Entro alla mostra di Michael E. Smith direttamente dall’invito: un cavolo. Parto da questa scelta ironica da parte dell’artista perchè è quella una delle chiavi d’accesso per capirne il lavoro. Nella poetica che guida la sua ricerca, c’è non poca voglia di sabotare i consolidati percorsi conoscitivi. Avventura, ironia, imprevedibilità, anche onesta – per molti e opinabili versi – sembrano connotare la sua mostra alla galleria Zero…  (che anche in questa occasione si conferma lo spazio meno generoso di comunicazione. Per snobberia, per scelta logistica, per mantenersi ‘fedeli alla linea’ ecc. Ma riproporre la questione ora, non ha proprio senso…se non si capisce, penso basti chiedere, qualcuno risponderà per cortesia).

La prima opera in cui ci si imbatte – quasi d’intralcio – è una struttura poco più grande di due spanne stesa sul pavimento del primo spazio della galleria. Della stoffa piegata e alzata di pochi centimetri da terra.  Nella grande sala, tre opere in un angolo: una zucca disidratata, una sega senza lama e un foglio di resina trasparente con degli insetti schiacciati dentro. Questi ultimi li vedo poco. Aleggia – e lo spazio un po’ dimesso della galleria aiuta – un’atmosfera decadente e austera. L’essenzialità o la rarefazione delle opere, induce a cercarle, a chiedersi il perchè di così tante pause di vuoto dove non è detto che non ci sia ‘niente’.

Dovrei tornare a vedere la mostra di Michael E. Smith con una bella giornata di sole. Quelle giornate dal cielo terso. Con un luce ideale vedrei la sua mostra non solo con occhi diversi, ma vedrei e noterei particolari – magari non essenziali – che mi sono persa alla mia prima visita. Erano le 19.00, ahimè, dunque ho visto solo parzialmente le opere. Ma non ne faccio un dramma, anzi, mi affascina che l’artista abbia deciso non solo di sfruttare la luce naturale, adeguandosi ai suoi ritmi, ma che imponga, per molti versi, la necessità di dover rivedere una mostra diversa a seconda dell’intensità luminosa. Non solo, Smith si adegua anche allo spazio espositivo, studiandone gli anfratti, i difetti, i resti di strutture non utilizzate. Forse, da buon osservatore, ha composto un percorso pittorico silenzioso fatto di spazio vuoto, di macchie e di ombre. Forse da statunitense di ultima generazione, ha deciso di negare la produzione di oggetti (d’arte)… o forse di rivelarne la misteriosità intrinseca e al tempo stesso banale.  Forse, forse.. Tante ipotesi e tanti interpretazioni. O semplicemente tante mostre in una. 

Nell’ultima stanza, noto con molta difficoltà un oggetto formato da un trapano rovesciato, incappucciato, con della paglia. Poco più avanti una forma allungata e appuntita. Praticamente al buio, cerco di capire cosa ci sono sopra a due travi tagliate che escono dal muro. In un’altra stanza, dei pannelli, uno bianco e uno nero. Sembra che non ci fosse nulla, ma in realtà ci sono molte forme, oggetti e materiali.

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