• Francis Alÿs, Untitled (Study for Painting and Punishment), 2000 - 2003, olio e encausto su tela montato su tavola (dittico), 25.6 × 2.5 × 20.5 cm
  • Jules de Balincourt, Waiting Tree, 2012, olio e acrilico su tavola, 198,1x221x6,1 cm
  • Laurent Grasso, Studies into the Past (LG-P.16.1461), olio su legno, 69x69 cm
  • Markus Schinwald, Beth, 2012, olio su tela, 145x80,6 cm
  • Pietro Roccasalva, The Skeleton Key, 2006, pastello su carta su forex, 58x48,5 cm

Suonano ambiziose le premesse della mostra collettiva ospitata alla Fondazione Stelline di Milano Le Nuove Frontiere della Pittura: una raccolta di 34 opere di 34 artisti – da 17 paesi – che testimoniano le nuove tendenze della pittura figurativa contemporanea.
Il curatore Demetrio Paparoni parte da un fatto (forse) incontestabile: «Per quanto il ruolo giocato dalla pittura figurativa sia centrale nel panorama artistico attuale e per quanto esprima lo spirito del tempo non meno di altre forme espressive», precisa Paparoni, «le grandi mostre tendono a minimizzarne la portata, preferendo sempre includere un ristretto numero di dipinti figurativi, diluiti in un contesto multilinguistico che tende spesso a contenerne la portata».

Non condivido molto la premesse del curatore in quanto ritengo che il linguaggio pittorico non sia mai stato né sottovalutano né marginalizzato nelle grandi kermesse d’arte. La distinzione tra i linguaggi espressivi oggi, non deve e non può essere settorializzata in categorie. Gli artisti che eleggono un medium rispetto ad una altro, non lo fanno per esigente strategiche o ideologiche, bensì seguono semplicemente la loro indole e le loro capacità. La pittura è un’attitudine – dall’etimo una “capacità naturale a qualche cosa”; AGERE fare, operare – una manifestazione di intenti. Senza contare che in molte gallerie – sia ben consolidate che in quelle giovanissime – di pittura se ne vede (e vende) molta.

Penso la pittura come una forma di immaginazione che attecchisce nella fotografia, nel cinema, nel design, ma anche nella scenografia, nelle forme varie di allestimento ecc. In altre parole, la pittura non si fa ‘solo e unicamente’ con il pennello. Specificato questo, e per tornare a pigmenti, tele e pennelli della mostra Le Nuove Frontiere della Pittura, è da sottolineare l’intenzione di proporre una mostra ‘antologia’ che raccoglie solo dipinti figurativi di artisti nati dal 1960 in poi. Altro criterio – discutibile a mio parere, perché non è che la buona pittura si misura dalla dimensione di un dipinto, anzi, tra le prove più eccelse in mostra ci sono proprio quelle di piccolo formato – è quello delle grandi dimensioni, caratteristica che, in sede di allestimento, è quella che forse più penalizza le stesse opere visto che le ampie sale risultano (ma forse è un effetto ricercato) decisamente troppo stipate di dipinti dove invece si avrebbe bisogno di molto più ‘respiro’ tra un opera e l’altra.
La pittura, per essere compresa nella sua grammatica e per essere apprezzata nella sua totalità, è un medium che ha bisogno di maggior sedimentazione: tra un opera e l’altra è come se avessimo bisogno di una pausa, di una zona neutra che ci permetta di assorbire il già visto e prepararci per ciò che vedremo.

