• Kerstin Brätsch_Ruine, installation view at Fondazione Memmo, Rome, 2018, © Daniele Molajoli
  • Kerstin Brätsch_Ruine, installation view at Fondazione Memmo, Rome, 2018, © Daniele Molajoli
  • Kerstin Brätsch, Fondazione Memmo, Rome - Work in progress
  • Kerstin Brätsch_Ruine, installation view at Fondazione Memmo, Rome, 2018, © Daniele Molajoli
  • KAYA (Kerstin Brätsch and Debo Eilers), work in progress, 2018, © Daniele Molajoli
  • Kerstin Brätsch, Dino Runes_Towards an Alphabet, digital Print, (detail), 2018, © Daniele Molajoli
  • KAYA (Kerstin Brätsch and Debo Eilers), work in progress, 2018, © Daniele Molajoli
  • Kerstin Brätsch, Dino Runes_Towards an Alphabet, digital Print, (detail), 2018, © Daniele Molajoli
  • Kerstin Brätsch_Ruine, installation view at Fondazione Memmo, Rome, 2018, © Daniele Molajoli
  • Kerstin Brätsch, Dino Runes_Towards an Alphabet, digital Print, (detail), 2018 © Daniele Molajoli

Gli spazi della Fondazione Memmo di Roma vengono occupati da una doppia mostra dell’artista tedesca Kerstin Brätsch che presenta _KOVO, esito della collaborazione di lunga data con Debo Eilers, e _Ruine che testimonia invece la sua pratica di ricerca più spiccatamente pittorica. L’intervento di Kerstin Brätsch si espande fino a investire lo spazio in modo capillare, interagendo con le volte, le vetrate, gli architravi e la sua stessa planimetria.
In occasione della mostra _Ruine l’artista presenta un gruppo di marbling paintings realizzati in collaborazione con Dirk Lange, artigiano tedesco e maestro della marmorizzazione, e una serie di nuovi lavori in stuccomarmo frutto dell’incontro con l’artigiano romano Walter Cipriani. Al centro della ricerca di Kerstin Brätsch c’è una costante volontà di mettere in discussione l’autorialità e l’individualità del pittore proprio facendo ricorso a molteplici strategie di collaborazione. Centrale è inoltre una riflessione sul tempo e sulla storia che, grazie a una programmatica volontà desacralizzante, permette all’artista di instaurare un dialogo contemporaneo con la città di Roma e con le sue rovine.

Nei marbling paintings Brätsch fa gocciolare inchiostri e solventi su una superficie liquida per creare un motivo, che successivamente si deposita su di un foglio di carta. Il lavoro è il risultato di una collaborazione a quattro mani – quelle dell’artigiano e quelle dell’artista – ma che impiega anche la forza di gravità, la repulsione, l’adesione […]. Ciascuna marmorizzazione, creata appositamente per _Ruine, funziona come un talismano, una macro-proiezione sulla meccanica dell’ignoto.
Il secondo corpus di lavori di Brätsch presenta l’uso dello stucco (scagliola), una forma di intonaco importata nel XVI secolo dalla Baviera come tecnica imitativa del marmo e di altre pietre rare. Tale trattamento unifica ed estende la logica della materia stabilita nelle precedenti serie, in particolare le antiche vetrerie che contengono porzioni di pietre d’agata, e le marmorizzazioni che imitano i fenomeni geologici miasmatici. Le lastre di pietra artificiale di Brätsch restituiscono l’apparenza degli oggetti che imitano, ottenendo un effetto di mimetismo marmoreo. Questa inversione temporale riflette l’indagine di Brätsch sulla soggettività della pittura, intesa come fenomeno composito e non lineare. (da CS)

Kerstin Brätsch_Ruine, installation view at Fondazione Memmo, Rome, 2018, © Daniele Molajoli

Kerstin Brätsch_Ruine, installation view at Fondazione Memmo, Rome, 2018, © Daniele Molajoli

ATP: Kerstin Brätsch ha una concezione espansa e centrifuga della pittura che l’ha portata a occupare e rivoluzionare lo spazio della Fondazione. Da questo punto di vista come si è sviluppata la vostra collaborazione?

Francesco Stocchi: Abbiamo pensato che la vicinanza e il concorso di due mostre diverse potesse essere produttivo. Nei due spazi della Fondazione, divisi da una corte, abbiamo da una parte il Kaya, il progetto collaborativo con Eilers, e dall’altra Kerstin Brätsch. All’interno della mostra di Kerstin abbiamo diviso lo spazio in tre ambienti: l’anticamera, la cripta e il foro. Quindi abbiamo seguito alcuni termini classici della romanità, con la volontà di insistere anche sull’immagine desacralizzante che Kerstin ha prodotto di Roma, che è forse una delle cose che ho apprezzato di più del suo progetto. Da romano so quanto possano essere stereotipate le immagini che vengono dall’estero su una realtà così forte quale è Roma. Kerstin è uscita da tutto ciò che potesse essere connotato come retorico e romantico riguardo alla città e ha dato una visione futuristica delle rovine romane. Abbiamo iniziato nel dividere lo spazio, uno spazio caratterizzato da un’architettura fortemente romana, per i materiali, come il travertino, e per le volte e gli archi. Questo è stato il punto di partenza per poi far diventare la volta una sorta di cielo giottesco, e far inglobare le travi all’interno di opere. C’è quindi una vera presa di possesso dello spazio, più che una mostra si tratta di un vero e proprio ambiente.

