Letizia Cariello, Fuso orario, exhibition view. Courtesy l’artista e Galleria Studio G7, Bologna, foto Alessandro Fiamingo

Ha per titolo Fuso Orario, la prima mostra persona di Letizia Cariello ospita allo Studio G7 di Bologna (a cura di Leonardo Regano – Fino al 5 giugno, 2021). Per questa occasione abbiamo fatto alcune domande all’artista in merito alle opere in mostra: scopriamo dalle sue risposte che questa mostra è solo una tappa di una ricerca partita, idealmente, da molto lontano. Letture, ricerche, scoperte, il percorso della Cariello, nel tempo si è stratificato e consolidato: tutte le opere, allora, diventano una sorta di sintesi e verifiche, sia intellettuali che spirituali. 

L’artista ci racconta e rivela la genesi dei lavori in mostra, aprendo la narrazione a quello che si potrebbe definire, un flusso interiore di riflessioni. Scopriamo che nell’opera Sistema Sottile, l’artista ha seguito la configurazione nel cielo del 21 di dicembre del 2020, seguendo i canali che ne mostravano la disposizione: “Sono i corpi astrali che compongono queste costellazioni come si sono costituiti in cielo in quel momento.” Spiega Cariello, “Erano 800 anni che non succedeva. La sera del 21 dicembre 2020 i due pianeti si sono trovati vicinissimi e allineati rispetto alla Terra e qualcuno ha potuto perfino vedere questo evento ad occhio nudo.”

Come in molte altre opere passate, anche in questa occasione è presente il ricamo, l’intreccio e, più in generale, l’utilizzo del filo. L’artista ci spiega: “E’ un gesto che viene da lontano. Dal passato-passato e di cui anche io ignoro parte del significato. Quello che so è che è una scrittura di riparazione che assorbe in sé il tempo sottinteso nella sequenza dei gesti.”
Scrivere e disegnare – ma potremmo aggiungere anche respirare, come ci spiega Cariello – diventano, nella sua pratica, dei gesti quotidiani che le consentano di compiere uno scavo interiore, “per accedere a strati più alti della coscienza.”

Segue l’intervista con l’artista —

Letizia Cariello, Fuso orario #5(I), 2021, volume in legno dipinto a mano, disco di marmo inciso / volume cm 52x34x25, marmo Ø cm 35. Courtesy l’artista e Galleria Studio G7, Bologna, foto Alessandro Fiamingo

Elena Bordignon: La mostra che presenti alla Studio G7 ruota attorno alla dicotomia – ma potremmo pensarla anche consonanza – tra esterno-interno. La natura umana è da sempre stata contraddistinta da questa dualità, descritta spesso come dentro-fuori, spirituale-carnale, trascendente-mondano. Per Fuso Orario, ti rifai ai principi della Geometria Spirituale, alle teorie teosofiche e neoplatoniche. Come è nato questo tuo interessa e cosa ti affascina di queste teorie?

Letizia Cariello: In verità è piuttosto difficile definire con precisione a quali teorie si possa ricondurre quello che per me è un progressivo risveglio interiore che non potrei datare ad un tempo recente. Quello che intendo dire è che ciò che concerne la mia natura e la mia identità incarnata si manifesta sempre più come coincidente con la pratica dell’arte e ogni evoluzione che mi riguarda non si distingue in un interesse teorico che poi divenga una traduzione in opere, che sia tradotto in un tema di ricerca artistica. Ad essere sinceri sarebbe perfino impreciso dire che io mi ispiri alle teorie teosofiche e della geometria spirituale: è piuttosto vero, invece, che molto di quello che si manifesta nella consistenza materiale delle mie opere può essere a tratti ricondotto a queste storie di cui riconosco l’indubbia forza e coerenza. Come tu giustamente sottolinei, interno ed esterno sono una continuità ed è questo dualismo – enumerato nelle coppie che citi e che potrebbe continuare con continue bipolarità artificiose – che io intendo superare. Quello che conta è che non intendo farlo e non lo sto facendo definendo una teoria e tanto meno indicando ad altri una strada; ciò che si vede in questa mostra e sempre più chiaramente negli esiti degli ultimi tre o quattro anni di lavoro è il risultato di tantissimi anni di ricerca, a volte frustrata e mille volte ripresa, di una coincidenza nel gesto di quella dualità che mi indichi. È vero, è verissimo, che ancora molti si muovono dentro questa spaccatura che mi appare sempre più come una automutilazione. Per quello che riguarda me, è evidente che è la ricucitura ed il recupero di una fluidità è ciò a cui tende la Disciplina e la Volontà del mio lavoro. Direi più mistica che filosofica. In questo lavoro la pratica del disegno per mesi si è rivelata come una sorta di danza, un po’ come la scrittura per il mondo Orientale, cioè una pratica quasi marziale e ho riconosciuto negli esiti della geometria neoplatonica rinascimentale, ma ancora prima nella tradizione monastica medioevale delle radici, per me che sono e resto profondamente europea se non latina, degli antefatti molto significativi di questa tensione. È da lì che è partita negli anni (tantissimi anni, ahimè …) una ricerca continua di una forma che unisca forza e materia e, piano piano, si sono presentati gli strumenti di lettura che oramai oggi sempre più nell’aria della pratica degli Esseni e in molte scritture steineriane. Prima di allora è stata la vita e la pratica di alcune mistiche che mi ha aperto la strada ad un fare di questo genere. Con questo lungo giro di parole quello che cerco di dire è che è stata la vita e il modo di tenere unito il corpo-mente allo svelamento dell’opera e soprattutto delle promesse di postura che ho fatto a me stessa, che mi hanno portata ad approdare a quello che si vede, per esempio, nella mostra di oggi e che si è visto nel Libro del Silenzio nel Gate della Bocconi etc etc. e che si vedrà spero nell’antologica che sto preparando al Filatoio Caraglio (a cura di Olga Gambari giugno 2021). E dunque, proprio come dici tu, è una consonanza quella che si vuole mettere a disposizione dell’esperienza di chi vedrà Fuso Orario alla Galleria Studio G7, e che fa parte di un processo di ricostruzione e di apertura ad un concetto più vero e pieno di “visione”.