Michaël Borremans The Measure II 2007 olio su legno / oil on wood 27,8x19,7

Michaël Borremans The Measure II 2007 olio su legno / oil on wood 27,8×19,7

Nell’approfondito testo in catalogo il curatore sviluppa un excursus sull’appartenenza di molti artisti all’età modernista, tanto che ne cita alcuni – definendoli ‘registi della pittura’ – i quali fanno realizzare ad altri i propri dipinti: Laurent Grasso, Mark Schinwald e Zhang Huan e Francis Alÿs. Sviluppando influenze, comunanze, tensioni e rivisitazioni del passato – come gli artisti Nicola Samorì, Wang Guangyi e Natee Utarit – Paparoni entra anche nel merito delle ricerche di artisti che invece hanno uno stretto legame con le tradizioni della loro terra d’origine, come i pittori cinesi Liu Xiaodong, Yue Minjun, Li Songsong; il thailandese Wang Guangyi, il filippino Ronald Ventura e il vietnamita Nguyê˜n Thái Tuâ´n. Cita anche due artisti dell’area dell’Europa Centro Orientale, zona che dopo la crisi dei regimi comunisti, ha lasciato una traccia indelebile nelle ricerche artistiche. L’artista ceco Daniel Pitín, racconta nelle sue tele paesaggi terrosi e decadenti, animati da presenze scialbe e frammentati; l’opera della polacca Paulina Olowska, riflette l’influenze dell’immaginario stereotipano dell’Occidente, diffuso attraverso cartoline di contrabbando, sulla vita delle donne polacche negli anni che precedono la crisi del regime comunista. Vissuto personale e problematiche collettive di oggi animano le visioni di Vibeke Slyngstad – magistrali le tele dove da una visione personalissima della drammatica vicenda dell’attentato del 2011 a opera di Breivik – e del pittore armeno Rafael Megall.

Alle spesso atroci realtà che emergono dalle visioni di questi artisti, Paparoni elenca una serie di pittori che, invece, si dedicano alla costruzione di mondi paralleli, fantastici e surreali. Tra i migliori esempi Michaël Borremans e i suoi personaggi che sembrano prelevati dal ‘teatro dell’assurdo’. In mostra un piccolo olio su tela di 27 x 19 cm circa, dal titolo “The Measure II” (2007). Carnoso nell’impasto dei colori, emerge dallo sfondo scuro un uomo nudo dall’ombelico in su nell’atto di misurarsi un lungo e bitorzoluto naso. Sguardo basso – come nella maggio parte dei quadri nel pittore belga – e postura, infondono all’atmosfera di questo ritratto una sottile inquietudine, evidenziata dalla superficie specchiate su cui riflette il personaggio.
Altro artista ‘costruttore’ di realtà ‘altre’, è Victor Man presente con una ritratto dai toni cupi e oscuri. Il quadro Untitled (2011) mostra in primo piano un giovane assorto dalla testa leggermente inclinata che emerge da una coltre di buio dai toni azzurro-verdi. Alla mestizia del raffigurato, un piccola concessione la concede la forma arzigogolata del maglione che, per assurdo, rende l’espressione del ragazzo ancora più desolata.

Alessandro Pessoli, Fiamma Polota - 2011

Alessandro Pessoli, Fiamma Polota – 2011

Tra i pezzi per cui vale una visita alla mostra, il bellissimo quadro di Inka Essenhigh, “Haircut” (2005), che mostra una scenetta apparentemente tranquilla: una signora seduta nella poltrona di un parrucchiere che le taglia i capelli. L’ambiente è poco definito tanto che le figure sembrano galleggiare davanti ad un grande specchio. Un grande telo rosa copre per intero la figura della donna rendendola una massa compatta da cui emerge un volto dall’aria inquieta e due gambette provviste di particolareggiate scarpe da ginnastica. Il parrucchiere, a sua volta deformato, e curvo sulla testa della donna mentre si presta in modo maldestro a tagliarle i cappelli.
Altrettanto meritevole di essere citato è il grande quadro “Fiamma Pilota” (2011) largo ben 3 metri di Alessandro Pessoli. Il quadro appartiene al trittico dedicato al tema della parola evangelica, “una scelta certamente controcorrente per un artista attuale. Confrontandosi con una dei temi più praticati dalla pittura di tutti i tempi, Pessoli cerca di far affiorare la componente e misteriosa dell’evento della Crocifissione.” Il corpo deformato di Cristo – lunghe braccia con minacciose mani a pugno; grossi piedi divelti; piccole e contorte anche – sovrasta la scena fatta di pochi e confusi dettagli che sembrano galleggiare un una distesa di verde squillante. Ai lati dell’invisibile croce, due figure che sembrano commistioni tra uomo e animale. Domina su tutta una pittura stratificata, incastrata tra tecniche e umori, tra velocità e meticolose e lente pennellate, come quelle che danno forma e intensità al viso di Cristo.
Un’altra grande tela che merita attenzione è quella di Dana Schultz, “Run” (2003-2004) che mostra un’intensa lotta tra forme e cromie. La scena mostra delle appigliate e contorte figure mentre corrono, l’una sull’altra, contro un albero. Nono stanza l’azione dinamica che coivolge tutti gli arti, le figure appaiono statiche e monumentali. Colori, corpi, paesaggio appaiono tutti incastrati tra densi ‘tocchi’ di colore, come fossero una superficie musiva che non consente né sfumature né dettagli particolareggiati. L’effetto è quello di un allegro massacro di corpi e pittura, un affettato incastro di deformazioni e, non ultima, un irrisorio e beffardo ritratto di un’umanità che ha perso dimensioni e bussola.

