La detonazione di una forma Paolo Gonzato

Sceglie il colore della mediazione, un delicato viola cardinalizio, Paolo Gonzato per la sua mostra ‘L’isola delle rose’ nella project room della Galleria A Palazzo (Brescia). Inaugurata poco più di una settimana fa, l’esposizione è dedicata o trae ispirazione da un fatto avvenuto oltre 40 anni fa al largo di Rimini, a 500 metri al di fuori delle acque territoriali italiane. Paolo, dunque,ci racconta ‘a sensazione’ il naufragio di un’utopia. L’artista scopre l’ingegnere Giorgio Rosa, fondatore di un isola artificiale, chiamata Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose, che si auto reggeva con proprie regole, una propria moneta e un sicuramente bizzarro Governo. Fondata nel 1968, l’esperienza è durata solo un anno.Nel 1969 venne infatti demolita da i sommozzatori della Marina Militare Italiane.  La storia è sicuramente affascinante e Gonzato sembra circuirla, appunto per evocazioni. In mostra, dentro alla sontuosa cornice del palazzo storico che ospita la galleria, una grande installazioni fatta da lunghe assi di legno con le tipiche strisce da segnaletica stradale. Reduci da una demolizione o semplicemente implose, creano un intricato disegno nello spazio. Rottura caotica – o esplosione antropologica – che  si ritrova a connotare anche in un altro lavoro  a parete:una grande ‘tenda’ in sottili canne di bambù che ha subito una lacerazione. A Fianco un pezzo di panno rigido (mi sembra di ricordare che l’artista lo descrivesse come copertura per un pavimento). Anche qui ricompaiono le grandi strisce diagonali viola. Tra le campiture anche delle macchie, delle orme, un pò di sporco. La grande macchia al centro è, se non erro, del succo di mirtilli. Nello spazio, su un basso basamento, due grandi vasi fatti dallo stesso artista. Mi racconta Paolo che con l’argilla, è mescolato dello champagne. Forme divelte, utopie fallimentari, organico e inorganico, rigore e caos: in questa mostra opposti inconciliabili vanno a braccetto, aiutati da un colore che non a caso simboleggia moderazione, conciliazione degli opposti, senso della misura, di temperanza. La mostra è coerente ed elegante, fin troppo studiata forse. Ma è proprio da quello che definirei un patinato controllo, che emerge una indefinibile e subdola tensione. Mi chiedo come sia possibile rompere, srotolare, ‘ferire’ i materiali, imporgli una detonazione, per poi restituirli attraverso una forma controllatissima. Probabilmente la bravura di Paolo si annida proprio in questo irrisolvibile dubbio. 

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