Lawrence Carroll e Roberto De Pol. Studio. Marghera 2005/2006, © Archivio Roberto De Pol

Fino alla commozione. Fino alla commozione. Fino alla commozione.
I lavori di Lawrence arrivano fino a lì. Fino alla commozione.
Come se lo sguardo fosse rapito da un eccesso di luce e toccato da una profonda nostalgia.
Credo abbia dipinto un’intimità, altissima, rara.

L’ho conosciuto come docente. Esigente, insistente, sicuro, attento.
Mi era parso inizialmente disumano! Ci aveva costretti a dipingere!
– studenti alle prese con tele lavabili e barattoli di colore nero –
“Fare, fare, fare!” “Se sei annoiato, sei noioso!”

Ho spiato Lawrence in Giudecca mentre dipingeva con le scarpe e con le mani in tasca, divertito, solo, serio. 
Girava per lo studio immergendo appena la falange dell’indice nel barattolo di burro d’arachidi.
Fermava l’occhio sulle macchie di colore nei pantaloni, sullo sporco delle mani, sulla segatura dove zampettava Cailù, sulla stessa polvere delle bottiglie di Morandi.
L’ho visto piangere e scrivere RR* su un suo sleeping painting. Baciare Lucy.

Insieme a Roberto abbiamo improvvisato trasporti a pelo d’acqua, trascorso notti in bianco, bruciato una sega circolare, ballato a ritmo di musica country e Tom Waits.
Ricordo giorni e giorni di velature di cera, velature di cera, velature di cera e un solo tipo di bianco, preciso, il suo bianco. Il bianco Lawrence.
Si usciva dal suo studio con gli occhi pulsanti di quei volumi neutri, intensi di una povertà irriproducibile.

Ora resta tutto lì, una singolare sordità, custodita in segreto tra le pieghe di una pittura dormiente.

Alberto Tadiello

* 12 maggio 2008 in omaggio a Robert Rauschenberg