Due testi scritti da Lisa Parola e Cosimo Veneziano in occasione di un loro incontro nello spazio milanese mesopotamia dedicato al concetto di ‘Monumento’ (21 gennaio 2013)

Mesopotamia è a Milano, tra il naviglio pavese e il naviglio grande
Mesopotamia è uno studio
Mesopotamia sono 70mq
Mesopotamia è un momento di approfondimento sull’arte contemporanea
Mesopotamia è un cinema
Mesopotamia è vuota
Mesopotamia è in Via Emilio Gola 4, a Milano
Mesopotamia è…
Mesopotamia il  12  Febbraio 2013 presenterà  “A che cosa serve scrivere” con  Cecilia Guida e  Roberto Pinto

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“Le voci del monumento”

Una riflessione di Lisa Parola

Le voci del monumento è una ricerca visiva sulla relazione tra monumento e storia che affianca immagini recuperate da cataloghi, riviste e Internet. Nella sua lettura tradizionale, la forma del monumento segna un punto fermo che immobilizza una data, un evento, un nome. Ma se la storia cambia direzione, quella situazione di stasi può riprendere il movimento e rientrare in dialogo con il presente. La conversazione si muove attraverso alcune immagini. Luigi Ghirri negli anni Settanta scatta una serie d’immagini che riprendono il retro di busti in marmo; questo semplice spostamento dello sguardo propone forme senza più identità, senza alcun luogo e senza una data. Seguendo un diverso percorso ma muovendo nuovamente l’immobilità alla quale il monumento sembra essere destinato il monumento, le icone che hanno accompagnato le ideologie comuniste sono state raccolte e accumulate in tanti e differenti luoghi; Memento Park è uno di questi, una sorta di giardino tematico a pochi chilometri da Bucarest. Inaugurato nel 1993 riunisce le statue di Lenin, Marx, Engels salvate dalla rimozione di un pezzo di storia. Qui i monumenti ai lavoratori e ai padri del Comunismo convivono forzatamente in un unico ‘magazzino di memoria’ pur arrivando da piazze e strade di differenti città. Quando il monumento smette o ricomincia a parlare con il presente? Difficile a dirsi ma mai come in questi ultimi anni la stasi del monumento torna con forza a dialogare con i differenti percorsi che la storia ha aperto e sta aprendo; lo si è visto con la rimozione delle statue di Franco in Spagna, con la distruzione delle statue di Saddam Hussein in numerose piazze di città irachene, in Libia con l’abbattimento da parte della folla del Libro verde di Muammar Gheddafi; e sono ancora i monumenti storici, collocati nel centro delle città, ad essere scelti come strumento privilegiato di comunicazione per battaglie ambientali e sociali. A fianco di questi conflitti e rimozioni che interrompono il percorso lineare storia, alcune ricerche d’artisti contemporanei che proprio attraverso il monumento hanno scelto di confrontarsi con eventi, uomini e luoghi della storia del XX secolo.

Un estratto della ricerca è pubblicato in www.roots- routes.org

2009,   S. Petersburg

2009, S. Petersburg

1989,   Nowa Huta,   Poland

1989, Nowa Huta, Poland

QUESTO è DUNQUE UN MONUMENTO?

testo di Cosimo Veneziano

Cosa succede se si rovescia il percorso della storia? Dove si ritrova il senso?

Lavorando a ‘Questo è dunque un monumento?’, monumento minimo dedicato alle operaie della Superga, storica fabbrica della gomma torinese, ho provato a cambiare prospettiva e da questa posizione osservare, con interesse, le storie non documentate, gli spazi interstiziali e dunque lo scarto inteso non come elemento di cattiva qualità ma come cosa rimossa, abbandonata.

Tutto quel materiale che la storia dell’industria a Torino non ha voluto vedere, raccontare. Ragionare sul monumento in questo primo decennio del secolo è un’impresa complessa perché storicamente il suo senso è legato a una storia lineare che poco ha a che fare con la complessità di questi anni. Azioni conquiste, rivoluzioni, studi e cultura per lo più dedicate alla storia degli uomini e sempre formalizzati con materiali costosi e pesanti -marmo, bronzo- in grado di dimostrare il peso della storia. Al contrario, seguendo il suggerimento di Peter Stillman (La trilogia La città di vetro), ho percorso anch’io strati di città provando a dare risposta al significato nascosto delle cose e delle storie perdute. Nella fase ideativa, attraverso una ricerca di documenti, ho provato a tracciare percorsi inediti con l’obiettivo di trovare nuove narrazioni tra quelle già esistenti e rimettere nel circuito della storia il materiale scartato o ancora chiuso negli archivi. Scarto è questa storia e scarto è questa architettura: la storia è quella di una fabbrica tessile che, dai primi decenni e fino agli anni Ottanta del secolo scorso, vedeva più dell’80% della forza lavoro nelle donne, una storia rimasta ‘minore’ rispetto alla grande tradizione della metallurgia torinese. E scarto è anche l’architettura alla quale ho deciso di appoggiare il mio lavoro: un arredo urbano, una fontana nata da un’estetica visibilmente legata a un’idea di monumento ma rimasta fino ad oggi senza una sua narrazione.?A partire da questi due elementi ‘minori’ rispetto al pro- cedere, ingombrante, della storia del lavoro e dei monumenti a Torino, ho voluto creare la possibilità di aggiungere un solo frammento, un segno leggero. Dal materiale d’archivio della fabbrica “Superga – FRIGT” conservato all’archivio storico della Città di Torino e composto da documenti personali e qualche immagine, ho isolato un numero; il 52. Un numero che veniva ripetuto più volte su quasi tutti i documenti e legato a un reparto della Superga che sorgeva proprio sull’area che ospita il mio lavoro e che, in anni recenti, è stata riconvertita in area verde. Ho poi isolato anche una serie di gesti ripetuti dalle operaie in quel luogo. Il ritmo lavorativo; quattro gesti che permettevano d’inserire la gomma nella macchina e cucirla alla tomaia. Quattro gesti che si ripetevano come uno strano rituale. Ho chiesto alle operaie, oggi in pensione, di descrivere quei gesti e rifarli e mi sono concentrato sulla forma che le loro mani prendevano ad ogni azione. A partire dai documenti e da questo ritmo che creava forme, è nato Questo dunque è un monumento?, uno sguardo che ho voluto concentrare su minimi particolari di una storia di lavoro lunga decenni ma che fino ad oggi non aveva un riconoscimento collettivo.

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