Biemann, FL  Julio

Ursula Biemann, FL Julio

Testo di Alessandro Ferraro

Non stupisce che uno delle più attente analisi del tardo-capitalismo provenga da un geografo, e proprio dalle implicazioni tra confini, capitale, sovranità nazionale – ovvero dagli elementi più fisici e concreti che connotano l’economia – si sviluppa la teoria di David Harvey, di cui la mostra La Macchina Estrattiva. Neocolonialismi e risorse ambientali rende merito. Secondo lo studioso britannico, a connotare la fase “estrattiva” del capitalismo non sono tanto le arbitrarie fluttuazioni dei listini azionari o gli aspetti più immateriali del regime economico quanto le politiche di espropriazione dei beni comuni e la riscrittura dei confini nazionali per mano dell’egemonia politica delle multinazionali. L’aspetto più caratterizzante di tale fase consiste nella violenza attraverso cui tali espropriazioni vengono perpetrate ai danni della società: una ferocia, questa, che in nome del neoliberismo e delle politiche individualiste delle multinazionali – entità con giurisdizioni proprie in conflitto con le leggi nazionali degli stati che ne ospitano le fittizie sedi legali – risulta affine al colonialismo dei secoli scorsi.

Curata da Marco Scotini, La Macchina Estrattiva. Neocolonialismi e risorse ambientali - che inaugura il 25 Marzo a PAV di Torino – propone video, installazioni e ricerche documentarie di artisti che hanno riflettuto sul tardo-capitalismo e sulle conseguenze che tale sistema economico ha provocato sul pianeta: da Ursula Biemann (1955), fondatrice della piattaforma online geobodies, Peter Fend (1950), fondatore della Ocean Earth Developement Corporation, Piero Gilardi (1942), fino a Oliver Ressler (1970) e Pedro Neves Marques (1984), la differenza generazionale degli artisti proposti testimonia la durata del processo della fase estrattiva del capitalismo. Riprendendo il filo del discorso di precedenti mostre quali Vegetation as a political agent (2014), La macchina estrattiva intende mettere in luce il lato violento della “pratica estrattiva” del capitalismo e la progressiva spoliazione delle risorse naturali della Terra. Rifuggendo da facili sensazionalismi, le opere degli artisti proposti da Scotini offrono uno sconfortante panorama degli esiti della deregolamentazione delle logiche del libero mercato: il curatore, fin dal titolo, adotta il termine neo-colonialismo, e non post-colonialismo, a evidenziare un aspetto della modernità che non ha mai cessato di esistere e che ha sempre esercitato il proprio potere coercitivo lontano dagli occhi dell’Occidente.

Se i lavori di Pedro Neves Marques approfondiscono il legame tra passato coloniale e nuovi metodi e forme di schiavitù proponendo opere dalle forti connotazioni poetiche (The Pudic Relation Between Machine and Plant, 2016), i video di Ursula Biemann mostrano la violenza che contraddistingue le politiche colonialiste contemporanee (Forest Law, 2014). Confini nazionali e la loro arbitraria redistribuzione sono oggetto di indagine delle opere di Peter Fend, che immagina nuovi stati e nuove geografie contestando il concetto di stato-nazione e i suoi limiti (Golfo di Tritone e Isola di Cirenaica, 2011): mari, laghi, bacini idrici diventano così uno spazio territoriale nuovo entro cui poter immaginare differenti metodi di produzione di energie alternative (Disegni tecnici per piantagioni di alghe e produzione di bio metano, 1996). Le ricerche di Oliver Ressler approfondiscono con installazioni e video la relazione tra stato nazione, beni pubblici e appropriazione indebita da parte di imprese private (Failed Investments, 2015). Piero Gilardi, con l’installazione La tempesta perfetta (2017) – un tapis-roulant in funzione collegato ad uno schermo che proietta filmati di disastri naturali – insiste sul legame tra inquinamento ambientale e consumismo.

La Macchina Estrattiva — Neo-colonialismi e risorse ambientali
26 marzo – 4 giugno 2017
PAV – Parco Arte Vivente, Torino

Ressler, The economy is wounded

Oliver Ressler, The economy is wounded

Ressler, Leave, It in the Ground Think the impossible

Oliver Ressler, Leave, It in the Ground Think the impossible