ATP: La “cripta” è uno spazio che mette lo spettatore in una condizione di soggezione, ci sono opere di grandi dimensioni che presentano una sorta di elemento totemico…

FS: Abbiamo lavorato sulla scala di un’ipotetica cripta, c’è una forte densità di opere di grande formato in uno spazio ristretto, con un soffitto molto basso. Kerstin è stata la prima artista nella serie di mostre svolte da Memmo che è riuscita veramente ad affrontare lo spazio, a non nasconderlo e a usarlo al meglio. C’è una vera volontà, attraverso questa densità, di creare un ambiente con le opere.

Kerstin Brätsch_Ruine, installation view at Fondazione Memmo, Rome, 2018 © Daniele Molajoli

Kerstin Brätsch_Ruine, installation view at Fondazione Memmo, Rome, 2018 © Daniele Molajoli

ATP: Queste cornici, così tecnologiche, erano già presenti nel suo lavoro?

FS: No, sono state realizzate per l’occasione. Kerstin ha già usato i neon in relazione al marmo ma non all’interno di questi moduli. Le cornici diventano dei veri e proprio moduli autonomi.

ATP: Il rapporto fra soggettività del pittore e strategie di collaborazione è da tempo al centro della poetica di Kerstin Brätsch. Tu pensi che nella collaborazione, con artisti e artigiani, abbia individuato una possibile strada da percorrere per salvaguardare il futuro della pittura?

FS: La pittura è sempre vista come in crisi ma secondo me non lo è mai. Ci sono degli interessi che a volte sono latenti e a volte più manifesti ma non c’è mai un vero ritorno alla pittura, sembra magari solo un ritorno di certi interpreti. Ma la pittura è sempre viva e l’interesse di Kerstin nella collaborazione con gli artigiani non è altro che il frutto di una vera concorrenza, manuale e intellettuale, tra due figure che soprattutto negli ultimi decenni sono state percepite come appartenenti a due piani differenti. È chiaro che un artigiano e un artista sono diversi, però io li vedo come complementari.

ATP: Che ruolo hanno il caso e l’effetto collaterale in una ricerca come quella che Kerstin ha svolto in vista di _Ruine?

FS: Soprattutto nel caso dei marbling si tratta di elementi molto importanti. Naturalmente più sono chiari gli intenti e la direzione nella qual si vuole andare più il caso può essere circoscritto a qualcosa di quasi fenomenologico. E questo è il modo in cui Kerstin intende il caso, cerca sempre in qualche modo di stupirsi ma all’interno di una volontà e di una struttura precisa.

Kerstin Brätsch, Fondazione Memmo, Rome - Work in progress

Kerstin Brätsch, Fondazione Memmo, Rome – Work in progress

ATP: Il suo immaginario si muove con grande libertà fra tempi molto diversi, con suggestioni di epoche prelinguistiche, riferimenti alle rovine del passato ma anche con un profondo interesse per ciò che è contemporaneo, ma non credo si tratti di una temporalità riconducibile direttamente al postmoderno. Potresti dirmi di più a questo proposito?

FS: Credo che da un po’ di tempo abbiamo iniziato a vedere il frutto di ricerche di archivio, per esempio svolte attraverso sistemi di archivio digitale o semplicemente attraverso Youtube, che lasciano venire alla luce eventi del passato come se si trattasse di qualcosa che non è mai accaduto e si scopre solo oggi. C’è una sorta di atemporalità o meglio orizzontalità della lettura del tempo, che ha a che fare con l’accesso diverso che abbiamo alle fonti ma anche con il modo in cui queste fonti vengono ordinate. E credo che questo è anche frutto dell’utilizzo del tempo fatto da Kerstin.
Ma in lei c’è anche la volontà di non limitarsi solamente all’immagine di un dato elemento o di una figura ma di rielaborarne l’uso. Kerstin lavora molto sul valore dell’uso di una cosa, di una tecnica, di un simbolo, non rispettandolo ma desacralizzandolo, e questo le permette anche un diverso concorso temporale.

Kerstin Brätsch_Ruine, Fondazione Memmo, Rome, 2018, © Daniele Molajoli

Kerstin Brätsch_Ruine, Fondazione Memmo, Rome, 2018, © Daniele Molajoli

Kerstin Brätsch_Ruine, Fondazione Memmo, Rome, 2018, © Daniele Molajoli

Kerstin Brätsch_Ruine, Fondazione Memmo, Rome, 2018, © Daniele Molajoli