Lewis Balz,   Nevada

Lewis Baltz, Nevada

Testo di Michele Lamanna

Non mi sono mai piaciuti i maestri. Forse solo per quel capannello di allievi che spesso li segue, li imita anche nel modo di parlare, vestire e, naturalmente, nella ricerca artistica. Ma Lewis Baltz era un maestro, e mi piaceva. Era bello. Nella sua parlata californiana quasi incomprensibile. Nella sua lentezza esasperante. Nella precisione di ogni suo gesto.

Lewis Baltz era come le sue fotografie, belle ma acute, taglienti. Immagini che non si concedono ad una prima lettura ma che richiedono attenzione. Sfuggono all’eccesso. La loro potenza è nella misura.

Nelle aule di laboratorio dello IUAV di Venezia, Lewis ci appariva così. Quasi sempre in silenzio, con una tazza di lunghissimo caffè americano, nel suo immancabile completo nero, t-shirt nera ed occhiali neri. Sembrava un architetto tedesco degli anni ’90, ma l’aura che emanava era quella di un vecchio pirata, di uno che aveva cambiato il mondo. Lo aveva fatto, aveva spostato il modo di vedere la fotografia ed il paesaggio… e non è cosa da poco. Lewis Baltz era mitico, era un eroe. Lo era per noi studenti. Perché il suo distacco nascondeva una forza unica e tutti sapevamo che le nostre animate e frequenti discussioni sullo stato dell’arte e della fotografia sarebbero state garbatamente interrotte dalla sua voce, riportandoci alla realtà con saggezza ed acume. Con naturale autorità.

Ci piaceva parlare con lui, di fotografia, di libri, di visioni. Di quello che c’era attorno, anche dei colori degli oggetti. Uscendo dai laboratori capitava di fare un po’ di strada assieme, continuando lo scambio iniziato a lezione. Calle Lunga San Barnaba era lunghissima. Lui avanzava a rilento come una testuggine, ma alla fine della Calle avremmo ricominciato da capo volentieri. E poi ancora. A volte sembrava sostenere la tesi che non avesse più senso fotografare. Lo diceva dieci anni fa, prima dei social network e degli smartphone. Ci aveva visto lungo. Adesso lo capisco, ma allora mi incazzavo come un matto. Ma come è possibile che un grande come lui, uno che ha segnato la storia della fotografia topografica contribuendo a far sì che la fotografia non venisse considerata un’arte a metà, non difendesse con tutte le sue forze il suo linguaggio anche a costo di sembrare fermo sulla sua posizione? Ma lui non aveva bisogno di difendere nulla. Lewis Baltz era ed è soprattutto contemporaneo.

Lo era quando rivolgeva il suo sguardo alle periferie e lo era per come le guardava attraverso la macchina fotografica e ancor di più attraverso la sua straordinaria cultura. Anche per questo non si è arroccato sulle sue posizioni ma si è discretamente defilato, dedicandosi maggiormente all’insegnamento. Ha depositato. Oggi tutti scriviamo e leggiamo con la fotografia. È diventato qualcosa di velocissimo, quasi spontaneo, veloce. Finiamo per scrivere tantissimo, troppo forse. Baltz ha vissuto un tempo completamente diverso, un po’ come un amanuense in un momento in cui pochi sapevano leggere. In cui era necessario mostrare la strada del guardare.

Una sera, al bancone de “I do draghi”, dopo una lunghissima discussione, mi ha detto in perfetto italiano che avevo il dovere di continuare a fotografare. Io. Ho camminato qualche centimetro da terra per un paio di giorni.Proprio sui social network, qualcuno che lo conosceva bene ha scritto che gli studenti di Lewis lo vedevano come un maestro e come un amico.

È molto vero. Non c’è altro da aggiungere. Grazie Lewis.

Lewis Balz,   Monterey

Lewis Baltz, Monterey

Lewis Balz

Lewis Baltz