Lihi Turjeman, Unearth | Quartz Studio

Una mostra site-specific come prima personale italiana di Lihi Turjeman a Quartz Studio.
19 Febbraio 2021
Lihi Turjeman, Unearth, 2021 installation views from the show courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino
Lihi Turjeman, Holding pattern, 2020, Mixed media on convas, 240 x 205 cm – Courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino (detail)

Lihi Turjeman è una pittrice archeologa, i cui lavori parlano di un passato e di una cultura antica intrecciata al presente e alla contemporaneità. Per la sua prima personale in Italia – dal titolo Unearth, a cura di Noam Segal, fino al 17 aprile 2021 presso Quartz Studio – realizza un dipinto/installazione site-specific dal carattere archeologico, una sorta di reperto storico che parla al nostro tempo. Archeologia, storia, scienza, tecnologia definiscono l’interdisciplinarità della ricerca di Turjeman: i suoi lavori, generalmente monocromi e in grandi dimensioni, si inseriscono nello spazio e presuppongono una duplice chiave di lettura, macroscopica – nella visione d’insieme – e microscopica – nell’attenzione ai dettagli più nascosti. “ A interessarmi non è la presenza materiale dell’oggetto nel mondo ma ciò che contiene, e non tanto il contenuto materiale quanto quello astratto, il campo nero. Il colore della superficie crea spazi all’interno dell’oggetto, spazi che a loro volta creano profondità e rimandano a ciò che “si trova nell’oggetto”, proprio come le cose si nascondono nelle parole.” 

Mani infilate in un paio di guanti e figure amorfe sono i soggetti della serie We Are Dealing With Very Dangerous Materials: lo spirito scientifico, archeologico e di classificazione emerge nell’idea delle mani dell’archeologo che cura, maneggia e ispeziona il reperto trovato nel deserto. Il reperto per eccellenza è il vaso o l’anfora d’argilla, ritratta su sfondo nero in Earthen Pots e Holding Pattern. “Per me l’archeologia non si occupa di oggetti antichi e inanimati ma si muove nello spazio e spunta/appare sotto forma di contenitore. Esiste nell’anfora o nella sua “immagine”, un movimento che viene astratto dalla materialità. È così che uso l’archeologia, per discostarmene cercando un sapere nascosto, toccando i luoghi del nostro presente di cui non riusciamo a fare esperienza o a cogliere il senso”. L’archeologia è sinonimo di ricerca, una ricerca temporale – nella dialettica passato e presente – e materiale: nei laboratori, le tecnologie e i materiali più avanzati vengono utilizzati per analizzare, datare e classificare il reperto in questione, realizzato dall’uomo e dalle sua mani – in qualità di artigiano – servendosi di ciò che può trovare in natura.

Lihi Turjeman, Idol, 2020, Mixed media on convas, 205 x 275 cm – Courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino
Lihi Turjeman, Waiting list, 2020, Mixed media on convas, 250 x 205 cm – Courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino (detail)

Un ulteriore dualità è data dalla scelta della tecnica: Turjeman si serve della pittura, bidimensionale, mentre l’archeologo ha a che fare con l’oggetto nella sua tridimensionalità. Attraverso l’installazione si cerca di superare questo scarto, ma, allo stesso tempo, la differenza “dimensionale” è funzionale alla rilettura dell’opera con uno sguardo sempre nuovo. La tela, infatti, viene manipolata, indurita, macchiata, sfregata fino a ricreare una superficie che richiama il suolo o il deserto mentre le anfore vengono variamente rappresentate: offuscate, di scorcio, scure o appena abbozzate, sembrano danzare, in una coreografia di corpi – oggettuali ma al contempo umani – imponendo una visione dinamica e metamorfica del soggetto, del lavoro e, metaforicamente, del nostro tempo. “Sono approdata alle anfore grazie alla lunga frequentazione dell’archeologia tramite tour virtuali, siti scientifici e immagini di Google. La mia ricerca, però, non era rivolta al passato perché i materiali erano nuovi e contemporanei, in certi casi li vedevo dal vivo durante i viaggi, di solito in rete […] che offre un’infinità di immagini di reperti, manufatti e statuette riportati alla luce, mappati, scansionati, catalogati e fotografati […]”. 

Questa rilettura macroscopica e microscopica, tecnica, culturale e semantica riguarda uno dei pezzi centrali della mostra, liberamente ispirato a una statuetta rivenuta in Palestina/Israele e risalente a 4000 anni fa. La statua, raffigurante una figura asessuata ed assorta, è stata ritrovata nella tomba di un guerriero cananeo, come guida spirituale. Turjeman la rappresenta come ingrandimento: questo zoom dal macro al micro si focalizza sullo sguardo, in occhi spalancati e vuoti. “Prima ancora di vederla dal vivo mi ero già interrogata sulla “statuetta assorta”. Ho avuto l’impressione di ammirare la rappresentazione pura di un archetipo, un manufatto riesumato e conservato che può essere recepito come un sedimento della memoria umana. Ingrandendola ho potuto esaltare l’immagine e avvicinarla. Pensavo anche alla traslocazione: è come se io fossi arrivata dalla mia terra con una delle “nuovissime” scoperte e l’avessi mostrata in un luogo diverso, dove è aliena. La Cananea (Palestina/Israele) è stata influenzata da varie culture circostanti, il che rende la statuetta significativa e incisiva persino fuori dal suo luogo d’origine.”

Unearth -Lihi Turjeman
A cura di Noam Segal
Quartz Studio 
Via Giulia di Barolo, 18/D, 10124, Torino
Fino al 17 aprile 2021, su appuntamento

Lihi Turjeman, Holding pattern, 2020, Mixed media on convas, 240 x 205 cm – Courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino
Lihi Turjeman, Idol, 2020, Mixed media on convas, 205 x 275 cm – Courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino (detail)
Lihi Turjeman, Unearth, 2021 installation views from the show courtesy the artist and Quartz Studio, Turin photo Beppe Giardino
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