Latifa Eachakhch, Romance, installation view at Fondazione Memmo, Rome 2019. © Daniele Molajoli

Testo di Angelica Gatto —

Romance è il progetto on-site che l’artista franco-marocchina Latifa Echakhch ha realizzato per le antiche scuderie di Palazzo Ruspoli accogliendo l’invito della Fondazione Memmo e del curatore Francesco Stocchi a ideare una mostra che si ponesse in continuità con la mission specifica di produrre un dialogo non soltanto con la città e le sue ideali linee di congiunzione con una determinata volontà artistica, ma anche che tracciasse un puntuale segno di passaggio nella dimensione linguistica ed estetica dell’artista che in quello spazio si trova a operare.
Romance è dunque il risultato di una riflessione, che è ad un tempo poetica e politica, sullo spazio e sulle sue possibilità, ma anche sulle stratificazioni del tempo che si deposita sugli oggetti e rende permeabile e discontinua la storia e le interazioni con essa. Alla cromia terrosa dei bassi rami d’albero, che disegnano l’ambiente con un ritmo morbido e continuo, si intervallano gigantesche foglie di platano ritagliate dalla tela e dipinte en plein air dall’artista. Foglie esageratamente ingrandite che, come in un gioco per bambini, rinviano alla possibilità di pensarci all’interno di un edificante spazio di gioco, di perdita del senso comune e di conseguente ritrovamento di una nuova dimensione non normata.

Latifa Eachakhch, Romance, installation view at Fondazione Memmo, Rome 2019. © Daniele Molajoli

Il bosco di foglie di platano delicatamente abbandonate a terra e le strutture arborescenti in materiale cementizio e anima in ferro di Echakhch replicano il carattere estensivo di una Natura romantica e stratificata che si integra con innesti di oggetti d’uso comune e anticaglie portate con sé dall’artista oppure reperite direttamente in loco, nel mercato di Porta Portese. Quello in mostra è un lavoro che viene formalizzato passo per passo, riannodando i fili di una riflessione che in parte Echakhch aveva già condotto all’interno della sua personale intitolata Le jardin mécanique, al Nouveau Musée National de Monaco – Villa Sauber, ma arrivando a un risultato totalmente inedito. Tra il rimando  agli apparati decorativi dal sapore tardo ottocentesco e il privilegiato incontro con una natura intrisa di romanticismo, che strizza l’occhio al carattere perturbante della rovina, l’artista sembra ritrovare nel frammento – una piccola boccetta di profumo Air Du Temps, un scultura posticcia con due amanti intenti a baciarsi, una applique d’epoca e così via – il potenziale evocativo che l’oggetto possiede nella stratificazione di un tempo che è fatto di polvere e memoria. Echakhch, che nel 2013 ha vinto la tredicesima edizione del prestigioso Prix Marcel Duchamp, conduce qui un lavoro certosino e metodico in cui si ritrova tutta la forza di un linguaggio delicato che strutturandosi attraverso una tensione costante verso i lasciti formali del minimalismo, si rinnova nella spinta a ricreare un ambiente totalizzante, un hortus conclusus in cui l’attraversamento diviene la prova delle infinite possibilità della percezione.

Latifa Eachakhch, Romance, installation view at Fondazione Memmo, Rome 2019. © Daniele Molajoli

Ciò che articola lo spazio è materia sensibile, che imprime la memoria e il tempo, e la memoria diviene a questo punto il coefficiente dello scorrere di immagini mutevoli davanti agli occhi di chi guarda, senza per questo rinnegare la necessità costante di una riflessione sulla propria attualità e sul proprio tempo. Naturale e artificiale non costituiscono soltanto la polarità attorno cui si snoda l’intero percorso installativo, bensì ricreano un orizzonte concettuale di ben più ampio respiro, entro cui disegnare uno spostamento di senso che tocca le corde di sentieri immaginari che dalla suggestione del giardino romantico arrivano a ripensare il percorso individuale e circoscritto di ognuno sotto un’ottica più propriamente universale.
È a questo punto allora che lo spazio disegnato dai nodosi rami d’albero prende nuova vita: i rami poggiano saldamente a terra, il pavimento in travertino non ne costituisce, però, soltanto il piano d’appoggio bensì diviene il punto di fuoriuscita – proponendo forse, a ben guardare, un nuovo stravolgimento del valore del basamento nella scultura –  da cui si origina una natura imprevedibile e casuale, post-naturale, perché assolutamente fittizia, ma attraente e rinfrancante. 

Latifa Eachakhch, Romance, installation view at Fondazione Memmo, Rome 2019. © Daniele Molajoli