Chiara Camoni, Tenda #03, 2020:2021 Ottone, stampa vegetale su tela © photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Alcuni giorni fa abbiamo publicato la conversazione con Daria Filardo, la curatrice del ciclo di mostre, azioni e incontri, Life and Herstories (Autobiografia come Dialogo), ospitata a Villa Romana (Firenze).
Le prime due artisti invitate al progetto sono Stefania Galegati e Chiara Camoni.
Il progetto propone una riflessione sull’approccio autobiografico come pratica prevalentemente femminile tesa al dialogo, alla creazione piccole e grandi comunità, alla riscrittura della Storia ufficiale.

Seguono alcune domande alle artiste —

Elena Bordignon: Uno dei motivi per cui sei stata scelta per questo primo incontro è il forte legame tra la tua ricerca artistica e l’esperienza del tuo vissuto. Pittura, installazioni, video, ma anche azioni educative, penso alla tuo ruolo come insegnante all’accademia, ma anche a iniziative come Caffè Internazionale e Summer school of contemporary art a Palermo. 

Mi racconti come hai vissuto l’invito a questo progetto a Villa Romana? 
Stefania Galegati: Con Daria sono in costante dialogo e abbiamo fondato insieme Counterproduction, la scuola estiva, nel 2016 (di cui è cocuratore anche Davide Ricco). 
Daria è una amica cara, con cui lavoro. O una curatrice cara, che è anche una amica.
Nel 2017 Chiara Camoni è stata una delle insegnanti invitate alla Summer School. Con una pratica quasi ancestrale ci insegnò a fare dei fischietti di creta. Per ore e ore siamo state insieme a cercare di fare suonare la creta. Una pratica che ho trovato molto simile a quella di fare la pasta insieme, di solito fra donne. Quando ci si trova insieme a modellare, muovere ritmicamente le mani con della pasta modellabile si agevola una particolare intimità. Ci si scorda del corpo che compie azioni ripetute e ci si confida. ‘Tirando’ 20 uova di cappelletti con Chiara (e Daria, Cecilia, Sandra, Arabella, Elena…) volevo rispondere al dono che mi aveva fatto Chiara in quella Summer school. Senza pensare a un risultato come opera o testo. Stranamente nessuna di noi ha preso appunti. Per ora non è rimasto quasi nulla, ma è come piantare un semino. A volte bisogna fidarsi delle intuizioni e ascoltare, guardare e aspettare. 

EB: Mi introduci alcune opere dove il connubio Arte/Vita è più stretto?

SG: Non distinguo più tanto bene i confini. Il mio studio è in casa, in una stanza tutta per me. Posso chiudere la porta, ma le interazioni con la casa sono costanti. Vivo in una città molto organica, dove il mio fare è in continuo dialogo con gli stimoli che vengono dagli alberi e dalle sculture temporanee dei parcheggiatori e dalle immagini spesso surreali con cui mi approccio ogni giorno. Dalle corse di cavalli ai predicatori a passeggio, dallo scirocco a Sandokan, dalle stratificazione storiche a una grande varietà di esseri umani. 
I miei modi nell’insegnamento tendono a ridurre confini. 
L’ultimo film, Where is everybody?, 2020-21, (in collaborazione con Angelo Leonardo) è nato nella condivisione di una esperienza nel centro della sicilia con studenti e ricercatrici di varie discipline frequentando la casa di un pastore a Calascibetta. Si discuteva, si facevano le riprese, si mangiava e si passeggiava. Separare queste cose non avrebbe permesso certi sentimenti che hanno fatto l’opera, ma ancora di piu quei giorni passati a ragionare sull’universo. 

Chiara camini Tenda #3, 2020 2021 (veduta interna)©photoElaBialkowskaOKNOstudio
Chiara Camoni, Piatti, 2021, veduta dell’istallazione© photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Chiara Camoni

Elena Bordignon: La tua pratica artista è fortemente improntata sulle tue esperienze. Spesso le tue ricerche si allargano ad un processo di autorialità corale e alla realizzazione collettiva dei lavori. 
Presenti alcuni lavori improntati sulla condivisione, mi racconti come sono nati e quali tematiche affrontano?

Chiara Camoni: L’opera Una Tenda #03 è composta da alcune sete realizzate proprio a Villa Romana, durante un laboratorio di stampa vegetale, condotto l’anno scorso insieme a Daria.
Abbiamo utilizzato le erbe e le foglie raccolte nel parco, cercando di trarre delle immagini traslate del luogo stesso. Ne sono usciti degli spiritelli primitivi, terrigni, ma cangianti.
L’altro lavoro è un servizio di Piatti ovvero un gruppo di sculture in ceramica, in forma di piatti. Hanno forme mutevoli, galleggiano sul tavolo – che abbiamo scelto come dispositivo installativo invece di una base neutra – si muovono, abbandonano il loro posto, hanno petali e zampe, sono anche un po’ fiori e un po’ insetti. 
Quando Stefania ci ha invitato a fare cappelletti insieme, io ho replicato: va bene, allora apparecchierò la tavola! E così è stato. Le sculture, per quella sera, sono diventate un po’ più oggetti, hanno svolto la loro funzione di stoviglie, hanno condizionato i nostri gesti, hanno modificato i movimenti della mano e del cucchiaio, hanno trasformato la cena in una performance. E poi docilmente sono tornate il mattino dopo ad esser sculture!

