Marco Mazzoni – linea1km
Marco Mazzoni – Found in transition

Da giovedì 24 a domenica 27 giugno la compagnia Kinkaleri sarà presente a Live Arts Week con una performance – con Vittoria Caneva, Franceca Duranti, Chiara Lucisano e Caterina Montanari – sul Lungo Reno del Quartiere Barca: “un gioco a perdersi, inseguendo le traiettorie dei corpi in movimento e le loro divagazioni coreografiche”.
Di questa e altro  abbiamo parlato con Massimo Conti membro della compagnia insieme a Marco Mazzoni e Gina Monaco.

Elena Bordignon: YeTdespiTeKissKIssYou girare attorno ad uno dei concetti basilare del buon senso esistenziale: non esistono le cose esistono le relazioni. Partire dal corpo – che suona come ‘il corpo come la misura del mondo’ – per scoprirne l’essenzialità, l’ABC. 
Mi racconti come avete sviluppato l’idea per
YeTdespiTeKissKIssYou

Massimo Conti / Kinkaleri: Si, ripartire dall’ABC come lo chiami tu è stato il punto di partenza della ricerca. Rimettere al centro il corpo dopo tutto quello che è successo: la fine (definitiva) del novecento.
La pandemia ha finalmente staccato gli ultimi filamenti che ci legavano ad un’era conclusa da tempo che continuava ad esistere grazie a tutti i “post” da etichetta. Sorta di zombies vaganti nella cultura e nell’arte, di morti avvenute che continuavano ad essere dilatate, rimandate, reiterate. Finalmente l’unico post che si potrà utilizzare sarà quello di post-pandemia. Un reset che ci obbliga a ripensare tutte le relazioni. Crediamo che la relazione da cui a cascata discende tutto il resto sia quella che ha rimesso al centro, in modo molto conflittuale, la specificità del corpo umano, la sua fragilità, la sua esposizione al deperimento organico, la ricerca di un surrogato di corpo, una variazione sulle possibili relazioni che i corpi hanno tra loro che aprono problematiche a vari livelli, e simultaneamente la sua insostituibile presenza. 
Ora è il momento di tornare al corpo partendo dai suoi assunti base, la sua presenza, il suo potere di essere vivente che rischia di essere percepito solo come forma arcaica ed archetipica in relazione con il mondo. È un momento di cura del sé molto particolare che deve essere ripreso e rimesso in discussione per poterne ancora fare uso cosciente, consapevole e politico.
Per questo si riparte da zero perché ogni nuova era pone le stesse sfide da interpretare in modo diverso, con una diversa percezione del pericolo e della finitezza, dell’appagamento e del desiderio, della potenza e del potere. Non ultimo, la percezione che l’umanità possa essere l’artefice della sua scomparsa, senza racconto, come se niente fosse. 

EB: Il Corpo che si relazione con il reale. Il corpo che si relaziona con lo spazio e forse, da questo trae significato. YeTdespiTeKissKIssYou sembra un’azione rivolta a scavare i possibili significati delle distanze che i corpi tendono ad instaurare tra loro, ma anche con gli altri infiniti aspetti del reale. E’ una lettura possibile? Che scoperta avete fatto nel concepire questo progetto?
MC: Le scoperte sono tutte da fare, la lettura che proponi è certamente plausibile ma in questo caso lasciare aperto il campo al possibile, al non progettato al non definito è un dato importante per confrontarsi con gli aspetti citati. Come punto zero di partenza, si ripassano una serie di condizioni, iniziando probabilmente da assunti elementari nel tentativo di non avere tempo per i chiarimenti a priori. Sparare ancora nel buio e cercare di capire poi se qualche cosa è stato colpito. La performance può insediarsi ovunque nel tentativo di dire ciò che vuole. Il pubblico può scoprirsi o meno presente all’evento come misuratore di variazioni nel sistema che potrebbe operare anche senza la sua presenza, solo in maniera differente. La rivelazione diventa elemento successivo all’ideazione di una azione, il pubblico ne diventa parte nel momento in cui registra e muta assetto al suo stare.

EB: Nella presentazione della performance c’è una paragrafo dedicato alle ‘prossemiche’. Nella lista: traiettoria parallela, attraversa ciò che incontra; corpo teso verso l’orizzonte lontano, prossimità dialettica; nascondersi nell’erba alta; sudare, bere e sudare ancora ecc. 
Sembrano indicazioni o brevi descrizioni di momenti. Che interpretazione dare a queste prossemiche?

