Photo: Francesco Cardarelli
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Visitando la prima volta la mostra di Tobias Putrih da Pinksummer, la sera dell’inaugurazione, qualcosa non mi aveva convinto fino in fondo. Tornandoci e leggendo il comunicato con calma ho chiarito qualcosa, se non altro sulla natura del mio dubbio.

La mostra ribadisce l’interesse dell’artista per gli oggetti, le strutture architettoniche portate al limite, la sperimentazione sull’uso e le caratteristiche dei materiali e nasce dall’osservazione ossessiva, da parte dell’autore, del rivestimento in scaglie di legno di una casa visibile dalla finestra della sua nuova abitazione a Cambridge e dalla sua riproduzione, rielaborazione, scomposizione e ricomposizione sotto forma di “trittici”, composti da fotografia + scultura/modello architettonico + pannello/abaco a parete. Lo spazio della galleria, ritinteggiato di nero fino a mezza altezza su indicazione dell’artista, appare trasformato in un luogo che oscilla tra l’intimo e il funebre e ne ospita due.

A dispetto delle premesse i lavori non appaiono didascalici, anzi ci si mette un po’ (ma siamo pur sempre in un ordine di tempo misurabile in secondi) a capire la relazione che li lega e molto di più a capirne il significato. Visivamente attrattivi come tutti i manufatti realizzati con precisione dal montaggio di elementi più piccoli e che lasciano intravvedere parti del loro interno (le sculture) o le composizioni ritmate di forme geometricamente regolari sottoposte a variazioni (i pannelli) o le immagini che evocano l’atto di guardare senza essere visti (le foto), questi lavori appaiono eleganti e raffinati.

L’altro lavoro esposto (“Acoyo 1″), nell’ufficio in penombra, è una enorme lampada/baccello, sospesa ad un disco di legno bianco e composta da sottili striscioline di carta piegata. Anche quest’altra scultura, realizzata con minuzia partendo da un materiale comune, cattura l’occhio. E’ luminosa e appare leggera, organica e delicata come una forma biologica.

Non è un caso dunque che Putrih si dichiari interessato ai meccanismi di risposta dello spettatore rispetto ad un tipo di “bellezza” che può essere considerata un richiamo, uno spettacolo, un meccanismo di intrappolamento che viene sempre introdotto con scopi specifici e un po’ oscuri corrispondendo, a seconda dei contesti, a categorie come: sexy, accattivante, goloso…

Sarà l’allestimento, oppure la suggestione di foglie cadute e raccolte, ma nel complesso l’atmosfera della mostra ha un che di decadente (che traspaia il retaggio post austroungarico prima e post comunista poi, del paese di origine dell’autore sloveno? La sua attuale residenza statunitense nel Massachusetts?) e tutto ciò mi fa pensare a un fiore. L’Aro Titano (Amorphophallus titanum) è il fiore più grande esistente, come forma ricorda una calla, però biancastra fuori e rossastra dentro, alta quasi tre metri e dall’odore di carne in putrefazione mista ad escrementi. Lo scopo specifico (a dire il vero per niente oscuro) del fiore è di attrarre insetti che si nutrono di carcasse e feci, per assolvere alle proprie finalità riproduttive. Merda e morte per generare nuova vita è il tipico ciclo naturale.

I lavori di Putrih in genere si interrogano sul senso della produzione degli oggetti artistici, sui meccanismi economici e sulle relazioni tra la produzione concettuale sviluppata in campo artistico e le sue ricadute sulla vita pratica delle persone. Si basano spesso su processi, talvolta anche molto complicati, di rielaborazione dei contenuti di partenza, magari legati ad un luogo specifico o ad una immagine, ed alla loro sovrapposizione su piani espressivi differenti anche attraverso il coinvolgimento attivo di altre persone o le collaborazioni. In questo caso se il tema è interrogarsi sulla fascinazione per l’oggetto attraverso la realizzazione dell’oggetto stesso, forse l’esperimento è riuscito fin troppo bene e fa pensare alla morte.

Andrea Balestrero