio ruolo professionale e questo ci riporta all’oggi e al rischio di dispersione di un patrimonio immateriale di pratiche e saperi. L’archivio diventa così non dunque un luogo di stoccaggio, ma un dispositivo processuale che da un lato negozia, contesta e avvalora il potere sociale, dall’altro modella e ri-modella di continuo la memoria [C. Baldacci, 2016]. La stessa Baldacci, autrice di Archivi Impossibili, è stata invitata il 10 marzo al CAP, nell’ambito del progetto, per porre l’attenzione intorno all’approccio al paradigma dell’archivio da parte dell’artista contemporaneo.

ATP: Come definireste il valore di un archivio locale? E che cosa significa rileggerlo in chiave contemporanea per creare “nuovi punti di vista su tali dinamiche”?

Parasite 2.0: La decisione di concentrare il progetto su un archivio arriva da alcune suggestioni iniziali elaborate da Arteco che ci sono subito sembrate una possibilità per portare avanti una ricerca sul rapporto tra natura e artificio, sulla manipolazione di materiali naturali da parte dell’uomo, sull’effetto di una serie di standard e norme sulla formazione dell’habitat umano.
Non abbiamo in realtà mai lavorato su archivi esistenti, ma sulla creazione di archivi. È stata quindi un’interessante occasione per noi. Il valore di un archivio – bisognerebbe forse prima definire di che tipo di valore parliamo, economico, storico etc. – per noi è rappresentato dalla possibilità di conservare e tramandare storie, saperi e questioni. È molto importante quindi quanto questo archivio sia accessibile. Gli archivi devono essere aperti, liberi. Ognuno deve poterne avere accesso. Da questo punto di vista è interessante notare come ci sia stata data la possibilità di accedere solo ad alcune parti dell’archivio Lazzerini e solo attraverso foto dell’archivio originale.
Consultare gli archivi oggi per noi ha voluto dire rileggerli con occhi immersi nel contemporaneo, con una visione poco rivolta al locale, bensì a dinamiche che si ripercuotono su una scala ben più ampia. Si tratta quindi di una rilettura condizionata da diverse esperienze. C’è stata una maggiore interazione invece con le botteghe e laboratori del marmo, provando a riflettere sugli effetti di nuovi fattori, come l’automazione, una diversa coscienza ecologica e un nuovo rapporto tra natura e artificio.

Parasite 2.0 - Like marble-Like - Photocredits Parasite 2.0

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ATP: Quali sono le difficoltà maggiori nell’approcciarsi ad un nucleo di storia e di famiglie che oggi si sta piano piano sgretolando, insieme ai valori che portava?

P: Non abbiamo trovato molta difficoltà in questo. Il fatto che forse si stiano sgretolando, li porta ad aprirsi molto nel racconto. Abbiamo trovato un luogo molto pronto e orgoglioso nel raccontare la sua storia. È come se fosse la loro via per la sopravvivenza. A Carrara si respira una sorta di malinconia e di paura verso il futuro che incombe, un legame romantico con il passato. In questa città ti vengono mostrati album fotografici in bianco e nero, targhe e incisioni tra le strade, sculture impolverate e storie anarchiche “mitiche”, con gli occhi commossi e fieri, ma quasi nessuno ti parla del futuro di questo luogo, che dal nostro punto di vista soffre una forte difficoltà ad adattarsi al mondo che cambia.

ATP: La bottega famigliare è un esempio di attività molto antica in cui troviamo la miscela di artigianato, precisa specificità, e, addirittura, quella che viene chiamata nel CS “eredità sanguigna e patrimoniale”. Rivedere e vivificare oggi una tale dimensione credo sia molto difficile, perché significa entrare in un altro sistema di valori, in un’altra prospettiva di visione, in un’altra rete di prospettive. Come vi siete trovati in questa esperienza?

ATP: Carrara è come se vivesse in una sua propria dimensione. È stato come essere immersi in un mondo estraneo, distaccato dall’esterno, nonostante giornalmente da questo luogo partano blocchi o manufatti marmorei verso il resto del mondo. All’interno della bottega si respira un’aria particolare, come se il tempo si fosse fermato. Vedi gli artigiani levigare a mano con un minuscolo pezzo di carta abrasiva una parte altrettanto piccola di scultura, operazione di meticolosità che viene ripetuta per giorni interi dalla stessa persona. Quando provi a chiedere perché non usino una macchina rimangono quasi esterrefatti. Ti viene detto che è possibile farlo solo così. E in effetti è vero. I pezzi realizzati da fantomatiche frese 3D a controllo numerico sono appena sbozzati, necessitano di una successiva lavorazione manuale. Questi tempi, questa cura e pazienza con cui lavorano ti sconvolgono perché sono come delle forme di resistenza a dinamiche contemporanee come la fortissima accelerazione a cui siamo sottoposti. Quindi Carrara è un luogo che resiste, perché è davvero radicale oggi questo rifiuto nell’adattarsi obbligatoriamente alle dinamiche del contemporaneo. Forse anche la grande tradizione anarchica di questo luogo ha fatto sì che questo potesse e possa tutt’oggi accadere. È vero che la città sembra spenta, dormiente, ma non c’è niente da vivificare, perché questi luoghi sono più che vivi. Semplicemente non lo sembrano se li guardiamo invece con gli occhi offuscati dalla maniacale fede per il futuro.

ATP: La residenza a cui avete partecipato si è cocnlusa il 3 marzo con la mostra Like marble-like. Cosa possiamo vedere e come è nata? Come mai quel titolo?

P: Quello che si vedrà in mostra saranno una serie di elementi estratti appunto dal tipico laboratorio del marmo, che abbiamo però rivisto e rielaborato. Il focus è proprio questa tensione tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, che abbiamo provato a imprimere negli elementi realizzati. Siamo stati particolarmente colpiti dalla composizione del laboratorio e dagli elementi che lo compongono. Piuttosto che sulle opere e sui manufatti scultorei elaborati, ci ha colpito lo stato dell’ambiente di lavoro, che rimane in un certo modo tradizionale. Dai banchi di lavoro fatti in assi di legno grezzo ad alcuni tipi di strumenti e attrezzi autoprodotti, questi luoghi sono l’opposto di un laboratorio all’avanguardia iper-tecnologico. Tutto è realizzato a mano, con tecnologie estremamente povere. È possibile trovare infatti dei tecnigrafi o comuni tavoli da disegno utilizzati dai disegnatori professionali prima dell’avvento dei software di disegno. È come se tutto fosse home-made in un certo senso.
Il titolo usa l’espressione inglese marble-like utilizzata per richiamare le fittizie riproduzioni del marmo. In mostra ci saranno solo oggetti in finto marmo o realizzati con scarti di lavorazione. È un po’ un modo per desacralizzare questo marmo che a Carrara è onnipresente, la sua forza e allo stesso tempo la sua morte.

Parasite 2.0 - Like marble-Like - Photocredits Parasite 2.0

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