Franz Kafka Berlino/Berlin, 1923 © Archiv Klaus Wagenbach

Sono tre i romanzi di Franz Kafka al centro della nuova proposta espositiva della Fondazione Prada. Amerika (America), Der Prozess (Il processo) e Das Schloss (Il castello), pubblicati postumi tra il 1925 e il 1927, sono i tre componimenti narrativi – rimasti incompiuti – a cui si sono ispirati, dandone una propria e originale esegesi, rispettivamente l’artista Martin Kippenberger, il regista Orson Welles e la band di musica elettronica Tangerine Dream.
La mostra ha per titolo “K”, e sarà ospitata nella sede di Milano dal 21 febbraio al 27 luglio 2020.
Questo progetto include la celebre opera di Martin Kippenberger The Happy End of Franz Kafka’s “Amerika” in dialogo con il film di Orson Welles The Trial e l’album di musica elettronica The Castle dei Tangerine Dream.  Pensato come un trittico dal curatore Udo Kittelmann, il progetto si sviluppa al primo piano del Podium – dove è installata la grande opera di Martin Kippenberger, esposta per la prima volta in Italia -, alla Cinema, con la proiezione di Welles e,  nella Cisterna, che per questa occasione diventa un luogo dove i visitatori potranno ‘lasciarsi andare’ alla suggestiva musica elettronica della band tedesca fondata nel 1967 da Edgar Froese (1944-2015).

Perché trarre ispirazione da questo altissimo vertice della narrativa novecentesca? Tra i più chiaroveggenti degli scrittori del secolo scorso, raccontava della sua epoca: “Viviamo in un’epoca malvagia: lo si vede prima di tutto dal fatto che niente viene chiamato con il suo nome preciso”; “Tutto il mondo è tragico. Il pugno di ferro della tecnica distrugge tutte le mura di protezione (…) Siamo trascinati verso la verità come condannati al patibolo”; “Dove corre la gente? Cosa vuole Non riconosciamo più la concatenazione logica delle cose che trascende l’individuo. Nonostante il brulichio, ognuno è muto e isolato in se stesso. I valori dell’individuo e quelli del mondo non combaciano più”; “Io ho potentemente assunto il negativo del mio tempo, che mi è certo assai vicino e che io non ho il diritto di combattere, ma, in certo modo, di rappresentare.”
Ancora oggi, è opinione diffusa, che Kafka sia il narratore, in forma onirica, allucinata, fantastica, dell’alienazione dell’individuo causata dall’oppressione impersonale della società.
Josef K. nel Processo, K nel Castello, e tanto altri protagonisti negativi sono vittime di un apparente immotivato annientamento, di un inspiegabile odio persecutorio… ma non solo questo celano i suoi personaggi: sono loro stessi, eroi perdenti, colpevoli nella stessa misura dei loro persecutori. Ecco allora che sono tutti colpevoli, l’umanità tutta nella visione cupa di Kafka.

Exhibition view of “Martin Kippenberger: The Problem Perspective” MoMA, NY, 2009 Foto/Photo: Thomas Griesel. Copyright: The Museum of Modern Art, NY. Cat. no.: IN2068.50. © 2020. Digital image, The Museum of Modern Art, New York/Scala, Firenze
Exhibition view of “Martin Kippenberger: The Problem Perspective” MoMA, NY, 2009 Foto/Photo: Thomas Griesel. Copyright: The Museum of Modern Art, NY. Cat. no.: IN2068.50. © 2020. Digital image, The Museum of Modern Art, New York/Scala, Firenze
Martin Kippenberger portrayed inside The Happy End of Franz Kafka’s ‘Amerika’ Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, 1994 © Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam. Foto/Photo Jannes Linders

Ma torniamo alle tre opere del grande scrittore  di Praga, rimaste incompiute, in merito alle quale Borghes – illuminante – scriveva: “Il pathos di quei romanzi “incompleti” nasce precisamente dal numero infinito di ostacoli che fermano e tornano a fermare i loro identici eroi. Kafka non li completò perché era fondamentale che fossero interminabili. Ricordate il primo e il più evidente dei paradossi di Zenone? Il movimento è impossibile giacché prima di arrivare al punto B dovremo attraversare il punto intermedio C, ma prima di arrivare a C sarà necessario attraversare il punto intermedio D, ma prima di arrivare a D… Il greco non enumera tutti i punti. Franz Kafka non ha motivo di enumerare tutte le vicissitudini. Ci basti capire che esse sono infinite come l’Inferno”.

