• Josh Smith, MACRO Testaccio, Roma 2015 - Installation view
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La mostra ospitata fino al 5 settembre negli spazi di MACRO Testaccio di Josh Smith, ha avuto una lunga e inconsapevole gestazione. Come racconta l’artista nell’intervista con il curatore Ludovico Pratesi, il progetto si è generato cinque anni fa, grazie all’accumularsi, nel suo studio, di un consistente numero di quadri e collage. Oltre a questi lavori (circa 200), l’artista spiega che la mostra a Testaccio è stata anche l’occasione per esporre anche un lunga serie di lavori su carta, di grande formato, che Josh aveva in precedenza inviato nel 2010 alla Kunsthalle di Zurigo per una festa. Nel raccontare la genesi di questo progetto, l’artista non nasconde, non senza ingenuità, il desiderio di vedere esposte delle opere che forse non nascevano precisamente per un mostra ma che non aveva mai visto installate tutte assieme. La sensazione che si ha, leggendo le sue tenui spiegazioni è che il “fare arte” per lui sia quasi un passatempo, per feste, per abbellire, o meglio, riempire e coprire delle superfici. Ecco allora che l’altisonante prestazione della mostra – “Una sorta di omaggio all’opulenza e al fasto del barocco romano, che permette al pubblico di approfondire i diversi aspetti della pittura di Josh Smith” -, naufraga tra le pieghe, tutto sommato neanche così romantiche della poetica dell’artista.

A rendere sostanziosa la mostra, ci pensa il curatore: “La pittura di Josh Smith si inserisce nella tradizione dell’Espressionismo Astratto, con riferimenti più precisi a Cy Twombly , Robert Rauschenberg, Andy Warhol, Keith Haring, Jean-Michel Basquiat e Christopher Wool, ma guarda anche ad artisti tedeschi come Martin Kippenberger e Albert Oehlen. È un processo di accumulazione e sovrapposizione di immagini, tecniche, segni e colori che si genera all’interno della pittura stessa, sottoposta a stressanti e violente mutazioni.”

In definitiva, mentre si passeggia o si sosta, negli innumerevoli sgabelli che l’artista ha disseminato nei due padiglioni del MACRO, si ha la sensazione che come obbiettivo l’artista abbia voluto riempire, coprire o soffocare tutto lo spazio bianco delle pareti. Metri e metri di pittura casuale, gestuale (o ginnica, visto le centinaia di metri quadri coperti dai fogli di carta pitturata). Inevitabile, proprio per la genesi e l’istintività delle espressioni pittoriche, giudicare l’intero progetto il frutto di un imbrattamento a-sistematico e caotico. Tenta l’artista di arginare questa baraonda cromatica come il frutto di ricerca, indagine, approfondimenti. Cerca di capire Josh Smith e noi con lui. “Imparo sempre qualcosa e intanto dimentico qualcos’altro, mi piace reagire ai miei lavori mentre li elaboro, non sono interessato alla perfezione, credo sia il nemico della scoperta e della creatività. Per quanto riguarda la mia arte, mi piace l’idea del fallimento, il successo sembra troppo facile, voglio sentirmi in dubbio e a disagio, questi sono i sentimenti che più mi ispirano.”

Ritornando all’opera singola – tralasciando dunque le centinaia di opere che nell’insieme formano una “quadreria” contemporanea formata dai Name Paintings o i Palette Painting (esaltati come scoperta dell’artista mentre ha compiuto il gesto di pulire i pennelli), gli Abstract paintings o i collage -, enucleando il suo valore estetico, la portata comunicativa e/o espressiva, cosa resta? A mio parere rimare un debolissimo tentativo di aggiungere energia ad una tecnica – la sacrosanta pittura – che andrebbe invece rispettata e riverita. Perché in questo eccesso di colore, gesti, citazioni (ritorniamo alle parole del curatore), non intravedo un benché minimo piacere, né intellettuale né tanto meno appannaggio dei sensi.

“Imbrattare”, ecco la parola che mi è frulla in testa dopo aver visto le centinaia di opere di Smith, a loro modo ridondanti e ripetitive (e qui la Pop Art non c’entra poco…) . Un mostra coerente – ma dubito che l’artista gliene importi qualcosa – con la città di Roma, imbrattata e brutalizzata …

Josh Smith,   MACRO Testaccio,   Roma 2015 - Installation view

Josh Smith, MACRO Testaccio, Roma 2015 – Installation view

Segue l’intervista di Ludovico Pratesi a Josh Smith

Ludovico Pratesi: Come hai ideato questa mostra?

