• Massimo Campigli Donne con la chitarra, 1925 Pinacoteca di Brera, Milano
  • Felice Casorati Maschere, 1921 Museo Civico e Pinacoteca di Alessandria
  • Felice Casorati Studio per il “Meriggio”, 19 marzo 1922 Musei Civici Fiorentini – Museo Novecento, Firenze
  • Giorgio de Chirico Enigma della partenza, 1914 Fondazione Magnani Rocca, Mamiano di Traversetolo (PR)
  • Filippo de Pisis Natura morta, 1924 Mart, Collezione L.F.
  • Ubaldo Oppi L'Adriatico, 1926 Accademia Olimpica, Vicenza
  • Alberto Savinio Tombeau d’un roi maure, (1929) Patrimonio Unipol Gruppo, Bologna

E’ sempre rivelante approfondire il significato delle parole, le loro radici etimologiche. Si scoprono diverse prospettive interpretative e tagli concettuali. Una parola, che forse più di altre ha intrigato il mondo dell’arte è ‘canone’. Scopriamo che dal latino deriva da “canna”, quindi il regolo usato dagli artigiani. Regola, norma, statuto, modello, il canone, soprattutto in ambito artistico è quel sistema di regole riguardanti le proporzioni architettoniche e scultoree rapportate a un elemento preso come unità di misura. In età moderna, nella filosofia epicurea, e in special modo in quella di Kant, il canone diviene una regola scelta che deve servire per conquistare o dimostrare la verità. Ecco allora che nel significato di canone si annidano, inseparabili, concetti come il vero, il bello, il sincero…

Una mostra come quella ospitata fino al 2 novembre al Mart di Rovereto, esemplifica e dimostra proprio il percorso concettuale di una parola come canone che, legata ad un altro concetto ‘abissale’ come ‘classico’, sigilla un ricercata e ambita bellezza che non si cela unicamente dietro altrettanto belle forme, ma bensì si fa veicolo di realtà e verità. Un’eterna bellezza – Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento – a cura di Beatrice Avanzi e Daniela Ferrari – è un progetto internazionale che ha toccato lo scorso febbraio (fino a maggio) la Fundación MAPFRE di Madrid.

Daniela Ferrari, nel presentare la mostra ha messo a fuoco quelli che sono i punti principali di questa bella mostra che racconta pagine memorabili della storia dell’arte italiana agli inizi del ‘900. Dalle prime battute iniziali di questa mostra, le due curatrici Beatrice Avanti e Daniela Ferrari, hanno lavorato sul concetto di “permanenza”, di assoluto. Le radici dell’esposizione devono essere ricercate tra le vicende storiche vissute dall’Italia, ma anche dal resto d’Europa. Si viveva infatti, un momento di quiete, prima – ma anche dopo – quella che è stata la grande tempesta che sconquassato gli stati europei, la Grande Guerra. Spiega Daniela Ferrari: “Poeti, letterati, scultori, pittori, ripiegano lo sguardo verso il passato; è un ripiegarsi per guardare avanti. In tutto Europa questo tipo di riflessione sarà chiamato ‘Ritorno all’Ordine’. Ecco un’altra parola chiave della mostra, ordine, armonia. Dopo questi concetti, subito ci viene in mente la bellezza. Bellezza che è armonia delle parti, se dovessimo spiegarla in termini estetici, in realtà la bellezza si trova anche in molti particolari ed evocazioni che le molte opere raccolte qui al Mart ci mostrano.”

Piero Marussig  Venere addormentata (Nudo), 1924 Collezione privata

Piero Marussig Venere addormentata (Nudo), 1924 Collezione privata

L’artista scelto per aprire il percorso della mostra, non poteva che essere Giorgio De Chirico, definito negli anni della maturità artistica e della consacrazione internazionale, della fama e dei giusti trionfi, con l’appellativo di pictor optimus, in omaggio ad una tecnica eccezionale ma anche alla lucida capacità di guardare al mondo classico. Questo artista non ha mai abbandonato, in tutta la sua lunga carriera, lo sguardo verso la classicità. Maestro assoluto delle atmosfere metafisiche, colui che ha saputo infondere nelle sue tele il mistero, gli enigmi; ha saputo tramandare la ricchezza del passato e degli antichi maestri così come ha saputo lasciare in eredità le tecniche pittoriche antiche, tanto da scriverne un trattato.
Accanto a Giorgio De Chirico – di cui si ammirano opere fondamentali quali La matinée angoissante, (1912), Enigma della partenza (1914) e Il linguaggio del bambino (1916) – spiega la Ferrari: “Ci sono molto altri artisti erano stati i massimi fautori dell’avanguardia, come i futuristi, che ad un certo punto si fermano e riguardano ad artisti come Giotto, Piero della Francesca, al periodo del grande Rinascimento italiano, dal momento in cui la prospettiva diventa la grande innovazione – e primato – dell’arte italiana. Guardano a delle modalità compositive che sanno mettere nei loro quadri, senza mai scivolare nella mimesi. C’è sempre, nelle loro soluzioni formali, una ricerca di innovazione e modernità. Una modernità che, in una formula ossimorica creata da Margherita Sarfatti, definiamo ‘moderna classicità’.”