(Novecento letterario italiano ed europeo. Autori e testi scelti. Vol. 2: Dalla seconda guerra mondiale alla fine del secolo – Giovanni Casoli, Città Nuova, 2002)

Cosa raccontano questi romanzi?
America (1911-14) è il primo dei tre romanzi dello scrittore praghese. E’ la storia del pellegrinaggio americano di Karl Rossmann costretto dai genitori a emigrare per dimenticare la cameriera che lo ha sedotto. Quintessenza della civiltà borghese occidentale, l’America si rivela agli occhi del protagonista, sedicenne di disarmante innocenza, un indecifrabile incubo, un intreccio inestricabile di veridicità e caos, di insensato dinamismo vitalistico e razionale utilità tecnologica. Il finale, aperto a molteplici interpretazioni, è rimasto incompleto, ma per molti versi, la sua incompiutezza ne accentua l’intensità e la profondità.
Il protagonista de Il processo, Joseph K., è impiegato come procuratore presso un istituto bancario. Una mattina, due uomini a lui sconosciuti si presentano presso la sua abitazione dichiarandolo in arresto, senza tuttavia porlo in stato di detenzione. K. scopre così di essere imputato in un processo. Pensando a un errore, decide di intervenire con tempestività per risolvere quello che ritiene essere uno spiacevole malinteso. Ben presto K. si rende conto che il processo intentato nei suoi confronti è effettivamente in corso; tenta inizialmente di affrontare la macchina processuale, tuttavia tempi e modi di svolgimento del processo, né altri aspetti del suo funzionamento, vengono mai pienamente rivelati all’imputato, neppure durante le sue deposizioni al cospetto dei giudici. 
Con il tempo, il tribunale diviene il mondo stesso, tutto quello che esiste al di fuori di Josef K. è processo: non resta che attendere l’esecuzione di una condanna da altri pronunciata.
Il Castello racconta del viaggio «senza fine» dell’agrimensore K. che giunge nel villaggio ai piedi del castello del conte Westwest, dove è accolto con ostilità e sospetto.
La sua convocazione è probabilmente solo la conseguenza di un errore burocratico: nel villaggio, infatti, i confini, segnati da tempo immemorabile, sono immutabili e nessuno ha bisogno di un agrimensore. Il romanzo è la storia degli strenui quanto inutili tentativi del protagonista di avere accesso al castello per sciogliere il mistero della chiamata e legittimare di fronte alla comunità la propria condizione di straniero.

Anthony Perkins. The Trial (1962), directed by Orson Welles Solo uso editoriale/ Editorial use only. Film: Paris Europa/Ficit/Hisa © 2020. Album/Scala, Firenze
Anthony Perkins. The Trial (1962), directed by Orson Welles Solo uso editoriale/ Editorial use only. Film: Paris Europa/Ficit/Hisa © 2020. Album/Scala, Firenze

Il trittico alla Fondazione Prada si compone di un ideale centro in cui troveremo l’installazione di Martin KippenbergerThe Happy End of Franz Kafka’s “Amerika” (1994),  che, come suggerisce il titolo, prende ispirazione dal romanda America, in particolare una sequenza del libro in cui il protagonista Karl Rossman, dopo aver viaggiato attraverso l’America, si propone per un’occupazione al “teatro più grande del mondo”. Kippenberger esplora l’utopia immaginaria del mondo del lavoro, traducendo in una vasta installazione l’immagine letteraria dei colloqui collettivi inventata da Kafka.
Il secondo elemento della trilogia è il film di Orson Welles The Trial (Il processo, 1962). Orson Welles ha scritto e realizzato un film drammatico caratterizzato da un umorismo nero e da un’atmosfera onirica, considerato dalla critica come uno dei suoi capolavori, in particolare per la scenografia e la fotografia. Anthony Perkins interpreta Josef K., un burocrate accusato di un crimine sconosciuto. Jeanne Moreau, Romy Schneider ed Elsa Martinelli interpretano i personaggi femminili coinvolti in diversi modi nel processo e nella vita del protagonista. Il regista, nel ruolo dell’Avvocato, è il difensore di Josef e il principale antagonista del film.
“K” si completa con l’album Franz Kafka The Castle (2013), dei Tangerine Dream.
L’album contiene dieci brani, di cui otto composti da Edgar Froese, uno da Thorsten Quaeschning e uno da entrambi. Nel libretto di quattro pagine ogni brano è introdotto da brevi “descrizioni immaginarie”, tratte dal diario di Kafka.
Nel suo ampio testo finale Edgar Froese afferma: “Nonostante Kafka non abbia potuto portare a termine il suo ultimo lavoro, Il castello, non ne aveva bisogno; aveva già detto ciò che era necessario dire… è impossibile trasformare Il castello in musica. Per questo non sarà mai nulla di più di un tentativo incompiuto e abortito. Se il tentativo fallisce, il fatto stesso di aver corso il rischio merita un plauso”.
Secondo Udo Kittelmann, i Tangerine Dream hanno trasformato Il castello “in una composizione elettronica profondamente emotiva, che è molto più vicina alla vita dell’anima, alla dimensione magica e cosmica della nostra esistenza di quanto dimostri di essere il nostro mondo con la sua promessa di realtà. È un’impresa intensa e coraggiosa”.

Cover of Tangerine Dream’s CD album Franz Kafka. The Castle, 2013 © Eastgate Music&Arts, Berlin
Edgar Froese Tangerine Dream. Laserium, primo tour americano/ first USA tour, 1977 © Eastgate Music&Arts, Berlin
Edgar Froese, Thorsten Quaeschning Tangerine Dream, Phaedra Farewell Tour. Teatro Colosseo, Torino/Turin, 2014 © Eastgate Music&Arts, Berlin