Paola Angelini, veduta dell’installazione a Palazzo Maccafani, Pereto – Photo Giorgio Benni

“Una volta, secondo Sir George H. Darwin, la Luna era molto vicina alla Terra. Furono le maree che a poco a poco la spinsero lontano: le maree che lei Luna provoca nelle acque terrestri e in cui la Terra perde lentamente energia”.
Così Italo Calvino nel primo racconto delle Cosmicomiche (1965), intitolato La distanza della luna, introduce a un testo che fonde immaginazione e storia della scienza insieme a una scettica visione delle questioni che affannano l’essere umano. La luna vicina, in maniera quasi speculare, è il titolo scelto per l’edizione di quest’anno di straperetana, rassegna e mostra diffusa nata da un’idea di Paola Capata e Delfo Durante, e curata da Saverio Verini.
18 sono gli artisti invitati a intervenire, in maniera assolutamente eterogenea e diversificata, esplorando l’antico borgo medievale di Pereto, un piccolo comune della provincia dell’Aquila, prestato ad assumere idealmente il carattere di un luogo altro, pur nella sua prossimità con i principali centri del Lazio e dell’Abruzzo. Alla base del progetto c’è certamente l’idea di favorire un processo di rivivificazione di un piccolo centro attraverso un lavoro molto paziente di mediazione, a dimostrazione del fatto che la rassegna nasce dal confronto infaticabile e dallo scambio che divengono gli elementi proattivi di una pacifica e intelligente infiltrazione.

Luca De Leva, Matteo Fato, Giuseppe Gallo, Raffele Fiorella, Aryan Ozmaei, Paola Angelini, Silvia Mantellini Faieta, Gioele Pomante, Federico Tosi, Luca Bertolo, Serena Vestrucci, Cleo Fariselli, Luca Vitone, Paolo Icaro, Giuliana Rosso, Pawel und Pavel, Franca (Adelaide Cioni e Fabio Giorgi Alberti) sono gli artisti invitati dal curatore a riflettere su una suggestione, un’immagine: Charles Duke nel corso della missione Apollo 16 (1972) scatta una fotografia in cui ritrae i propri piedi e una polaroid della sua famiglia. Cosa porteresti con te sulla luna? È attraverso la persistenza delle immagini, del loro valore simbolico e affettivo, che gli artisti sono stati chiamati a intervenire nel borgo ponendo in essere un sistema diversificato di pratiche, linguaggi e opere, che hanno riflettuto, talvolta in maniera coerente talaltra in modo soltanto in apparenza slegato, sulla possibilità che un’immagine possa suscitare una combinazione infinita di varianti che oscillano, come in un pendolo, dalla familiarità al senso di straniamento, dal tentativo fallimentare di ritrovare un rispecchiamento in un altrove incerto alla ironica constatazione del fallimento, dal sentimento di malinconia alla divertita riappropriazione di un ideale suolo lunare.

Matteo Fato, Il Piano del Cavaliere ossia essere un Cavaliere (ritratto di Charles Duke, Luna, 1972), 2019. Olio su lino, cassa da trasporto in multistrato, specchio, 158 x 89 cm – Photo Giorgio Benni
Chiara Camoni, Le quattro sorelle, 2018. Stampa vegetale su seta, 4 teli, 120 x 45 cm ciascuno – Photo Giorgio Benni
Silvia Mantellini Faieta, Protezione visibile, 2019. Frammenti di vetro e fotografie su carta adesiva, dimensioni ambiente – Photo Giorgio Benni