Dana Schutz, Run, 2003-2004, olio su tela, 213x290x6,5 cm

Dana Schutz, Run, 2003-2004, olio su tela, 213x290x6,5 cm

Lasciata le vivace cromie della Schultz, ci inoltriamo nel cupo e tenebroso spazio di Justin Mortimer. Nella tela si addizionano realtà vere e immaginate, fotografie di giornali e immagini digitali, scene di vita quotidiana e spaccati di guerra, tecnologia e software di bassa definizione. Bureau (2011) è un’opera pittorica sommatoria dove angosce personali e collettive si ammassano per dar vita ala rappresentazione (ultima) dell’essere umano: presenza negativa e contorta (la figura è attinta dalla pornografia gay anni ’80) confusa tra tubi, macchinari a raggi x, cartelloni pubblicitari e – curioso – un tavolino con sopra guanti e faldoni fotografati nella casa di Mortimer. Meno cupa ma altrettanto ‘vortiginosa’ l’opera di Lars Elling, “Hunting Season” (2017) che ci mostra una scena bucolica che ospita due ragazze sopra uno sperone roccioso erose dalla luce e dal vento. Macchie vibranti di olio disintegrano le forne confondendole le une con le altre: corpi che si fondono con la vegetazione, alberi che sfumano nel vento, l’acqua che è della stessa consistenza del cielo, le rocce che sembrano un prolungamento dell’atmosfera.

Mi sono appuntata anche altre intense tappe in questo lungo e altalenante percorso pittorico ‘di frontiera’: il penetrante sguardo del ritratto di Anj Smith, “Hedgerow Living” (2015); il surreale – e vertiginoso – iperrealismo pittorico di Nicola Verlato; la sfuggente e inquietante atmosfera nel quadro di Sophia von Hellermann; l’interno frammentato, che gioca tra astrazione e realismo, di Matthias Weischer in “Boudoir” (2010).
Ultimo (ma ovviamntre non ultimo) il piccolo dittico di Francis Alÿs, “Untitled (Study for Painting and Punishment)” (2000-2003): due piccole tele montate su tavola eseguite ad olio ed encausto. Due figure speculare che sembrano rappresentare la dualità che da sempre contraddistingue l’uomo Occidente diviso tra bene e male, bianco e nero, giusto sbagliato. On questo dittico però, la dualità non si gioca sull’opposizione, ma bensì sulla doppia negazione – vergogna / punizione – che forse, meglio della dicotomia fondata sul contrasto, ci rappresenta.

Il occasione della mostra è stato pubblicato il catalogo edito da Skira che raccoglie, oltre al saggio introduttivo del curatore e alle riproduzioni delle opere esposte, i testi sugli artisti e sulle opere scritti da Maria Cannarella, Pia Capelli, Elena Di Raddo, Alessandra Klimciuk, Gianni Mercurio, Tone Lyngstad Nyaas, Rischa Paterlini, Giulia Pra Floriani, Lorenzo Respi, Sabina Spada, Luigi Spagnol, Alberto Zanchetta e Giacomo Zaza.

Justin Mortimer, Bureau 2011, olio su tela 184 x 243 cm Courtesy the artist and AMC Collezione Coppola, Vicenza

Justin Mortimer, Bureau 2011, olio su tela 184 x 243 cm Courtesy the artist and AMC Collezione Coppola, Vicenza

Victor Man, Untitled 2011 olio su tela / oil on canvas 49,5x39,5

Victor Man, Untitled 2011 olio su tela / oil on canvas 49,5×39,5

Inka Essenhigh, Haircut, 2005, oil on linen, 152,8 x 41222,2 cm - Courtesy dell'artista

Inka Essenhigh, Haircut, 2005, oil on linen, 152,8 x 41222,2 cm – Courtesy dell’artista