Letizia Cariello, Fuso orario, exhibition view. Courtesy l’artista e Galleria Studio G7, Bologna, foto Alessandro Fiamingo
Letizia Cariello, Fuso orario, exhibition view. Courtesy l’artista e Galleria Studio G7, Bologna, foto Alessandro Fiamingo (dettaglio)

EB: In mostra è presente una grande installazione a parete, complessa sia per quanto riguarda i rimandi concettuali, che per la sua realizzazione. Mi racconti l’idea di base di quest’opera? 

LC: I Volumi sono dei solidi ideali che materializzano esattamente quello che ho cercato di descrivere prima. Potrebbero essere considerati delle protrusioni o delle zone franche fra spazio interno e spazio esterno. Il primo pensiero mi è venuto guardando i capitelli delle costruzioni soprattutto romaniche e poi gotiche. Elementi di snodo, terre di confine spaziale e dinamico che si incaricano di tradurre e mediare tridimensionalmente passaggi di forza dal verticale dei pilastri e delle colonne alle ogive e agli orizzontali degli archi. Mi interessano i cardini intesi come luoghi fisici in cui la forza cambia direzione, giunture non solo meccaniche ma energetiche che poi diventano ovviamente fuochi di concentrazione visiva. Penso ai pulvini dei bizantini, ma penso anche alla figurazione dei capitelli di Sant’Ambrogio e al bisogno istintivo di mettere su queste fibbie un segno visivo, un messaggio cifrato per chi si trovi nella loro area spaziale. Sono passata a studiare Luca Pacioli (De Divina Proportionae) e la geometria spirituale, la relazione con la matematica e con il pensiero. Come sai, tanti filosofi hanno disegnato solidi geometrici e nel Rinascimento il trionfo di questo sogno è rappresentato dal De Prospectiva Pingendi di Piero, non a caso legato alla dimensione dell’ideale.  Gorghi di attrazione mistica per me, perché sono misteri espressi e per il mistero non è la spiegazione che si cerca ma la possibilità di esprimerlo. A furia di disegno sono arrivata a delle forme fra cui quelle che hai visto in mostra e poi, dopo una lunga ricerca, ho trovato un ebanista capace di costruire le sculture con le inclinazioni che avevo richiesto. Così sono venuti fuori i primi Volumi. 

Per la mostra da G7, ho deciso di integrare al concetto di disegno come matrice del pensiero-anima, la verità del colore…: per quando ci sia ancora gente che non lo crede possibile, sono convinta che fra non molto sarà convinzione comune che la materia non consiste solo in quello che i nostri occhi possono vedere. La materia eterica, la materia sottile, è materia a tutti gli effetti e noi viviamo immersi, (direi a bagno!), in campi energetici che sono anche quelli che emanano da noi. La fisica quantistica sta già conquistando brandelli del territorio di ciò che è considerato ufficialmente vero a beneficio di tutti. Oggi mi pare che all’idolatria delle false religioni di una volta, si sia sostituita l’idolatria della scienza: sembra che sia vero solo quello che si può dimostrare con i soli strumenti accettati da un tribunale che si arroga il diritto di possedere la verità. Peccato che le forme e le visioni e i messaggi e soprattutto le intuizioni non arrivino per strade stracciabili con quei soli strumenti. Questa un tempo era una convinzione. Possiamo permetterci il coraggio di chiamare con il nome Amore la forza che già Dante aveva riconosciuto come motrice fisica, per quanto non conosciuta nei suoi anfratti con i nostri strumenti usuali (e usurati): “Questi ne porta il foco inver’ la luna; questi ne’ cor mortali è permotore; questi la terra in sé stringe e aduna; ne’ pur le creature che son fore d’intelligenza quest’arco saetta, ma quelle c’hanno intelletto e amore”. 