Che si tratti di riflettere su una figura sognante di astronauta, su un ipotetico viaggio lunare, avvincente e al contempo straniante, a contatto con esseri e creature mai viste prima, ma anche a contatto con una quotidianità che merita di essere ripensata (Matteo Fato, Paola Angelini, Aryan Ozmaei, Raffaele Fiorella, Luca Bertolo, Giuliana Rosso, Luca Vitone, Federico Tosi), straperetana quest’anno racconta la storia di un tentativo che è quello di conoscere e riconoscersi con altri occhi, all’interno di un luogo mai visto prima eppur familiare, perturbante e solo in parte toccato dallo scorrere del tempo.
Racconta di suggestioni e tentativi, come quello del Cavaliere-Astronauta di Fato, di avvicinarsi un po’ di più a nuovi territori inesplorati, con la stessa brama, cauta, dell’esploratore verso l’ignoto. C’è chi come Paolo Icaro, con un’opera di straordinaria intensità, riflette sull’origine del nome di Pereto partendo da suggestioni letterarie e linguistiche; o chi, come Giuseppe Gallo, non senza un’ironia sottile e fugace, si insinua nell’atmosfera bucolica del borgo, e realizza un pollaio, vera e propria reggia per galli e galline, collocata di fronte al monumento più insigne del paese, ovvero il suo castello; e ancora, Serena Vestrucci, Chiara Camoni, Cleo Fariselli che intervenendo negli spazi di quella che una volta era la dimora del parroco del paese danno dimostrazione di un lirismo che ha la capacità di lasciare quasi inalterati quei luoghi in cui la polvere che si deposita dà la portata del tempo che passa.
Gli interventi minimali di Silvia Mantellini Faieta – con decine di immagini microscopiche incastonate nelle pareti rocciose del borgo – Gioele Pomante – che in una piccola serra colloca degli oggetti d’affezione destinati a testimoniare di un tempo che è sia personale che collettivo – Luca De Leva – un sonoro in loop, collocato in una piccola grotta, in cui una preghiera diventa la litania distorta in grado di attivare un nuovo livello di senso legato al linguaggio. Infine, due performance (Pawel und Pavel, Franca) che testimoniano, nella specificità delle pratiche degli artisti, l’interesse a innescare un ponte di continuità, seppur temporaneo, tra esterno e interno. Tutto fuorché la luna: tra parodia e dimensione partecipata, l’atto conclusivo della giornata inaugurale di straperetana, con la performance di Adelaide Cioni e Fabio Giorgi Alberti restituisce un’istantanea che è la presa diretta di questo tentativo di avvicinare un po’ di più la luna.
“L’avevamo sempre addosso, la Luna, smisurata”.
(Italo Calvino, La distanza della luna)

trucci, Chiara Camoni, Cleo Fariselli che intervenendo negli spazi di quella che una volta era la dimora del parroco del paese danno dimostrazione di un lirismo che ha la capacità di lasciare quasi inalterati quei luoghi in cui la polvere che si deposita dà la portata del tempo che passa.
Gli interventi minimali di Silvia Mantellini Faieta – con decine di immagini microscopiche incastonate nelle pareti rocciose del borgo – Gioele Pomante – che in una piccola serra colloca degli oggetti d’affezione destinati a testimoniare di un tempo che è sia personale che collettivo – Luca De Leva – un sonoro in loop, collocato in una piccola grotta, in cui una preghiera diventa la litania distorta in grado di attivare un nuovo livello di senso legato al linguaggio. Infine, due performance (Pawel und Pavel, Franca) che testimoniano, nella specificità delle pratiche degli artisti, l’interesse a innescare un ponte di continuità, seppur temporaneo, tra esterno e interno. Tutto fuorché la luna: tra parodia e dimensione partecipata, l’atto conclusivo della giornata inaugurale di straperetana, con la performance di Adelaide Cioni e Fabio Giorgi Alberti restituisce un’istantanea che è la presa diretta di questo tentativo di avvicinare un po’ di più la luna.
“L’avevamo sempre addosso, la Luna, smisurata”.
(Italo Calvino, La distanza della luna)

Cleo Fariselli, Paesaggio acquatico con biscia, 2019. Olio su tavola, 60 x 45 cm – Photo Giorgio Benni
Paolo Icaro, Two pears, guardare e vedere, 2019. Scritta su muro con carbone, gesso, pietre, comodino in legno, cartone – Photo Giorgio Benni
Gioele Pomante, Habitat #1, 2019. Ferro, plastica, oggetti di diversi materiali, 143 x 142,5 x 197 cm – Photo Giorgio Benni
Franca (Adelaide Cioni e Fabio Giorgi Alberti), Tutto fuorché la luna, 2019. Performance – Photo Giorgio Benni