De Chirico, Alberto Savinio, Carlo Carrò, Arturo Martini e Gino Severini sono i protagonisti della prima sezione, delle sette che danno la struttura alla mostra, “Metafisica del Tempo e dello Spazio”. Le opere raccontano una sintetica e conturbante storia della pittura metafisica, fatta di atmosfere rarefatte e visionarie, di “straniante relazione tra i luoghi e le cose”. Tra le opere a parete, anche due sculture di Arturo Martini, Busto di ragazzo (1921) e Busto di fanciulla ebrea (1922). Gli anni dell’esecuzione di questi due busti, appartengono al periodo in cui l’artista trevigiano aderisce al gruppo di “Valori Plastici”, la rivista pubblicata a Roma da Mario Broglio. Gli artisti raccolti attorno a questa pubblicazione condividevano il ritorno alla classicità e alla tradizione italiana.
Da De Chirico a Carrà ai grandi protagonisti del ‘900 italiano, quali Mario Sironi, Achille Funi, Piero Marussig a Oppi, sono tutti grandi artisti che hanno avuto una visione europea molto forte. “Il nostro intento è quello di affrontare più momenti di questa grande rivoluzione pittorica italiana. Utilizzo, non a caso la parola rivoluzione, che solitamente si utilizza per le avanguardie, perché per certi aspetti, questo cambio, rivolgimento agli antichi maestri alla grande tradizione rinascimentale, sconvolge il modo di pensare la pittura e la scultura. Si parla infatti di un nuovo stile. Molti degli artisti in mostra, non essendo raggruppati in una corrente, risentono di questa aria di classicità che soffia come un vento costante.” (…) “Opere straordinarie perché sono tornate ad essere esposte assieme. Siamo riusciti ad ottenere prestiti generosi, dunque abbiamo avuto la possibilità di ricostruire degli sguardi su dei momenti importanti di questa storia dell’arte. Come ad esempio le opere esposte nella Biennale di Venezia del 1924.”

Cagnaccio di San Pietro Primo denaro, 1928 Collezione privata, La Spezia

Cagnaccio di San Pietro Primo denaro, 1928 Collezione privata, La Spezia

Uno dei punti focali dell’intero progetto museale risiede nella particolare attenzione rivolta ai cosiddetti “generi”, in particolare al ritratto: tema centrale in tanta parte della ricerca degli artisti di questo periodo. Oltre al ritratto, moltissimi artisti si rivolgono a tematiche come il paesaggio o la natura morta. Ma al di là dei temi trattati, la vera sensibilità degli artisti in mostra si manifesta in termini di composizione, preciso equilibrio cromatico, armonia delle parti, insomma si ritorna a termini come canone, bellezza, proporzione.

Entrando nel merito delle varie sezioni, alla già citata “Metafisica del tempo e dello spazio”, si susseguono delle stanze tematiche che, come ha sottolineato la curatrice Beatrice Avanzi, mettono in luce “un aspetto dell’arte italiana di questo periodo, che è il ritorno alla centralità della riflessione degli artisti della figura umana. Come diceva Ugo Ojetti, noto scrittore e critico d’arte, si tratta di un nuovo Umanesimo. L’arte moderna vuole tornare a porre al centro la figura umana. Una figura umana che non era stata soltanto messa in secondo piano, ma frammentata da quella ricerca di un linguaggio frammentario che era stato tipico delle avanguardie. Il ‘’ritorno alla tradizione’ che gli artisti selezionati danno avvio, parte proprio dallo studio della figura umana. Ed è soprattutto nel genere del ritratto che questi maestri possono, in modo diretto, mettersi a confronto con i grandi pittori del passato e in particolare con la ritrattistica rinascimentale.”

