Le Petit Jeu — Università Bocconi & Gasconade 2016

I termosifoni stentano a partire, fa freddo e ho paura che il pubblico sia composto esclusivamente da me. Aspettando che l’incontro cominci e qualcun altro arrivi, nell’imbarazzo di chi non osa introdursi nelle chiacchiere di gruppi consolidati, osservo i fogli attaccati ai muri: una lettera a Elena Ferrante in cui la si invita a partecipare come Guest Editor ai prossimi incontri, trascrizioni da testi di Chris Kraus, Michelangelo Pistoletto, Scipione, un verso da una canzone di Drake, una stampata dell’invito alla sfilata di Gucci che descrive il concept della collezione Fall Winter 2016, disegni fatti con i pennarelli su fogli A3. È rabbrividendo ingolfati in giacche e cappotti che ascoltiamo Michele D’Aurizio (Gasconade) introdurre il progetto Le Petit Jeu, un workshop di scrittura in collaborazione con il Centro di Ricerca ASK dell’Università Bocconi. Da dicembre 2015 i partecipanti si sono incontrati settimanalmente negli spazi di ASK con l’obiettivo di realizzare un romanzo corale che racconti la crescita della comunità artistica milanese sullo sfondo dei cambiamenti politici, sociali e urbanistici che hanno interessato la città negli ultimi anni.

Le Reading Jam sono sessioni aperte al pubblico e prevedono la lettura e il commento delle bozze alla presenza di un Guest Editor. Alla sessione del 21 gennaio ha partecipato Vincenzo Latronico (tre romanzi pubblicati con Bompiani e un libro di viaggio con Armin Linke pubblicato con Quodlibet Humboldt, corsi di scrittura alla NABA di Milano e alla Scuola Holden di Torino, scrive su IL – Il Sole 24 Ore e frieze e molti altri). Avvolto in una sciarpa e col cappuccio in testa Vincenzo Latronico commenta le bozze che i partecipanti del workshop leggono uno alla volta. La cosa che sembra sorprenderlo, in quanto scrittore e soprattutto insegnante di scrittura creativa, è la qualità dei testi – alta – e la flessibilità con cui i loro autori sono pronti a metterli in discussione e ipotizzare soluzioni per raggiungere l’ambizioso obiettivo finale.

Man mano che la sala inizia a scaldarsi e cominciamo a liberarci di berretti e guanti, anche i cervelli iniziano a carburare. Ci si chiede, ad esempio: è prematuro iniziare a pensare a un’architettura generale in cui posizionare i vari frammenti? Scrivere senza impedimenti e unire in un secondo momento o collegarsi deliberatamente ai racconti già esistenti? E poi: come descrivere Milano e l’art industry milanese e soprattutto, a chi? Fino a che punto è possibile giocare con ciò che soltanto quelli della crew conoscono, qual è il confine tra ironia e oscurità? E poi: possibile che per descrivere Milano sia necessario parlare di luoghi molto lontani da Milano e dell’esperienza di andarsene dalla città?

Mentre li ascolto fantastico sul prodotto finale, un libro che avrà come cuore Milano e dal quale si dirameranno raggi che poi torneranno indietro, come frecce, a pungere la città estraendone il succo. Una finestra aperta su cosa significa essere artisti oggi, nel tentativo di descrivere come il dedicarsi alla realizzazione o alla cura dell’arte – e il far parte di un determinato mondo chiuso, con il suo alfabeto e le sue regole specifiche – getti un’ombra specifica sul rapporto con i soldi, la famiglia, i vicini di casa di Milano e quelli del paese d’origine, le relazioni, i club, le case e i palazzi, perfino i paesaggi delle altre città, e come questo inevitabile, continuo role-playing, si rispecchi poi nelle opere e trabocchi al di fuori di esse, appunto, nella vita. Ma non si tratta di un’ombra cupa, anzi: è come uno strato speciale che si deposita sulle cose, un filtro, che se descritto con cura da chi lo conosce, avrà il potere di portare alla luce tutta la complessità del fare arte e dell’essere giovani, non soltanto oggi e non solo a Milano.Le Petit Jeu — Università Bocconi & Gasconade 2016