Sono indicazioni per le quattro danzatrici coinvolte che puntano verso una ricerca di intensità che dal corpo dovrebbero irradiarsi allo spazio circostante. Una serie di relazioni dinamiche che immaginiamo in connessione con lo spazio e nel tempo, che possano produrre tensioni visive, percettive, estetiche, politiche di un corpo che si mette in moto, atto dopo atto, srotolandosi, dispiegandosi a vari livelli per produrre stratificazioni intensive che possono esaurirsi o moltiplicarsi via via che si rendono manifeste. Molte di queste indicazioni saranno poi seguite o abbandonate per poter sperimentare altre condizioni dettate dalla presenza sul campo. La relazione ancora una volta, diventa il motore per connettere all’impronta, condizioni variabili di sviluppo ed utilizzo della performance, cercare distanze e raccordi, essere manifesta o mimetica, modificare il paesaggio ed uscirne trasformati. 

Marco Mazzoni – Riquadro
Massimo Conti – free is be be is free

EB: Per Live Art Week parteciperete al (non) progetto UFO garage/band. Concepito come dispositivo relazionale, UFO sembra vivere di e con le persone, grazie alle loro presenze, alle loro relazioni. Come avete inteso questo progetto? Mi date un vostro punto di vista?

MC: Questa performance è stata ideata una prima volta qualche anno fa in una residenza collettiva a Villa Romana a Firenze.
Kinkaleri, Mk, Le Supplici hanno abitato quel luogo per 3 giorni invitando
Canedicoda, Margherita Morgantin e Roberta Mosca a condividere una idea di relazione che non opponesse più azione a contemplazione ma che li pensasse indistinti. La creazione di un “bancone” da Bar circolare in legno vuoto al centro, mobile verso tutte le dimensioni dello spazio, sostenuto da tutti i partecipanti, forniva la base di ogni necessità. Invitando le persone presenti ad essere avventori, il bar mesceva drink in piccoli bicchieri, ed animatori del bancone stesso, diventando gestori e baristi, instaurava una circolarità naturale dei ruoli. Un luogo aggregativo ma anche dispersivo come un bar di qualunque città, diventava perciò l’emblema di una modalità di condivisione strettamente fisica delle dinamiche (non strutturate e priori) che via via venivano prodotte. Una playlist indipendente immergeva tutti nella stesso vapore ambientale. La durata della performance era di circa dieci ore, in questo tempo sono state raggiunte tante temperature fisiche e mentali diverse, diverse sono state le relazioni instaurate nella gestione dell’oggetto che veniva a quel punto consegnato alla responsabilità di tutti. 
Anche in questo caso una azione che partendo da una semplice condizione di partenza, si lasciava attraversare da tutte le possibilità. Elementi alla base di questa azione erano appunto la relazione, la responsabilità collettiva, l’ascolto reciproco tra tutti coloro che erano presenti nello stesso spazio, una ritualità spontanea in continua trasformazione che come unico presupposto esigeva la presa d’atto di farne parte e di avere come unica responsabilità il mantenere vivo il livello di esperienza e relazione collettiva che evocava. 
La variante per Gianni Peng X parte dagli stessi presupposti collocandosi in uno spazio aperto per cercare, se possibile, il modo più semplice per indicare una attitudine alla relazione, spostare delle modalità di fruizione, considerare, inglobare l’umano nella natura e nelle opere, suggerire una postura sull’attenzione da porre in generale all’atto artistico. Poi in modo particolare una  introduzione verso tutti gli altri giorni di un festival così spericolato, sfrangiato, gassoso, acquatico, esotico ed affascinante come quello di Live Art Week di quest’anno. 

EB: Quali altri interventi farete a Live Arts Week? Partecipate sia come Kinkaleri che è un raggruppamento autoriale, che con progetti individuali e di intreccio con altri artisti presenti.

MC: Si, la situazione è molto stimolante sia dal punto di vista spaziale che di relazione tra artisti e in fase di costruzione, insieme a Xing sono venute fuori idee o esperimenti singoli da proporre e da intrecciare nel contesto dato. Massimo Conti, io, ha immaginato una danza per Freesby luminosi al buio: free is be be is free. Il tentativo è quello di aprire delle relazioni a distanza tramite un oggetto lanciato liberamente nell’aria. Lanciare da buio a buio ascoltando delle voci che possono  guidare questo contatto e nel frattempo tracciare delle linee luminose che si incrociano prima di arrivare. Una personale risposta a quella negazione al contatto a cui ci stavamo adattando. Marco Mazzoni, io, presenterò una serie di manutatti/azioni found in transition tre oggetti o sintomi di oggetti, segni di un fare e di un procedere dislocati in luoghi e tempi diversi; a] line una scultura in marno di un kilometro, a] threshold da osservare nella sua leggerezza mobile o da agire attraversandola e a] frame da attivare dove e quando si vuole.

Marco Mazzoni – Found in transition – Foto di Luca Ghedini
UFO garage bar:band – Foto Luca Ghedini
UFO – garage bar/band