Continuiamo a proporvi alcuni report (parziali) sui tavoli di confronto ospitati al Forum dell’Arte Contemporanea di Prato. Ci occupiamo di quello inserito nel programma “Proposta di strategie interne”: “Le istituzioni saranno spazi di discussione e di pensiero”. Si parla delle istituzioni pubbliche italiane, del loro ruolo, della loro forza trainante, delle difficoltà e del loro rapporto con l’estero. I partecipanti intervengono guidati dal curatore e critico Antonio Grulli, la cui riflessione trova spazio in alcuni opuscoletti da lui scritti e fatti girare nella sala della riunione: “Vorrei l’istituzione come un luogo da cui far nascere il conflitto, capace di rendersi istituzione di resistenza al luogo comune imperante. Deve essere un luogo inquieto, tellurico, quasi ‘criminale’, in cui i genitori abbiano paura che i propri figli vogliano andare, e non un luogo di deportazione, concentramento e detenzione di orde di bambini coi pennarelli in mano”.

MANIFESTO PER UN’ISTITUZIONE

Come i musei pubblici, le fiere, ecc. potrebbero essere produttori di significato? Uno dei problemi emersi con forza è che le istituzioni negli ultimi anni siano state “stritolate” (cit. Antonio Grulli) da un mercato fattosi molto forte e influente. Talvolta diventano fonte di intrattenimento per un possibile pubblico, oppure sono macchine educative con dimensione paternalistica. Altro aspetto discusso con forza è la situazione di “scollamento” dei centri istituzionali rispetto alla realtà di insediamento locale, ma anche all’Italia stessa. Problematico è risultato anche il processo di formazione e giudizio, per non parlare della centralità della collezione rispetto all’istituzione museo. La collezione permanente è stata messa in crisi negli ultimi anni, a favore di una ciclicità continua delle mostre dettata soprattutto da finalità commerciali: il mercato richiede continuo ricambio. Altra dimensione presa in esame è quella politico-burocratica come fattore di rallentamento.

Tra gli interventi, spicca quello di Luca lo Pinto, curatore presso la Kunsthalle di Vienna e fondatore della rivista e casa editrice NERO.

“Siamo in un momento storico in cui occorre mettere dei paletti e sottolineare le diversità tra museo e spazio di presentazione dell’arte. Il museo è fondato sulla collezione, che è un lavoro sulla memoria, sul tempo: in Italia è importante non dimenticare cosa sia un museo. La storia italiana è una storia tale che i grandi eventi sono nati nelle gallerie private. Spesso non c’era una vera visione trainante. Si sono nutrite grandi aspettative nei confronti delle istituzioni e oggi, invece, si vede una generale disillusione. Quindi bisogna ripensare l’istituzione e il museo. (…) Forse l’errore parte dall’architettura, spesso non adatta alla realtà museo, non in dialogo con essa. Perché non concepire un’istituzione che fin dal primo tassello sia in funzione di ciò che lo spazio fisico e virtuale vuole costruire?

Il principale problema del sistema italiano, e non solo, è che tutte le istituzioni pubbliche sono ingabbiate in un contesto politico e burocratico che non permette di avere il giusto tempo e spazio per produrre un pensiero; per farlo il primo passo è avere una identità capace di delineare qualcosa. In Italia è molto difficile avere la possibilità per sviluppare idee, forse è difficile muoversi con specificità… mi piace pensare all’istituzione in modo orizzontale, meno gerarchico, come luogo di deposito di opere d’arte e di esperienze. Bisogna cercare di interagire col contesto, studiarlo e solo poi intervenire. Per questo dico che l’architettura è un elemento molto problematico, perché si creano grandi macchine senza benzina per portarle avanti”.

A seguire, Andrea Bruciati, storico dell’arte, curatore e direttore artistico di ArtVerona.
“Le criticità e le proposte concrete le ho vissute sulla mia pelle con l’esperienza della Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone. Avevo uno spazio che funzionava, che voleva essere uno spazio museale poroso, osmotico, in cui i cittadini diventavano elemento principale. Tutto questo si è arenato per motivi politici. Ero riuscito anche a trovare finanziamenti esterni da privati e quindi non c’era neanche un problema tecnico. Bisognerebbe fare un discorso sulla meritocrazia, sulle gestioni, su quale modello offrire alla contemporaneità. Penso che l’Italia abbia una ricchezza nella particolarità della sua differenza. Mi piacerebbe creare una piattaforma che favorisca il dialogo, la discussione e la crescita condivisa. Sono partito da un’istituzione per arrivare alla fiera, una sorta di ossimoro, ma se si hanno ben in mente gli obiettivi credo che non si dovrebbe demonizzare la fiera nella filiera dell’arte contemporanea. Nelle fiere sto cercando appunto questa collaborazione tra diverse istituzioni. Credo che si debba fare un lavoro su diversi livelli di attenzione per creare una piattaforma unica, un network rispettato e riconosciuto al di fuori dei confini nazionali”.

L’esperienza dell’artista Maria Morganti

“Ho coordinato a Venezia i ‘Mercoledì degli artisti’ dal 2002 al 2012. Ci sono stati 254 incontri: un artista mostrava ad altri artisti il proprio lavoro; niente pubblico; tutti potevano essere coinvolti nella presentazione del proprio lavoro; nessuna criticità esterna; esclusivo momento intimo per la circolazione delle idee in maniera più libera. Ci sono stati artisti dai 20 ai 97 anni, artisti professionisti e no. Oltre ad includere gli artisti veneziani, era anche la possibilità, per chi era di passaggio a Venezia, di confrontarsi con una situazione piccola. Venezia, infatti, da un lato è molto piccola e provinciale, ma dall’altro ha anche importanti istituzioni che vi abitano. In questa realtà si è creata una comunità di persone che si sono conosciute, portando poi ad una collaborazione trasversale. Non venivano fatte delle mostre e non c’era alcun tipo di documentazione. Gli incontri si tenevano negli studi degli artisti. Angela Vettese, divenuta presidente della fondazione Bevilacqua la Masa, ha riconosciuto che era un’iniziativa importante e ha chiesto se volessimo usufruire degli spazi della fondazione stessa. Dopo un primo rifiuto, motivato dalla paura che l’apertura bloccasse l’effettiva libertà, abbiamo accettato: il tutto ha funzionato, grazie al completo rispetto delle nostre regole”.

… e dell’artista Riccardo Previdi.

“Da un po’ di tempo rifletto sul fatto che tutto il ‘900 abbia lavorato sullo smantellamento delle istituzioni e che, invece, la mia generazione aveva ben poco da smantellare. Discutere e creare discussione è sicuramente più facile se ci sono modelli da distruggere. Credo che esista una generazione di artisti più giovane di me che stia parlando di orizzontalità, multidisciplinarità e li capisco: le istituzione devono recuperare spazio ed autorevolezza. Pur capendo molto bene le dinamiche che hanno portato alla messa in discussione delle autorità, io non ho più lo spazio per crederci, perché l’autorità non l’ho trovata, i miei genitori hanno fatto il 68!”.

Le proposte pratiche: provare a lavorare con più sicurezza sulla collezione permanente, portando ad un’assunzione di serietà nel processo di giudizio dell’opera d’arte, coinvolgendo anche la comunità di appartenenza del museo, essendo la collezione specchio dell’identità dell’istituzione; provare a lavorare sullo strumento magazine a livello cartaceo e online, in modo che non sia per il museo solo fonte di promozione delle sue attività, ma raccolta di forme di pensiero e di dimensione critica; maggiore presenza di artisti all’interno dei musei o anche possibilità di delegare la direzione museale ad un artista.

Report di Marco Arrigoni

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