Le opere in mostra da poter citare sono innumerevoli. Nella sezione “Ritorno alla figura. Il ritratto”, si ammirano “Alcesti” (1918) di De Chirico, così come magistrali ritratti di Ubaldi Oppi – “Il chirurgo” (1919), “Le Jeune fille sentimentale” (1920-22) – o quelli esemplari di Felice Casorati. Di quest’ultimo artista – Bontempelli descriveva il senso profondo dei suoi quadri come “stupore lucido” – si ammirano “Ritratto di Teresa Madinelli” (1918-19)”Ritratto di Antonio Veronesi (1922 c.); ma potremmo citare per bellezza e complessità pittorica anche le opere di Cagnacccio di San Pietro. Voce a sé Campigli, che con il amore per l’arte etrusca restituisce ritratti dal sapore primordiale, dalle fattezze solide e monumentali. Per passare alle linee taglienti e le atmosfere sofisticate che dominano le tele di Oppi e Marussig … e giungere alle tele giocose ma al tempo stesso sospese di Antonio Donghi dove dominano, in perfetto equilibrio realtà popolari e squarci enigmatici, surreali.

Una sezione è dedicata al tema del nudo. Nelle figure femminili dipinte da Casorati si legge l’eredità delle forme pure di Masaccio e Piero della Francesca; quelle di Marussig e di Celada da Virgilio discendono dalle Veneri rinascimentali di Giorgione e di Tiziano; mentre le forme opulente dei nudi di Malerba e Oppi condensano in forme sintetiche l’idea di bellezza della statuaria greca e romana. Protagonista della sezione, per incisività e complessità delle composizioni – senza tralasciare il tema che punta il dito sull’ipocrisia e il perbenismo borghese – si rivela Cagnaccio di San Pietro con tele come “Primo denaro”(1928) e “Donna allo specchio” (1927).

Felice Casorati  Ritratto di Renato Gualino, 1923-1924 Istituto Matteucci, Viareggio

Felice Casorati Ritratto di Renato Gualino, 1923-1924 Istituto Matteucci, Viareggio

Molto meno incisiva si rivela la sezione dedicata ai Paesaggi, tema minore rispetto alla centralità della figura umana. Qui, si apprezzano le opere di Carrà, Morandi e Mario Sironi. Di quest’ultimo artista, una buona selezione opere che mostrano squarci di città dall’impianto solido e memore delle linee essenziali e delle prospettive rigorose degli antichi maestri.
Un’altra sezione decisamente importante per capire questo denso periodo è “La poesia degli oggetti”, dedicata alle nature morte.
Leggiamo nella presentazione della sezione: “Nell’arte tra le due guerre, il genere della natura morta diviene luogo privilegiato per esercitare una ricerca di armonia, ordine ed equilibrio. La composizione di oggetti, fiori o frutta risponde anche a una rinnovata ricerca della bellezza che porta gli artisti a selezionare e sublimare il reale, come nell’arte classica, studiando attentamente proporzioni formali e accordi cromatici.
A questo tema si dedicano con un’assiduità quasi esclusiva soprattutto de Pisis e Morandi, il primo dipingendo oggetti che paiono personaggi di una narrazione, il secondo trasformandoli, al contrario, in elementi quasi astratti. Nelle tele di Dudreville, Oppi, Donghi e Cagnaccio di San Pietro le cose sembrano osservate attraverso le lenti di un realismo talvolta esasperato, che per nettezza, luminosità, trasparenza e precisione nei dettagli ricorda la grande tradizione della natura morta fiamminga. Solenni e silenziose sono le atmosfere evocate dalle tavole apparecchiate da Severini, esercizi di stile che anticipano le sue riflessioni teoriche contenute nel libro Du Cubisme au Classicisme (1921). Gli oggetti rappresentati in tutti questi quadri sembrano essere stati sottratti al potere del tempo, anche quando si riconoscono dei particolari che li collegano alla vita di chi li ha posseduti, come un romanzo di Israel Zangwill pubblicato nel 1920 dall’editore Sonzogno, in primo piano in una delle nature morte di Nella Marchesini.”

Un’eterna bellezza – Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento è una mostra che consiglio a tutti di vedere, ma soprattutto per chi ricerchi nella pittura un linguaggio espressivo che va oltre il tempo cronologico; per chi abbia la voglia di scopre uno dei periodi più significativi e densi della storia dell’arte italiana.

Antonio Donghi  Giocoliere, 1936 Unicredit Art Collection

Antonio Donghi Giocoliere, 1936 Unicredit Art Collection