Lihi Turjeman, Unearth, 2021 installation views from the show courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino
Lihi Turjeman, Holding pattern, 2020, Mixed media on convas, 240 x 205 cm – Courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino (detail)

Lihi Turjeman è una pittrice archeologa, i cui lavori parlano di un passato e di una cultura antica intrecciata al presente e alla contemporaneità. Per la sua prima personale in Italia – dal titolo Unearth, a cura di Noam Segal, fino al 17 aprile 2021 presso Quartz Studio – realizza un dipinto/installazione site-specific dal carattere archeologico, una sorta di reperto storico che parla al nostro tempo. Archeologia, storia, scienza, tecnologia definiscono l’interdisciplinarità della ricerca di Turjeman: i suoi lavori, generalmente monocromi e in grandi dimensioni, si inseriscono nello spazio e presuppongono una duplice chiave di lettura, macroscopica – nella visione d’insieme – e microscopica – nell’attenzione ai dettagli più nascosti. “ A interessarmi non è la presenza materiale dell’oggetto nel mondo ma ciò che contiene, e non tanto il contenuto materiale quanto quello astratto, il campo nero. Il colore della superficie crea spazi all’interno dell’oggetto, spazi che a loro volta creano profondità e rimandano a ciò che “si trova nell’oggetto”, proprio come le cose si nascondono nelle parole.” 

Mani infilate in un paio di guanti e figure amorfe sono i soggetti della serie We Are Dealing With Very Dangerous Materials: lo spirito scientifico, archeologico e di classificazione emerge nell’idea delle mani dell’archeologo che cura, maneggia e ispeziona il reperto trovato nel deserto. Il reperto per eccellenza è il vaso o l’anfora d’argilla, ritratta su sfondo nero in Earthen Pots e Holding Pattern. “Per me l’archeologia non si occupa di oggetti antichi e inanimati ma si muove nello spazio e spunta/appare sotto forma di contenitore. Esiste nell’anfora o nella sua “immagine”, un movimento che viene astratto dalla materialità. È così che uso l’archeologia, per discostarmene cercando un sapere nascosto, toccando i luoghi del nostro presente di cui non riusciamo a fare esperienza o a cogliere il senso”. L’archeologia è sinonimo di ricerca, una ricerca temporale – nella dialettica passato e presente – e materiale: nei laboratori, le tecnologie e i materiali più avanzati vengono utilizzati per analizzare, datare e classificare il reperto in questione, realizzato dall’uomo e dalle sua mani – in qualità di artigiano – servendosi di ciò che può trovare in natura.

Lihi Turjeman, Idol, 2020, Mixed media on convas, 205 x 275 cm – Courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino
Lihi Turjeman, Waiting list, 2020, Mixed media on convas, 250 x 205 cm – Courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino (detail)

Un ulteriore dualità è data dalla scelta della tecnica: Turjeman si serve della pittura, bidimensionale, mentre l’archeologo ha a che fare con l’oggetto nella sua tridimensionalità. Attraverso l’installazione si cerca di superare questo scarto, ma, allo stesso tempo, la differenza “dimensionale” è funzionale alla rilettura dell’opera con uno sguardo sempre nuovo. La tela, infatti, viene manipolata, indurita, macchiata, sfregata fino a ricreare una superficie che richiama il suolo o il deserto mentre le anfore vengono variamente rappresentate: offuscate, di scorcio, scure o appena abbozzate, sembrano danzare, in una coreografia di corpi – oggettuali ma al contempo umani – imponendo una visione dinamica e metamorfica del soggetto, del lavoro e, metaforicamente, del nostro tempo. “Sono approdata alle anfore grazie alla lunga frequentazione dell’archeologia tramite tour virtuali, siti scientifici e immagini di Google. La mia ricerca, però, non era rivolta al passato perché i materiali erano nuovi e contemporanei, in certi casi li vedevo dal vivo durante i viaggi, di solito in rete […] che offre un’infinità di immagini di reperti, manufatti e statuette riportati alla luce, mappati, scansionati, catalogati e fotografati […]”. 

Questa rilettura macroscopica e microscopica, tecnica, culturale e semantica riguarda uno dei pezzi centrali della mostra, liberamente ispirato a una statuetta rivenuta in Palestina/Israele e risalente a 4000 anni fa. La statua, raffigurante una figura asessuata ed assorta, è stata ritrovata nella tomba di un guerriero cananeo, come guida spirituale. Turjeman la rappresenta come ingrandimento: questo zoom dal macro al micro si focalizza sullo sguardo, in occhi spalancati e vuoti. “Prima ancora di vederla dal vivo mi ero già interrogata sulla “statuetta assorta”. Ho avuto l’impressione di ammirare la rappresentazione pura di un archetipo, un manufatto riesumato e conservato che può essere recepito come un sedimento della memoria umana. Ingrandendola ho potuto esaltare l’immagine e avvicinarla. Pensavo anche alla traslocazione: è come se io fossi arrivata dalla mia terra con una delle “nuovissime” scoperte e l’avessi mostrata in un luogo diverso, dove è aliena. La Cananea (Palestina/Israele) è stata influenzata da varie culture circostanti, il che rende la statuetta significativa e incisiva persino fuori dal suo luogo d’origine.”

Unearth -Lihi Turjeman
A cura di Noam Segal
Quartz Studio 
Via Giulia di Barolo, 18/D, 10124, Torino
Fino al 17 aprile 2021, su appuntamento

Lihi Turjeman, Holding pattern, 2020, Mixed media on convas, 240 x 205 cm – Courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino
Lihi Turjeman, Idol, 2020, Mixed media on convas, 205 x 275 cm – Courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino (detail)
Lihi Turjeman, Unearth, 2021 installation views from the show courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino