Fantasia, 2011 
Enlumineur, 2012
Morgenlied, 2012 e Skin, 2012
Sans Titre, 2012 e Phantome, 2011
Courtesy kaufmann repetto, Foto di Roberto Marossi
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 Me la ricordavo nel vialetto che attraversa i Giardini della Biennale, per raggiungere il Padiglione Italia (Venezia). Allora ritmava il percorso con i suoi pennoni senza bandiere. Ora, Latifa Echakhch ripropone ‘Fantasia’ nel cortile della galleria kaufmann repetto, per la sua personale Verso.
L’artista sembra orchestrare tutta la mostra ritmando pieni e vuoti, togliendo e aggiungendo,   nascondendo e rivelando. Questa tensione o attraversamenti tra i significati e i significanti delle opere, ha l’intento di emancipare le opere da una lettura univoca. Da qui un possibile significato (e valore) di Verso.
In un verso o nell’altro, il togliere non significa impoverire, ma accrescere l’immaginazione. L’installazione ‘MorgenLied’ funziona proprio così. L’artista ritma le pareti della prima stanza con una serie di appendi quadri forniti di gancetti. Anche questi sono – nel verso dell’artista – oggetti inutili svuotati di una funzione pratica ma investiti di un incarico ideale: evocare quello che non c’è, stimolare l’immaginazione. 
Lo stesso nobile esercizio lo ritroviamo anche nell’altra stanza, con l’installazione Phantone – sorta di ritratto cesellato in negativo – che  mostra una sedia e un organetto, e nei tre grandi quadri su cui l’artista ha applicato delle carta carbone nera. Negazioni, sottrazioni, attraversamenti… i lavori di Latifa mi piaccioni perchè condensano semplicità e chiarezza, da una parte, ambiguità e potere evocativo dall’altra.
Un esempio è la coppia di cappelli nella stanza sottostante la galleria. Non più copricapo, il cappello diventa contenitore di tutte le parole immaginabili e non scritte. L’inchiostro che lo riempie è quel grumo di significato e significante che, metaforicamente, l’artista fonde insieme. Ma inevitabile pensare anche ai pensieri annegati in un denso buio-nero, alla difficoltà di pronunciare o scrivere le parole o la fuggevolezza del loro senso o, appunto, verso.
Lo stesso inchiostro, cola – non senza dramma – lungo le vetrate della galleria, come a ribadire che le parole possono essere tragiche, offensiove, violente. Costruisce una gabbia ideale dentro cui, hainoi, siamo ingabbiati. La strettoia inevitabile del linguaggio che, se pensato come limite, ci imprigiona o limita.
Ogni volta che mi confronto con il suo lavoro, resto sempre affascinata. Ricordo la mostra ‘Le rappel des oiseaux’ alla Gamec nell’ottobre del 2010. Allora ‘uccideva’ gli oggetti, ora li ‘nega’.