• Dolmen, Sinfonia nr.7, II Allegretto, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7, Requiem, Piedra, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7, installation view, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7, Pez Espada Gabriele, 2013, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7, II Allegretto, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7, Requiem, 2013, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7,El Arco de Carlos, 2013, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7, Barita Magica, 2014, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7, Barita Magica, 2011, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7, Estufa, 2015, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7, Sin Titulo, 2014, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7, Sin Titulo, 2015, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni
  • Dolmen, Sinfonia nr.7, Sin Titulo, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni

Si è da poco conclusa Dolmen, Sinfonia nr.7, la seconda personale di Jorge Peris con Magazzino.

Matteo Mottin in conversazione con l’artista.

ATP: Quattro anni fa ti sei stabilito nell’isola di El Palmar, nel Parco Naturale de la Albufera. In che modo è cambiata la tua ricerca in questo periodo? Che ruolo e influenza ha avuto questo ambiente sui nuovi lavori?

Jorge Peris: E’ cambiato il paesaggio, molto diverso dal paesaggio della città, sembra ovvio; mi sono isolato nel lago folle, come una macchia mimetizzata. In questo luogo sempre orizzontale, fatto di stratificazioni, sedimenti, ettari e ettari di risaie, corpo e mente dovevano cambiare disciplina. Ho camminato con Ethra ogni giorno, per anni, passeggiate di ore tra le risaie, il lago, la palude, il mare di fronte. Sempre orizzonte, che cambia costantemente a cicli, tutto uno specchio d’acqua, poi la parte secca, sembra l’Africa, verdi praterie che ciclicamente si allagano, il celo rosa-blu, sembra ovvio, un labirinto di canali, scambio di acqua dolce e acqua salata, molte razze di uccelli migratori. Ethra ogni tanto caccia un’anatra, istinto puro, guardo bene come è fatta dentro e fuori, poi la mangiamo. Trovo tutti i materiali sparsi intorno all’isola del Palmar, una selezione severa, un serpente morto mi fa un occhiolino, un pezzo di rudere del Settecento mi rivela una immagine che concludo due anni dopo. Il rudere aspetta, prima o poi viene in studio. Questo è il territorio vicino a dove sono nato, erano 20 anni che non mi fermavo, mi ha riportato a quando da piccolo costruivo gli archi, un momento fondamentale nella mia vita.

ATP: Quando e come sai che i materiali dell’isola sono pronti per entrare in studio? Puoi descrivermi qualcosa del processo attraverso cui questi ti si rivelano?

JP: Appena arrivato al Palmar, là, lontano, ho visto un pezzo di rudere, era vivo, muschio, qualche piccola pianta, un cumulo di strati, qualcosa che era iniziato secoli fa, mezzo sommerso dall’acqua. Mesi dopo era secco, chilometri di deserto che prima erano lago. Ho avuto un’immagine immediata, un segno, come un riferimento, un punto di incrocio. Stavo lavorando ad un progetto per un museo in Spagna. Una salina, dopo tante trattative, mi avrebbe prestato una montagna di sale di 170 tonnelate per costruire la mostra. Pensavo solo al sale e ai disegni del progetto. Due anni di lavoro, e in testa piano piano si formava qualcosa con il rudere. In queste lunghe passeggiate identificavo altri pezzi, sempre sparsi, come se fosse stata un’esplosione senza cratere, piatta. In fondo all’orizzonte, ciminiere mezzo distrutte che si tengono in piedi per miracolo. Una volta erano motori a carbone, per muovere l’acqua, ora sono rovine medievali, come quelle che appaiono spesso nei miei sogni. Ti dicevo, una tartaruga morta mi fa un occhiolino, ci sono leggi che seguo e poi corrompo e poi cerco di mettere in piedi che non ti posso spiegare a parole, e se anche potessi non lo farei.

ATP: Quando sposti i tuoi lavori dallo studio allo spazio espositivo ti interessa di più fermare il processo di creazione o sottolinearne l’inarrestabilità? In che modo cambiano i lavori in questo passaggio?

JP: Annaffio fino all’ultimo prima dell’apertura, poi l’umidità dell’ambiente stabilisce un equilibrio, tutto è flessibile e poroso, il grasso della pelle dell’anatra penetra nella pietra piano piano, il sale è vivo e fa il suo lavoro, lentissimo, i licheni sono tostissimi. Ho applicato un bagno magico. Per la seconda domanda: i lavori o si adattano o invadono lo spazio, sopravvivono.

ATP: Puoi parlarmi degli archi che costruivi da piccolo e dell’influenza che hanno avuto nello sviluppo della tua ricerca?

JP: Cercavamo un ramo, l’ulivo era il migliore, si lasciava seccare, poi si spelava, lasciando un manico, e si tendeva quasi al massimo, poco prima della rottura. Dopo un po’ era diventato come un laboratorio, provavamo materiali, olii, diversi tipi di corda, mi torna sempre questo ricordo, era qualcosa che ti obbligava a pensare con le mani, era reale, serviva per giocare. Mi perdevo non so dove, come quando disegno. Un prolungamento del corpo, inventato per fare il fuoco, poi per cacciare, e dopo ancora un’arma.

ATP: L’arco è uno strumento che ti permette di raggiungere qualcosa di distante e, per come è stato pensato il suo utilizzo, è l’agente di un cambiamento, un passaggio dalla vita alla morte, dall’organico all’inorganico. L’arco, inteso invece come elemento architettonico, è un passaggio, sostiene una struttura e collega due ambienti. Mi viene naturale, pensando al tuo lavoro, accostare l’arco al sale, perchè il sale è un materiale di passaggio, ha a che fare con il viaggio, veniva usato per portare cibi a lunghe distanze, si usa per conservare ciò che è organico permettendone il mutamento in qualcosa di inorganico. Toglie la vita per permettere la nascita di nuova vita. Il mio pensiero è che una parte della tua ricerca fosse già lì, negli archi che costruivi da piccolo.

JP: Credo, ma sembra quasi un sogno, che una volta mi abbiano portato alle saline a 300 km da qua. Un paesaggio totale. Nessuno in casa me lo garantisce. Il mio sogno era sempre d’estate, in spiaggia, immaginavo un naufragio nel deserto, post-nucleare, con il cielo limpido, e io alla ricerca di qualcun altro. Oggetti come archi, spade, pezzi di architetture che, se le attraversavi, ti portavano in un altro mondo. Macchine del tempo. Penso che tutti i bambini le sognino. Qualche sabato accompagnavo mio padre a prender misure nei cantieri, che a me sembravano scheletri di architetture del futuro o rovine preistoriche. Adesso mi sembra di aver attraversato un deserto di sale a piedi, centinaia di km. Vivendo nel comfort dell’occidente, questo deserto mi sembra quasi la tomba di un mito profonda quanto il mio mare, come se l’acqua fosse sparita e lui fosse uscito per mostrare i suoi strumenti per affrontare la nuova vita. Lui, un luogo, un dolmen, una zona d’incontro che narra della Storia e degli eroi.

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Dolmen, Sinfonia nr.7, installation view, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni

Dolmen, Sinfonia nr.7, installation view, Courtesy l’artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni

Dolmen, Sinfonia nr.7, installation view, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni

Dolmen, Sinfonia nr.7, installation view, Courtesy l’artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni

Dolmen, Sinfonia nr.7, installation view, Courtesy l'artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni

Dolmen, Sinfonia nr.7, installation view, Courtesy l’artista e Magazzino, Roma, Foto: Giorgio Benni