Josh Smith: Per cinque anni, mentre continuavo a lavorare, avevo lasciato da parte dei lavori che, per diverse ragioni, non avevo mai voluto mettere nelle mostre che stavo organizzando. Questi quadri e i collage erano tutti fatti di sottili pezzi di compensato, non occupavano molto spazio nel mio studio e hanno continuato ad accumularsi. Ho sempre sperato che un giorno li avrei esposti tutti insieme e quando mi hanno proposto uno spazio così grande come il MACRO Testaccio, mi è tornato alla mente questo gruppo di lavori e ho pensato che sarebbe stata una serie di immagini che mi sarebbe piaciuto assemblare all’interno di quello spazio. Ci sono 192 lavori, ma farò del mio meglio per creare una mostra contenuta. In più avevo un’altra serie di lavori su carta, di grande formato, che avevo inviato alla Kunsthalle di Zurigo per una festa che avevano organizzato nel 2010. Non sono mai riuscito a vedere questi lavori installati. Ricordavo questo gruppo di opere dall’atmosfera più leggera. Sono circa un centinaio di disegni, più o meno della stessa grandezza dei lavori su compensato e non sono mai riuscito a vederli installati, quindi verranno installati nel secondo spazio. In ultimo, ho aggiunto cinque nuovi lavori, cinque sculture, come dei palcoscenici, che spero aggiungano un ulteriore livello alla mostra e che possano collegare lo spazio tra la scenografia e l’arte. Questi lavori hanno la loro illuminazione e la loro luce e vorrei distribuirli tra i due spazi, in modo da legarli insieme. In più, ci saranno altre sculture e, se imparo come montarlo, un video…

LP: Qual è il tuo approccio alla pittura?

JS: All’inizio dipingere significava semplicemente ricoprire una superficie, sia per coprire qualcos’altro, sia per renderla migliore. Dopo aver continuato con questo approccio per circa dieci anni, ho iniziato a saper trattare l’applicazione del colore, riflettendo di più sulle gradazioni cromatiche. Le immagini hanno cominciato ad apparire. Imparo sempre qualcosa e intanto dimentico qualcos’altro, mi piace reagire ai miei lavori mentre li elaboro, non sono interessato alla perfezione, credo sia il nemico della scoperta e della creatività. Per quanto riguarda la mia arte, mi piace l’idea del fallimento, il successo sembra troppo facile, voglio sentirmi in dubbio e a disagio, questi sono i sentimenti che più mi ispirano. Rispetto la superficie piatta di un quadro e credo che sia un campo di gioco chiaro e imparziale, dove le persone possono provare a comunicare.

LP: Quanto è importante il processo nella tua ricerca pittorica?

JS: I processi che ho imparato studiando incisione al college mi sono serviti moltissimo mentre i miei lavori si evolvevano. Non mi servono le idee, lavorare in una direzione precisa assicura progresso o regressione, ed entrambe queste cose vanno bene per me.

LP: Perché hai deciso di esporre al MACRO due serie di quadri con oggetti e sculture?

JS: Voglio che non ci siano molte cose da vedere. Per una mostra grande come questa penso sia bene mostrare una grande varietà di opere.

LP: Gli spazi del MACRO hanno avuto qualche influenza sul tuo progetto?

JS: Tendenzialmente non c’è nessuna sovrapposizione tra la mia arte e la storia degli edifici, però il MACRO Testaccio è molto influente. Lo spazio è parte della mostra tanto quanto lo è l’artista. Sarebbe stato impossibile scindere l’ambientazione dall’arte. L’architettura e la storia dei due padiglioni sono uniche e cariche di significati. Il fatto che qui ci fosse un enorme mattatoio mi disturba, riesco a percepire la confusione, il terrore e il dolore che gli animali hanno provato in questo luogo.* C’è dell’ironia in questo, ma non consueta, un’ironia che non ha spiegazione. Mi piacerebbe poter portare la vita in un posto che una volta ospitava un mattatoio, le darei il benvenuto. La forza e la bellezza di questi edifici sono innegabili e so che l’architettura farà parte del lavoro.

LP: Da dove viene il tuo immaginario?

JS: In alcuni momenti ci penso e ripenso, altre volte invece semplicemente appare dopo aver lavorato per un po’. Ho sempre creduto che lavorare avrebbe prodotto un’immagine. Alla fine, qualche anno fa, ho deciso che avrei provato a iniziare un lavoro con un argomento, ho usato pesci, foglie, qualche volta edifici, scheletri, cose semplici che non facessero affidamento sul-la precisione o sulla rappresentazione per diventare un quadro valido. Quando non mi sen-to di dipingere un quadro astratto, scelgo un soggetto semplice e vi ci immergo la mia anima.

LP: C’è qualche artista che è il tuo punto di riferimento?

JS: Non necessariamente.

LP: Qual è la tua relazione con la storia dell’arte americana?

JS: La relazione è inevitabile perché sono cresciuto in America, è quello che ho assimilato. Una serie di artisti americani del 20esimo secolo mi ha grandemente influenzato: Marsden Hart-ley, Georgia O’Keefe, Willem de Kooning, Adolf Gottlieb, Isamu Noguchi, Joan Mitchell, Ro-bert Rauschenberg, Jasper Johns, Andy Warhol, Bruce Nauman, Richard Prince e Christopher Wool, ma anche l’arte dei nativi americani (Eskimo Art), Cowboy Art, Southern Folk Art, Outsi-der Art e The Harry Who (soprattutto Ed Paschke). L’America è abbastanza grande perché ci sia una grande differenza nel tipo di arte prodotta in diverse aree del Paese. In più, so che c’è una differenza tra l’arte fatta a New York, e l’arte prodotta nel resto dell’America. Alla fine l’arte Americana è semplice, ma più strana di quello che sembra. C’è ancora molto che non so.

Josh Smith,   MACRO Testaccio,   Roma 2015 - Installation view

Josh Smith, MACRO Testaccio, Roma 2015 – Installation view

Josh Smith,   MACRO Testaccio,   Roma 2015 - Installation view

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