Annette Kelm
Song Gong
Roman Ondàk
Rashid Johnson
Ida Ekblad
Andro Wekua
Mai-Thu Perret
Bice Curiger ha deciso di strozzare il lungo respiro dell’Arsenale con tanti piccoli nuclei monotematici. Si inizia con la labirintica installazione – che è anche uno dei 4 para-padiglioni presenti in questa 54° edizione della Biennale – di Song Dong. Segue Roman Ondàk con due forme di riflessioni sullo spazio: un video che riprende gente che entra ed esce da una sala e una scultura che riproduce la capsula di salvataggio dei minatori rimasti intrappolati in Cile a 700 metri di profondità.
Nella prima grande sala dell’arsenale, 5 piccole personali: Mai-Thu Perret, Rashid Johnson, Andro Wekua, Ida Ekblad e Annette Kelm. L’inzio, a mio avvio, si presenta con una sobria eleganza… senza nè chiasso nè clamori. Stupisce l’opera di Wekua. L’artista ci aveva abituati a manichini, sfondi rossi-neri-viola, grandi monoliti. Per questa edizione presenta una serie di modellini di fanta-architettura di edifici della sua città natale nell’ex-Georgia. Non stupisce invece Rashid Johnson con le sue mensole specchianti e il tappeto di zebra. Belle le versioni in legno con abrasioni circolari (più accattivanti rispetto a quelle in specchio).
Birdhead
Meris Angioletti
Para-padiglione di Franz West

Nella sala successiva, a fianco del muro fotografico dedicato a Shanghai dei Birdhead, la stanza di Meris Angioletti. Mi metto all’ascolto – visto che non c’è nulla da vedere – il complesso intreccio di voci e suoni che compongono la sua opera, ‘Stanzas’, che si presenta come una riflessione su ciò che è percepibile e quello che non lo è in arte. Unica ed eterea presenza, oltre al suono, un fascio di luce che disegna un quadrato sul pavimento.
Mi imbatto nel secondo para-padiglione, quasta volta di Franz West che presenta la sua cucina viennese in forma estroversa. Ospita le opere di altri artisti, tra cui le fotografie (a colori) di Dayanita Singh. Poco lontano l’installazione di Luca Francesconi che, in tutta sincerità, mi lascia abbastanza indifferente (no, dai, i manichini no….!!!).

Rebecca Warren
Nicholas Hlobo
Fabian Marti
Shannon Ebner
Luca Francesconi

Mi fermo davanti alla grande parete dedicata a Shannon Ebner che presenta 28 fotografie di grandi lettere, nel suo tipico modo di rappresentazione: segni e lettere formate da mattoni.
Raggiro un brutto e grandissimo pipistrello di Nicholas Hlobo, così come i piccoli uccellini azzurri immortalati da Jean-Luc Mylayne.
Mi guardo attorno e, come dicevo all’inizio, mi manca un pò l’affascinante prospettiva dell’Arsenale.. suddivisa dalla curatrice in tante piccole stanze. Finora niente di spettacolare o particolarmente ‘pungente’.. tutto scorre tranquillo, senza asperità… Altra personale, questa volta di Rebecca Warren che alle sculture sinuose-formose di donne, accosta installazioni astratte e minimali.
Eccola l’opera gigante (forse fin troppo), dello svizzero Fabian Marti: una montagna altissima di parallelepipedi che ospitano alcune ceramiche in bianco e nero collegate da un sottile segno nero; la montagna ha un accesso che porta all’interno, dove è collocato un video (fatto con telefonino) che mostra un tramonto tra le palme. Leggo che 3 sono gli elementi a cui, provocatoriamente, l’artista si riferisce: l’ossessione per il primitivismo (la grotta), Op Art (ceramiche a righe) il pioniere del cut-up Brian Gysin. Mah…questo lavoro lo trovo assurdamente grande per dire molto poco.
Sono più o meno a metà ‘strada’….