Swiss Cheese and The Doors: A One Night Stand – Installation view Massimo De Carlo, 2012 – Photo by: Matteo Piazza – Courtesy: Massimo De Carlo

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“Hei, dico a te!” sembra dire la ragazza o l’immagine alla parete della prima stanza della galleria Massimo De Carlo. Non la noti subito, perchè ti prende di spalle, quasi subdola. Eppure quella ragazza (immagine) si rivolge proprio a te, quasi maleducata. Non ci avevano insegnato che non si segna mai qualcuno? Il giovane Nate Lowman – nella sua mostra  Swiss Cheese and The Doors: A One Night Stand – non sembra preoccuparsi molto delle buone o cattive maniere, della buona o pessima pittura, dell’alto del basso, di Picasso o di Topolino. Quasi gli sia venuta a noia quell’eurocentrica coda di paglia che vuole – o sembra voler ancora sostenere – che la cultura letteraria, artistica, ma soprattutto visiva segua delle regole, delle opnioni o per lo meno del buon senso. Aperte le ‘porte della percezione’, rovistato o navigato nelle gelide acque della rete, Nate fa tanti mucchietti: quelli che segnano con il dito di qua, le donne, tutte, di là. Queste ultime occupano l’altra parte della grande stanza. Ce ne per tutti i gusti:  la statua antichissima con le gran tette, la mangoloide, la ginnasta, la trasgressiva, la bella e il pesce, la sensuale,   la moglie di Obama, la modella ecc. Come parentesi, due grandi tele con una sequenza di tessere che cadono e la scritta Karma. (Mi sbaglio o questa tela l’ho già vista alla mostra di Dan Colen, stesso luogo ma nell’aprile 2010? O forse era una sequenza di finestra?) Nella seconda stanza del nostro giro, tante porte diverse, colorante, appese, un tavolo accasciato.. la chiave che le ‘apre’ sarà forse è un finto Jim Morrison, ma mi potrei sbagliare. Dimenticavo la premessa: sia per accedere alla galleria, che per passare da uno spazio all’altro – forse memore di luoghi d’infanzia (Las Vegas) – Nate ha prelevato alcune porte da birrerie, saloon, aereoporti ecc. e la creato una sorta di passaggi obbligatori verso un aldilà che non ci è dato sapere. Sia nella seconda stanza che nella seguente al primo piano, l’orchestrazione luminosa è studiata alla perfezione. Soprattutto nella terza sala, una luce rossa immerge visitori e spazi in una strana atmosfera misto bordello-salagiochi-palco teatrale dove, topo, formaggio e gradi sgocciolamenti pittorici si mostrano come se fossero non solo importanti, ma anche drammatici. Giungo nell’ultima stanza, la più piccola. Qui, sotto l’occhio sornione di un De Carlo in gran forma, mi godo appieno le tre tele Arbre Magique . Non profumano, ma hanno l’allegro motivo della bandiera USA. Solo scendendo mi accorgo di non aver notato le atmosfere dell”alba e del tramonto che Lowman ha ricreato in galleria. In realtà lo leggo sul comunicato stampa. Leggo anche che gli sgocciolamente o meglio le tele sporche e imbrattate altro non sono che i teli che l’artista ha usato per non sporcare il pavimento del suo studio. Che romantico. Che meraviglia questa confusione di segni, questi ribaltamenti di senso… Riflessioni più o meno autentiche, profonde, meditate, mi aggrappo alla melanconia del tramonto, alla trascendente volotà di scaldare o sporcare l’ambiente, la decadenza dell’Impero occidentale, naufragato nel grande vuoto della mancanza di fantasia. Sì, penso che a livello percettivo mi fermo qua… “Hei, dico a te!”, ma io faccio ovviamente finta di niente. Penso sempre che nessuno mi noti. 
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  Nate Lowman, TBT, 2012 – Courtesy Massimo De Carlo