Leonor Antunes, the last days in Galliate, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca. Photo: Nick Ash

Leonor Antunes, the last days in Galliate, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca. Photo: Nick Ash

 Testo di Nicolò Ornaghi —

Leonor Antunes (ri)produce oggetti. Le sue sculture utilizzano lo sterminato serbatoio di immagini fornito dalla storia del design e dell’architettura moderna, così come il sapere artigianale più raffinato e preciso, come apparato formale di riferimento.

La tradizione moderna, specie nelle relazioni con il mondo della produzione artigianale, propone un catalogo formale replicabile, spesso attraverso il supporto dei medesimi artigiani di cui si servivano i designer di riferimento. È il caso della mostra in Hangar Bicocca dove dalla relazione con la manifattura Vittorio Bonacina – oggi Bonacina1889 – nascono oggetti in giunco e midollino che richiamano dettagli e proporzioni del riferimento esplicito che Antunes utilizza per il suo lavoro presso lo shed di Bicocca.
Il titolo della mostra Lat Days in Galliate si riferisce a una casa, a Galliate, piccolo paese sul lago di Varese, costruita al termine della carriera da Franca Helg, all’epoca vedova di Franco Albini e conosciuta globalmente come una delle più importanti interpreti femminili del bel design Italiano.

Leonor Antunes, the last days in Galliate, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca. Photo: Nick Ash

Leonor Antunes, the last days in Galliate, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca. Photo: Nick Ash

Gli oggetti esposti sono diversi, l’interazione con lo spazio è precisa; una precisione che ricorre nel lavoro di Antunes, sempre site specific e su misura. La casa di Galliate diventa un abaco di riferimento da cui è possibile attingere, rielaborare e ridefinire dettagli che, estratti dal loro contesto – l’organismo della casa per cui erano stati pensati – diventano elementi autonomi, indipendenti e al contempo capaci di portare memoria della loro origine. Franca Helg non è l’unico riferimento esplicito della mostra. Lo shed è pavimentato con un intarsio in linoleum, con una trama inspirata da un disegno di Anni Albers e colorato con tonalità prese a prestito dal famoso motivo astratto dei pavimenti di Gio Ponti per il grattacielo Pirelli a Milano.
Ma più che il retaggio culturale di grandi aziende come Pirelli l’elemento ricorrente nell’opera di Antunes è l’attenzione alla produzione su piccola scala, al sapere artigiano che porta avanti tradizioni antiche. La ricerca dell’artista portoghese si rifà a una pratica storica, in costante dialogo con grandi artisti (ma più spesso artiste) del passato a noi prossimo. Anni Albers – moglie di Joseph Albers e sicuramente una delle più importanti textile designer della storia – è una figura ricorrente.

Leonor Antunes, A.S. in the S.P. (1), 2018 Brass and polycarbonate screens 4 parts: Dimensions variable - Courtesy Marian Goodman

Leonor Antunes, A.S. in the S.P. (1), 2018 Brass and polycarbonate screens 4 parts: Dimensions variable – Courtesy Marian Goodman

Nella mostra conclusasi il 20 luglio 2018 presso la Galleria londinese di Marian Goodman, i disegni bauhaus della Albers diventano lampade di vetro e ottone, mentre un’altra importante figura femminile presta le forme alla Antunes. L’ Upper Lawn Pavilion nel Wiltshire, completato nel1962, da Alison e Peter Smithson, pionieri del brutalismo inglese, nonché fieri oppositori di una certa deriva del movimento moderno, è il riferimento esplicito che l’artista portoghese porta in mostra alla Goodman. Le sculture in ottone e vetro, che ricordano dei paraventi, sono modellate sulle esatte dimensioni dei pannelli di vetro che i due architetti inglesi disegnarono per la loro casa di campagna.

Il lavoro di Antunes sembra sempre non avere mai soluzione di continuità, così la mostra da Marian Goodman è una continuazione – o un paralello, considerata la sovrapposizione temporale – del lavoro svolto sempre a Londra, alla Whitechapel Gallery, intitolata the frisson of the togetherness, chiusa l’8 Aprile 2018. In questo caso l’interno in mattoni con paraste simmetriche su tutti i lati, diventa il set up ideale per un’installazione di straordinaria eleganza, dove Antunes utilizza come riferimento formale l’opera di un’altra donna, l’artista inglese Mary Martin (1907–69), di cui assimila le geometrie, per esempio attraverso un disegno a pavimento – il cui pattern deriva da un disegno di Martin – realizzato in sughero e linoleum. Il potenziale geometrico dell’estetica costruttivista della Martin appartiene allo stesso apparato formale di Anni Albers, con cui l’artista inglese, benché con meno fortuna critica, condivideva anche la passione per il design di tessuti.

Installation view at the Whitechapel Gallery. Leonor Antunes, the frisson of the togetherness, Gallery 2. 3 October 2017 – 8 April 2018. Photo Nick Ash

Installation view at the Whitechapel Gallery. Leonor Antunes, the frisson of the togetherness, Gallery 2. 3 October 2017 – 8 April 2018. Photo Nick Ash

Leonor Antunes lavora come un set designer, definendo spazio, luce e atmosfera a seconda del luogo in cui si trova ad operare. Il suo lavoro tratta la storia dell’architettura e del design come materia viva riferendosi a un periodo della storia recente – ovvero il boom economico a seguito della seconda guerra mondiale – dove le esperienze formali ed estetiche sono state floride in molti ambienti culturali europei e mondiali. La storia del modernismo – o meglio dei modernismi – è quindi un terreno fertile per riscoprire o valorizzare figure, quasi sempre femminili, che hanno contributo a questa grande fase della cultura estetica del novecento.

Artiste e designer quali Franca Helg, Clara Porset, Anni Albers, Alison Smithson, Mary Martin, Ruth Asawa, Lina Bo Bardi, Eileen Gray and Greta Grossman sono oggetto di attenzione, di studio e di appropriazione. Per Antunes l’interesse è nella riproduzione e, senza alcuna accezione deteriore, nella copia. Quel che di più significativo c’è nel suo lavoro è il rifiutare qualsiasi visione romantica dell’arte intesa come creazione intima ed esclusivamente personale. Al contrario, nella ciclica interrogazione del passato Antunes costruisce una moderna coscienza storica e un modello metodologico efficace e replicabile, che non è restaurazione iconografica di immagini di modernariato, quanto piuttosto la riscoperta di abitudini e pratiche collettive – il disegno, il sapere artigiano, la realizzazione – che, a partire dallo sterminato archivio fornito dalla storia – sono disponibili per tutti, sono pronte ad essere copiate.

Leonor Antunes — the last days in Galliate
A cura di Roberta Tenconi
14 Settembre 2018 – 13 Gennaio 2019

Leonor Antunes, the last days in Galliate, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca. Photo: Nick Ash

Leonor Antunes, the last days in Galliate, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca. Photo: Nick Ash

Leonor Antunes, the last days in Galliate, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca. Photo: Nick Ash

Leonor Antunes, the last days in Galliate, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca. Photo: Nick Ash

Leonor Antunes, the last days in Galliate, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca. Photo: Nick Ash

Leonor Antunes, the last days in Galliate, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca. Photo: Nick Ash

Leonor Antunes, the last days in Galliate, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca. Photo: Nick Ash

Leonor Antunes, the last days in Galliate, exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca. Photo: Nick Ash