Quindi i colori delle bande dei volumi sono i colori dell’aura che circonda ogni corpo umano e che materializza in gradazioni luminose diverse i diversi strati di energia e i diversi corpi che compongono la nostra completa consistenza. Sopra ad ogni volume ho messo un disco di marmo in colore sintonico con le bande del solido e su cui ho inciso il calendario che, come sai, è una pratica ricorrente fin dal l’inizio della mia ricerca di scrittura e materializzazione del tempo futuro filtrato attraverso la mia concentrazione. Tempo che non è tempo, come in realtà è un non-tempo l’illusione di scorrimento su cui ci siamo accordati di vivere.

Letizia Cariello, Shlomit, 2021, filo di lana rosso, chiodi con testa quadrata, dimensione variabile. Courtesy l’artista e Galleria Studio G7, Bologna, foto Alessandro Fiamingo

EB: Nell’opera Sistema Sottile ci sono dei rimandi all’astrologia, nel dettaglio alla congiunzione Giove-Saturno. Come hai formalmente realizzato questa relazione? 

LC: Ho seguito la configurazione nel cielo del 21 di dicembre del 2020, seguendo i canali che ne mostravano la disposizione. Sono i corpi astrali che compongono queste costellazioni come si sono costituiti in cielo in quel momento.  Erano 800 anni che non succedeva. La sera del 21 dicembre 2020 i due pianeti si sono trovati vicinissimi e allineati rispetto alla Terra e qualcuno ha potuto perfino vedere questo evento ad occhio nudo. Di nuovo, noi siamo oggi meno consapevoli del cosmo di quanto non siano stati gli uomini dall’antichità attraverso il Medioevo fino ai tempi in cui è partito questo delirio di conoscenza e controllo che oggi mi pare stia crollando da ogni parte. La grande congiunzione di Giove e Saturno oggi viene considerata o argomento per i fanatici dell’astrologia o una curiosità spettacolare da telegiornale oppure, peggio, una credenza magica. Però uomini di scienza come Keplero, Tycho, Brahe; poeti come Shakespeare e Dante; pensatori come Roger Bacon (il Doctor Mirabilis) fino a Carl Gustav Jung, se ne sono occupati con serietà passione e rispetto. Lo schema che vedi sulle due pareti riproduce la posizione delle stelle. Non è un allestimento. È un messaggio.

EB: Il ricamo, l’intreccio e, più in generale, l’utilizzo del filo, sono molto presenti nel tuo lavoro. Immagino che la realizzazione delle tue opere richieda molta manualità e pazienza. Al di là del risultato finale, qual è apporto simbolico che riconosci nella pratica del cucire? 

LC: Ti potrei dare mille risposte, tutte vere, ma ne scelgo una che mi sembra sempre più netta: è un gesto che viene da lontano. Dal passato-passato e di cui anche io ignoro parte del significato. Quello che so è che è una scrittura di riparazione che assorbe in sé il tempo sottinteso nella sequenza dei gesti; il fine o – meglio – la pulsione che è il ricucire di cui abbiamo parlato all’inizio; la materializzazione visibile di legami invisibili messi in luce dagli intrecci. Quindi direi che più di cucire nel mio caso si tratta di ricucire, il che a volte può comportare la messa in luce dello strappo della ferita. Perché la cosa più difficile è vedere dove bisogna ricucire, solo dopo si passa ad un gesto. In qualche modo però è anche come scrivere qualcosa che io stessa sono curiosa di leggere. Altre volte è una sorta di evidenziazione di fatti materiali che sono stati scritti da un inchiostro simpatico che il filo rosso rende leggibile.

EB: Un’altra caratteristica che riscontro nella tua ricerca è la scrittura, spesso utilizzata per accumulo e stratificazione. Che valore ha la scrittura, anche come forma astratta, nelle tue opere? 

LC: Per me la scrittura è disegno esattamente come il disegno è scrittura. Ed è una pratica quotidiana come la ricerca dello spazio interiore dove andare a sedermi per accedere a strati più alti della coscienza. Io non scrivo con la mano, scrivo sempre con il braccio e se non respiro giusto non riesco a scrivere. Riesco a scrivere se mi dimentico di uno spazio piccolo, se vedo interiormente. Esattamente come faccio quando disegno. Esattamente come quando cerco il respiro che mi insegni a salire verso un sé più alto. Non vedo differenze.

Letizia Cariello, Fuso orario #5(I), 2021, volume in legno dipinto a mano, disco di marmo inciso / volume cm 52x34x25, marmo Ø cm 35. Courtesy l’artista e Galleria Studio G7, Bologna, foto Alessandro Fiamingo