EB: In merito al connubio Arte/Vita, quale è il tuo punto di vista in relazione al tuo lavoro?

CC: Anche io come Stefania, lavoro in casa, spesso in giardino. Uso i materiali che mi circondano, mi piace uscire di casa e raccogliere quello che mi serve, siano sassi, erbe o terriccio. Stefania raccoglie in città, io nel bosco, ma l’attitudine penso sia la stessa.
Le opere non nascono da progetti prestabiliti, ma da ciò che l’ambiente intorno mi suggerisce. A volte sono appunto i materiali a parlare, ma spesso anche le persone!
Penso che la “scultura” raccolga molto bene il mondo intorno; la pittura ha forse più bisogno di uno spazio isolato, circoscritto, magari anche silenzioso, ma la scultura – in tutte le sue possibili declinazioni – si appropria di pezzi di mondo, sconfina volentieri, si nasconde tra gli oggetti, si lascia usare.
Ci siamo formate studiando – e amando – per lo più autori maschi, l’Istituzione è creazione maschile, forse anche l’Opera stessa, nella sua forma chiusa e conclusa.
Spesso nel passato le donne si sono espresse nelle arti minori.
Nella tradizione orale, nella vicinanza, nei saperi utili del quotidiano.
Nella sorellanza. Nel riconoscimento reciproco.
C’è un momento nella vita di una donna, in cui la parola di un’altra donna all’improvviso conta tantissimo, più di prima; diventa più densa e significante.
Ci sono istanti di bellezza che si riconoscono solo insieme ad un’altra donna.

Un anno fa ero con Alessandra Spranzi e con mia figlia Anna Ines. Al fiume, in estate.
Non c’è nessuno, l’acqua è ghiacciata e toglie il respiro. La vegetazione è rigogliosissima, a tratti sembra tropicale, ci sono felci enormi e fichi che pendono giù dalle rocce. A volte nelle pozze nuotano serpentelli.
Camminiamo sulle pietre, ci spostiamo, facciamo il bagno in vari punti.
Poi ci fermiamo. Mentre riposiamo, Anna raccoglie dei fiori, ne fa degli strani involtini, avvolgendoli con delle foglie, legandoli con dei lunghi fili d’erba. Poi arriva da noi e, come se fosse una cosa qualunque, ce li regala, uno a me e uno ad Alessandra.
Noi li apriamo, meravigliate. Anche colpite, forse commosse da un gesto simile. Anna prosegue nel gioco, anima i fiori, succedono varie cose mentre lei canticchia – ad un certo punto se non ricordo male, bisogna anche curarli. Poi le foglie diventano barchette, ci mette su i fiori e quelli se ne vanno portati via dalla corrente.
Ecco, niente di che. Chi ha figli assiste a cose simili.
Ma in quel momento io e Alessandra avevamo assistito a qualcos’altro.
Eravamo tre donne, di età diverse. E c’erano fiori. E acqua, e tanto selvatico.
Ci abbiamo messo un anno per dircelo, per metterlo a fuoco.
In quell’istante io ho capito – anzi sentito – che tra donne passa qualcosa di unico e di indicibile.
Difficile da raccontare e raffigurare.
Come un fiore che sboccia improvvisamente, veloce, un tuffo al cuore, un’emozione.
Una certa bellezza.
Forse è proprio in questo secondo binario, che non passa attraverso la storia ufficiale e attraverso l’opera compita, che spesso le donne si muovono.
È lì si sono sempre mosse.
Ma non è immediato rendersene conto.
Come si fa allora a dirselo, a comunicarselo, come si fa a fare letteratura di questo? O a farne arte?
Siamo nel processo, nel prima della trasformazione.
Possiamo muoverci in prossimità della soglia, un attimo prima della forma, ma non così tanto lontani da non poterne più parlare?
Forse non si può. 
Forse, come dice Sandra, “deve” essere trasformato, altrimenti è troppo.
Oppure lo si sciupa.
Forse quella cosa, come dice Cecilia, la si ritraccia a posteriori. Riemerge sotto altre spoglie. Negli ikebana di Alessandra, nei miei piatti di ceramica e nella pasta di Stefania.

Stefania Galegati, Azdora, 2021 Farina, uova, bambu © photo Ela Bialkowska OKNOstudio
Stefania Galegati, Isola #48, 2021 © photo Ela Bialkowska OKNOstudio